Alla Festa del Cinema di Roma attori, produttori e istituzioni discutono di voce, volto e intelligenza artificiale. Il problema non è solo chi copia, ma cosa si firma.
Alla Festa del Cinema di Roma 2026 la questione AI è arrivata con un titolo che sembra già un inventario patrimoniale: La mia voce, il mio volto, il mio algoritmo.
L’incontro organizzato da NUOVO IMAIE ha portato nello stesso programma attori, produttori, avvocati e istituzioni per discutere di repliche digitali, dati biometrici e diritti connessi. All’incontro hanno partecipato Gian Marco Tognazzi, Luca Ward, Andrea Miccichè, esponenti di ANICA, APA e AGCOM e rappresentanti del governo e del Parlamento.
La sinossi dell’incontro pone due domande molto concrete: come si scrive oggi un contratto che impedisca lo sfruttamento non autorizzato di voce, corpo e volto? E chi incassa se un’IA genera una performance basata su un attore reale? Il passaggio più interessante, però, viene subito dopo: la tutela del proprio “marchio biologico ed espressivo”.
È un’espressione efficace, anche perché contiene già il piccolo cortocircuito che il settore sta cercando di amministrare. Un volto è ancora una persona, naturalmente. Ma appena entra in un contratto comincia a somigliare molto a un asset.
Luca Ward e l’intelligenza artificiale alla Festa del Cinema di Roma 2026
Luca Ward conosce bene il problema. A febbraio l’attore e doppiatore aveva depositato il proprio timbro vocale come marchio sonoro per rafforzare la tutela contro repliche non autorizzate. In quei giorni Ward era stato più esplicito:
“Purtroppo le istituzioni non ci tutelano”
Otto mesi dopo Ward si è trovato allo stesso tavolo con le istituzioni per discutere esattamente di quella tutela: una fotografia piuttosto precisa del momento.
Perché nel frattempo le difese esistono, ma si dispongono su piani diversi. Il primo contratto collettivo nazionale italiano per attrici e attori del cineaudiovisivo, applicato dal 2024, stabilisce che, in assenza di accordi espliciti, immagine e voce possano essere utilizzate per il prodotto per cui sono state registrate, mentre considera illegittimi campionamento, estrazione e riuso destinati ad addestrare sistemi di intelligenza artificiale. Il contratto del doppiaggio aveva imboccato la stessa strada. Ward ha ricondotto oggi la propria iniziativa a una strategia già sperimentata oltreoceano:
“Noi ci siamo rifatti, con il mio studio legale che ha sede anche negli Stati Uniti, a quello che hanno fatto gli attori americani qualche tempo fa: si sono fermati 11 mesi”.
Il riferimento degli undici mesi porta alla lunga vertenza dei performer americani dei videogiochi, iniziata nel luglio 2024 e chiusa nel giugno 2025, nella quale la protezione di voce, volto e performance digitali dall’intelligenza artificiale è stata uno dei punti centrali della contrattazione.
Ward, però, durante l’incontro ha allargato il discorso oltre il cinema.
“Lo sapete che c’è lo psicologo? 20 euro di abbonamento al mese. Per i ragazzi, i ragazzi in difficoltà. Gli danno Edgar…ora, la differenza è sostanziale no? Un essere umano che fa quel mestiere, uno psicoterapeuta, ha un costo. Tu con 20 euro parli con Edgar. E di iscritti ce ne sono tanti, andate a vedere. Hanno messo i loro figli in mano a una macchina. Questo fa paura”.
L’esempio cambia settore ma non davvero argomento: quando una funzione umana diventa abbastanza costosa, compare subito qualcuno disposto a venderne una versione sintetica in abbonamento. Nel doppiaggio può essere una voce, nella recitazione un volto, nell’assistenza psicologica perfino l’ascolto. Il vantaggio competitivo della macchina, del resto, è impeccabile: non sciopera, non chiede residuali e per venti euro al mese può perfino fingere di ascoltare.
La sottosegretaria Lucia Borgonzoni sull’intelligenza artificiale
Che il problema non sia soltanto teorico lo ha ricordato, nello stesso incontro, anche la sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni. Nel resoconto di Cinecittà News torna sulle segnalazioni arrivate già nel 2024 da parte degli agenti degli attori, di fronte a contratti che consentivano utilizzi dell’immagine molto più estesi della singola opera. La posizione rivendicata dal governo è netta:
“Il diritto d’autore nel mondo della cultura non può essere trattato al pari dell’IA in altri mestieri. La creatività deve avere dei tempi di elaborazione completamente diversi. È un argomento fondamentale, da cui passa il futuro che abbiamo davanti e anche quello dell’audiovisivo. Fino a fine legislatura nei decreti della Cultura il punto fermo sarà la tutela della creatività umana degli artisti, farò tutto quello che sarà possibile. L’IA va bene come effetto speciale, ma i soldi vanno dati ad artisti, sceneggiatori, doppiatori. La tutela della creatività umana sarà la linea di tutti i decreti. In tutto questo correndo dietro a dei cambiamenti che corrono velocissimi”.
Le regole introdotte dal Ministero per l’accesso al tax credit stabiliscono che non sia possibile addestrare sistemi destinati a creare repliche digitali di un attore senza il suo consenso e che, quando quel consenso viene dato, il compenso deve essere commisurato a quello che l’attore avrebbe ricevuto se avesse svolto la prestazione personalmente. Agli artisti devono inoltre essere fornite informazioni sull’estensione e sulle finalità dell’utilizzo di immagine, voce e testo, mentre questi materiali non possono essere ceduti a terzi per addestrare modelli generativi destinati al mercato. Sono criteri che il Ministero della Cultura aveva già formalizzato nel 2025.
La distinzione sembra quasi ovvia: se per un film viene costruito un attore digitale, non basta aver pagato quello biologico una volta sola. Eppure è proprio la necessità di scriverlo in una norma a mostrare quanto sia cambiato l’oggetto del contratto. Una produzione non acquista più soltanto giornate di lavoro e una performance registrata: può ottenere voce, volto e movimenti in una forma capace tecnicamente di produrre altre performance. Il cachet remunera l’attore che è arrivato sul set; la clausola, se lasciata abbastanza larga, può portarsi a casa anche quello che sul set non dovrà tornarci.
A questo punto la linea sembrerebbe abbastanza solida: niente replica senza consenso, informazioni sugli utilizzi e un compenso quando il doppio digitale lavora al posto dell’attore. Ma Hollywood ha già scoperto il capitolo successivo.
Il consenso può diventare una clausola di casting
Dopo lo sciopero del 2023, SAG-AFTRA ha ottenuto consenso informato e compensi per la creazione e l’impiego delle repliche digitali. Un risultato storico. Nelle FAQ ufficiali, però, il sindacato risponde anche a una domanda meno celebrativa: un produttore può decidere di non assumere un attore che rifiuta di farsi scansionare? Sì.
Il consenso resta consenso, ma entra in una trattativa nella quale una parte assegna il lavoro e l’altra vorrebbe ottenerlo. È anche per questo che la California è intervenuta per legge, rendendo inefficaci alcune clausole troppo generiche sulle repliche digitali quando il performer non è adeguatamente rappresentato. Non basta più una formula capace di attraversare tutti i media presenti e futuri e, possibilmente, l’universo intero. Bisogna spiegare cosa si intende fare del doppio digitale.
Il dettaglio sposta la questione. Il rischio non è soltanto che qualcuno rubi clandestinamente una voce. È che quella voce venga acquisita perfettamente alla luce del sole, con una firma valida, per essere riutilizzata molte più volte del corpo che l’ha prodotta.
Proteggere una voce significa anche metterle un prezzo
Anche la legge prova a rincorrere la distinzione.
Dal 2 agosto 2026 l’AI Act europeo applica obblighi di trasparenza per i deepfake e per diversi contenuti sintetici. In Italia la legge 132 del 2025 ha introdotto inoltre, con l’articolo 612-quater del codice penale, un reato per la diffusione senza consenso, quando provoca un danno ingiusto, di immagini, video o voci falsificati con l’IA e idonei a ingannare sulla loro autenticità.
Sono strumenti importanti contro l’abuso. Ma non rispondono davvero alla domanda posta dal panel: chi incassa quando l’uso è autorizzato?
È qui che i diritti connessi, nati per remunerare una performance umana fissata e poi sfruttata, incontrano un oggetto più ambiguo: una performance che può sembrare di Luca Ward senza essere stata pronunciata da Luca Ward in quel momento; un volto che recita una scena che il suo proprietario biologico non ha mai girato; un interprete che può continuare a lavorare anche quando non è sul set.
Forse la sostituzione tecnologica non arriverà nella forma teatrale che ci si aspetta, con l’algoritmo che caccia l’attore dalla porta. Potrebbe entrare più educatamente dall’ufficio contratti, chiedere una firma, riconoscere un compenso e lasciare tutti formalmente al proprio posto.
Solo che, a quel punto, il corpo sarà ancora dell’attore. La sua disponibilità, molto meno.