George Miller e l'AI

George Miller e l’AI: il vissuto diventerà opzionale?

George Miller e l’AI: l’esperienza umana sarà ancora una componente della creazione o soltanto una costosa fase intermedia tra il materiale di partenza e il risultato?

Il regista di Mad Max, intervistato il 9 ottobre al lancio di Tropfest 2027 a Sydney, individua nell’AI un limite evidente: può imitare l’esperienza umana, ma non viverla. Non ne ricava però una consolatoria superiorità dell’uomo sulla macchina. Anzi: considera l’intelligenza artificiale uno strumento capace di abbassare costi, allargare l’accesso alla produzione e mettere nelle mani di molti mezzi che fino a ieri appartenevano a pochi.

Il cinema, del resto, ha sempre simulato: morti che si rialzano al ciak successivo, amori costruiti in montaggio, mondi inesistenti resi credibili da un’inquadratura. Oggi l’AI può appropriarsi di quel repertorio, replicandone forme e codici senza aver bisogno di un vissuto. L’umanità conserva dunque il proprio patrimonio sentimentale, ma resta da vedere quanto interessi a chi deve approvare il preventivo.

Furiosa: due attrici, un volto da costruire con l’AI

George Miller e l’AI hanno già un precedente quasi pionieristico: nel 2024, per Furiosa, Miller aveva già affidato al machine learning un compito delicato.

Rising Sun Pictures aveva combinato i lineamenti di Anya Taylor-Joy con quelli di Alyla Browne, interprete della protagonista da giovane, mantenendo la performance di quest’ultima. Taylor-Joy aveva raccontato al Kelly Clarkson Show che la presenza dei suoi tratti passava, secondo la sua stima, dal 35 all’80 per cento con l’avvicinarsi del cambio d’attrice. Furiosa cresceva e, insieme, cresceva la quota della star adulta sulla sua faccia.

Il risultato nasceva dal lavoro di interpreti e tecnici: proprio quella collaborazione che Miller, parlando nel 2025 di una possibile replica digitale di Marlon Brando, indicava come irriproducibile nella sua specificità. Un personaggio poteva averne l’aspetto; la performance dipendeva dall’incontro con attori, registi e scrittori.

George Miller e l’AI nel cinema: quanto spazio resta all’esperienza?

Quando, a Sydney, Miller definisce l’AI uno strumento molto egualitario, la promessa riguarda proprio l’ingresso di nuove persone nel cinema. Già nel 2025, mentre Miller guidava la giuria del festival AI Omni, era possibile produrre immagini senza raccogliere finanziamenti. Per chi ha una storia e nessuno disposto a pagarla, la distinzione fra un film possibile e uno rimasto in testa è tutt’altro che filosofica.

Miller insiste oggi su ciò che nell’artista resta essenziale, ma il suo stesso esempio su Brando comprendeva una rete di rapporti: attori che si rispondono, registi che cambiano idea, scrittori che riscrivono. L’umanità di una performance nasce anche da quanto le persone coinvolte possono modificarla.

Quando Miller dice che l’AI “non è intuitiva”, il punto non è tanto ciò che oggi la macchina non sa fare, quanto ciò che l’industria potrebbe decidere di non considerare più indispensabile. La domanda che rimane aperta riguarda allora quanta umanità l’industria sia disposta a lasciar entrare nei suoi bilanci e nei suoi racconti, quando può conservare l’emozione e rinegoziare chi la produce.