Oltre mille nomi di Hollywood contro la fusione Paramount-Warner. Dopo le promesse al CinemaCon, esplode lo scontro su lavoro, concorrenza e futuro dei film.
David Ellison a CinemaCon ha provato a rassicurare gli esercenti con il linguaggio che volevano sentire: 30 uscite l’anno tra Paramount e Warner Bros. e una finestra esclusiva in sala di 45 giorni.
Ma quel messaggio trionfale si stava già scontrando con la risposta più pesante possibile: oltre mille tra attori, registi, sceneggiatori e professionisti dell’industria hanno firmato una lettera aperta di inequivocabile opposizione alla fusione tra Paramount e Warner Bros. Discovery, definendola un rischio per occupazione, pluralismo e libertà creativa.
La fusione Paramount-Warner sta diventando un referendum sul tipo di Hollywood che sopravvivrà: una macchina più grande e più efficiente, oppure un sistema ancora più stretto, più prudente e più povero di voci.
CinemaCon: una dichiarazione d’amore al grande schermo
Paramount ha aperto CinemaCon con un filmato patinato diretto da Jon M. Chu e narrato da Tom Cruise, con apparizioni di Will Smith, Mark Wahlberg, Chris Pratt, Timothée Chalamet, John Krasinski e Teyana Taylor. Ellison ha insistito sul fatto che il cinema resta il centro della strategia dello studio, promettendo agli esercenti un “impegno totale”. In questa cornice è arrivata anche una notizia pesante sul piano industriale e simbolico: Top Gun 3 è in sviluppo.
Paramount ha mostrato franchise e titoli capaci di parlare subito al mercato: il live action di Call of Duty, A Quiet Place Part III, il quarto Sonic the Hedgehog, ma anche progetti originali come l’adattamento di Tomorrow, and Tomorrow and Tomorrow con Daisy Edgar-Jones, un nuovo film di Damien Chazelle con Cillian Murphy e Daniel Craig, e il debutto alla regia di Teyana Taylor con il dance movie Get Lite. Sul palco sono arrivati anche Johnny Depp (protagonista in Ebenezer: Canto di Natale di Ti West) , Billie Eilish e James Cameron a sostenere Ellison dicendo: “È l’uomo giusto per il lavoro di dirigere un grande studio, e ora sembra che ne avrà due sotto la sua guida, il che non mi disturba affatto”.
Questa offensiva pro-sala arriva mentre Paramount porta avanti l’acquisizione di Warner Bros. Discovery, un’operazione da 111 miliardi di dollari che deve ancora affrontare voto degli azionisti e controlli regolatori.
Il fronte anti-fusione è uscito allo scoperto
Ed è proprio qui che il discorso si complica: Ellison promette più film e finestre più solide, ma una parte dell’industria teme l’esatto contrario. Gli esercenti, attraverso Cinema United, hanno detto apertamente che una fusione del genere rischia di ridurre concorrenza, offerta e potere contrattuale delle sale.
La lettera, pubblicata su BlockTheMerger.com, raccoglie nomi che pesano davvero nell’immaginario e negli equilibri di Hollywood: Denis Villeneuve, Kristen Stewart, J.J. Abrams, Joaquin Phoenix, ma anche Ben Stiller, Don Cheadle, Javier Bardem, Lily Gladstone, Lin-Manuel Miranda, Tiffany Haddish e Ted Danson. Il testo sostiene che l’operazione da 111 miliardi di dollari ridurrebbe ulteriormente film, posti di lavoro e possibilità per gli autori in un’industria già ridimensionata, lasciando gli Stati Uniti con appena quattro grandi studios cinematografici. La critica vera è un attacco diretto all’idea che una nuova concentrazione possa essere venduta come rilancio del settore.
Secondo i firmatari, la fusione significherebbe meno opportunità per i creativi, meno impieghi lungo tutta la filiera produttiva, costi più alti e meno scelta per il pubblico. Damon Lindelof, uno dei firmatari, lo ha tradotto in un’immagine semplice e brutale: quando due storici backlot finiscono sotto la stessa proprietà, uno dei due rischia di diventare una ghost town. Il timore è che dietro le formule sulla “scala globale” e sulle “sinergie” si nasconda la solita matematica del consolidamento: doppioni da tagliare, progetti da ridurre, potere da accentrare.
Ellison promette più film. Hollywood teme meno cinema
Il contrasto con il discorso di Ellison a Las Vegas è quasi perfetto. Sul palco di CinemaCon, il capo di Paramount Skydance ha giurato fedeltà alle sale, ha promesso che Paramount e Warner resteranno operative come studi separati e ha legato il futuro del gruppo a una produzione più robusta per il grande schermo: “Amo il cinema e amo il cinema. L’ho sempre fatto e lo farò sempre, potete contare sul nostro impegno totale”. Paramount, rispondendo alla lettera, ha insistito sulla stessa linea: la fusione, sostiene lo studio, offrirà ai creativi “più strade, non meno”, permetterà di finanziare più progetti, sostenere idee ambiziose e portare i film a un pubblico globale.
Ma una parte dell’industria non contesta solo il merito del piano: contesta proprio la sua credibilità, e qui sta la vera faglia. Paramount ha già riconosciuto che l’operazione comporterà tagli significativi per eliminare le sovrapposizioni, mentre il deal resta in attesa del voto degli azionisti e delle approvazioni regolatorie. Così la promessa di “più cinema” coesiste, almeno per ora, con la prospettiva molto concreta di meno lavoro e meno concorrenza.
I vertici di Paramount sostengono che la fusione con Warner servirebbe a rendere il gruppo più competitivo rispetto ai colossi dello streaming, oltre a mettere insieme cataloghi molto più ampi da offrire al pubblico. Dall’altra parte c’è Warner Bros., uno studio con 102 anni di storia e una library che pesa ancora enormemente nell’immaginario popolare, da Harry Potter a Superman fino a Barbie.
A Washington, il senatore democratico Cory Booker ha acceso i riflettori sul dossier con un’audizione dedicata al possibile impatto anticoncorrenziale dell’operazione: la fusione, infatti, ridurrebbe da cinque a quattro i grandi studios hollywoodiani. Sul versante opposto il premio Oscar David Borenstein (Mr. Nobody Against Putin) teme invece l’erosione delle produzioni documentaristiche: “Perché un piccolo numero di distributori ha consolidato il proprio potere e ha deciso di offrire al pubblico una dieta di contenuti ristretta e politicamente sicura”.