Paramount Warner Block The Merger

Paramount-Warner: la fusione presenta il conto ai lavoratori

La Writers Guild of America continua a ritenere che la fusione tra Paramount e Warner danneggerà gli autori, ma ha ritirato la causa con cui cercava di fermarla: dopo l’accordo raggiunto dai dodici Stati americani, affrontare da sola il processo sarebbe costato milioni di dollari.

È una notizia che racconta il giorno dopo meglio di qualsiasi comunicato aziendale, perché mostra quanto possa diventare oneroso opporsi a una concentrazione industriale anche per un grande sindacato.

Le condizioni dell’accordo antitrust stabiliscono quanti film il nuovo gruppo dovrà distribuire e quanto dovrà investire negli Stati Uniti; intanto Paramount punta a ottenere fino a sei miliardi di dollari di risparmi dall’operazione e, secondo le fonti interne, i dipendenti si preparano a più ondate di licenziamenti nei prossimi mesi.

I tagli non sono ancora quantificati, ma l’inquietudine ha già un calendario.

Più film, ma con quale struttura?

Il nuovo gruppo dovrà portare nelle sale almeno 30 film l’anno per i primi due anni e 32 per i tre successivi, mentre le due società sono avviate a distribuirne complessivamente 28 nel 2026. La distanza tra il volume attuale e il primo obiettivo, dunque, è di due titoli; assai più difficile da misurare è come cambieranno le persone, i budget e le decisioni dietro quei titoli.

L’accordo impone almeno 1,5 miliardi di dollari di spesa aggiuntiva per la produzione statunitense in cinque anni e prevede requisiti per le uscite ampie, i film indipendenti e quelli ad alto budget, ma lascia al gruppo margine nella distribuzione della spesa tra i singoli progetti.

Un film in più sul calendario non dice quante settimane lavorerà una troupe, né se uno sceneggiatore troverà ancora più di uno studio al quale proporre la stessa idea.

Emblematico in questi giorni il caso di The Third Hand: secondo Vincent Maraval di Goodfellas, l’AI ha permesso di girare una sequenza di battaglia in due giorni anziché dieci. Per la produzione sono otto giorni risparmiati; per la troupe sono otto giorni di riprese che non hanno più richiesto il suo lavoro.

Le sale ottengono tutele, il gruppo conserva gli asset

Per Cinema United, l’associazione degli esercenti, l’intesa recepisce diverse richieste delle sale: un numero minimo di uscite, un periodo di esclusiva cinematografica, l’accesso ai cataloghi e limiti ad alcuni aumenti dei costi imposti agli operatori. Sono garanzie concrete per chi deve programmare i film e trattare con il loro distributore, benché la stessa associazione riconosca che l’accordo non elimina tutti i rischi della fusione.

Paramount può infatti procedere senza cedere inizialmente studi, reti o altre attività. Il testo dell’intesa prevede cessioni come rimedio a specifiche violazioni future: se il gruppo non raggiungesse la quota annuale di film e non sanasse la mancanza entro sei mesi, dovrebbe vendere Miramax.

La WGA scopre il prezzo dell’opposizione

La dichiarazione della WGA è insolitamente esplicita: il sindacato giudica ancora dannosa l’operazione, ma spiega che proseguire senza gli Stati una complessa causa antitrust avrebbe richiesto milioni di dollari. Nell’intesa con Paramount ha ottenuto 17,5 milioni per il proprio fondo sanitario, il rimborso delle spese legali e il divieto di licenziare per cinque anni gli sceneggiatori di CBS News Broadcast, una tutela precisa che non si estende però a tutti gli autori del gruppo.

Prima dell’accordo, Paramount aveva inoltre chiesto al tribunale una cauzione di 1,88 miliardi di dollari a carico degli Stati e della WGA, sostenendo di dover essere protetta dalle perdite economiche di un ulteriore rinvio qualora avesse vinto la causa. Era una richiesta contestata dalle controparti, non un pagamento imposto dal giudice; resta però un dettaglio eloquente sul peso finanziario assunto dalla battaglia, prima ancora che il tribunale potesse decidere se la fusione fosse lecita.

Un fondo per chi perderà il posto

L’intesa con gli Stati istituisce un fondo da 47,5 milioni di dollari in cinque anni per formazione e sviluppo professionale dei lavoratori colpiti dalla fusione, oltre a imporre il rispetto dei contratti collettivi esistenti. Sono impegni concreti, sostenuti anche da organizzazioni come DGA e IATSE; il fondo, però, è destinato a gestire le conseguenze delle uscite dal lavoro, mentre l’obiettivo dei sei miliardi di risparmi continua a figurare nell’economia dell’operazione.

E proprio mentre si stanziano fondi per la formazione di chi rischia di perdere lavoro, registi e maestranze rimasti a corto di incarichi vengono pagati per insegnare ai modelli AI a scrivere, preparare piani di ripresa e organizzare progetti. Per alcuni lavoratori la “riqualificazione” finirà per significare spiegare a una macchina come svolgere una parte del mestiere che hanno perso.

Il 22 settembre, lavoratori e attivisti hanno protestato davanti ai cancelli Paramount contro tutele giudicate insufficienti, richiamando una stima commissionata dalla contea di Los Angeles secondo cui circa 4.500 posti diretti nel cinema e nella televisione potrebbero essere a rischio nell’arco di tre anni.

Paramount e Warner hanno garantito quanti film arriveranno nelle sale; nessuno ha garantito quante persone serviranno ancora a realizzarli e ad attribuire loro un valore diverso da quello di bilancio.