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Parmount-Warner: l’accordo antitrust sblocca la fusione

Paramount e Warner erano già nel mirino dell’antitrust nel 1948. Nel 2026 possono fondersi, purché simulino la concorrenza per contratto.

Nel 1948 Paramount e Warner erano già insieme davanti all’antitrust americano, tra gli otto studios coinvolti nel caso destinato a ridisegnare Hollywood. I cinque grandi gruppi integravano produzione, distribuzione ed esercizio delle sale, mentre la Corte Suprema confermò anche l’esistenza di pratiche anticoncorrenziali nel mercato cinematografico.

La risposta fu strutturale: separare distribuzione ed esercizio e vietare pratiche capaci di trasformare il controllo della filiera in controllo del mercato.

Settantotto anni dopo Paramount e Warner tornano insieme al centro dell’antitrust americano, ma il metodo si è praticamente rovesciato. L’accordo raggiunto con la California e altri undici Stati dà il via libera alla nascita del nuovo gruppo, intervenendo sulle regole con cui potrà esercitare il proprio potere di mercato.

Antitrust: la nuova clausola di non non-concorrenza

Per chiudere la causa antitrust, Paramount si impegna a distribuire almeno 30 film l’anno nei primi due anni e 32 nei tre successivi, ad aumentare di almeno 300 milioni di dollari annui la spesa produttiva negli Stati Uniti e a mantenere una quota di produzioni indipendenti e di titoli ad alto budget.

E stavolta il contatore ha anche un prezzo: 30 milioni di dollari di penale per ogni film mancante, con almeno quattro produzioni indipendenti l’anno e un quinto del listino riservato ai blockbuster.

Paramount e Warner non dovranno più competere fra loro per scegliere quali progetti finanziare, quali talenti ingaggiare, quali date occupare e quali rischi assumere; al loro posto resterà un unico gruppo, al quale lo Stato chiede però di riprodurre per contratto alcuni degli effetti che prima produceva la concorrenza.

Il mercato finisce dove comincia la vigilanza

Il problema diventa più evidente guardando alla concentrazione che questi obblighi dovrebbero compensare. Secondo la causa degli Stati, Paramount e Warner sono due dei cinque grandi distributori americani e insieme arriverebbero a circa il 27% delle wide release e a oltre il 30% dei blockbuster attesi; dopo la fusione, tre distributori controllerebbero il 75% delle wide release.

Il confronto con il 1948, allora, non è una semplice coincidenza storica: mostra che a cambiare non è soltanto Hollywood, ma l’idea stessa di antitrust: allora si modificava la struttura del mercato, mentre nel 2026 si accetta la concentrazione e si prova a ricostruirne dall’esterno alcuni effetti competitivi attraverso produzioni minime, investimenti, quote e penali. E la vigilanza non si ferma al cinema: l’accordo introduce anche meccanismi di controllo sull’indipendenza editoriale di CNN e CBS, le due grandi reti informative che finirebbero sotto lo stesso gruppo.

Contare i film prodotti sarà facile. Misurare ciò che scompare insieme alla concorrenza, molto meno: quanti progetti sarebbero nati dalla competizione tra due studios distinti, quali autori avrebbero trovato spazio in uno ma non nell’altro, quali rischi avrebbe assunto Warner che Paramount avrebbe rifiutato, o viceversa.

I decreti Paramount furono aboliti nel 2020 perché considerati inadatti a un’industria trasformata dallo streaming e dall’ingresso di nuovi concorrenti; appena sei anni dopo, però, la concentrazione torna a porre lo stesso problema sotto una nuova forma.

Non più due studios che competono, ma un solo studio abbastanza grande da dover dimostrare, numeri alla mano, di continuare ad assomigliare a un mercato.