Sean Penn snobba gli Oscar 2026 e vola da Zelensky

Sean Penn snobba gli Oscar 2026 e vola da Zelensky

Sean Penn applica metodo Nanni Moretti: “No,no, allora non vengo. Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”

Sean Penn vince l’Oscar, ma invece di presentarsi al Dolby Theatre di Los Angeles prende un aereo e vola a Kyiv. Hollywood celebra se stessa, lui va a incontrare Volodymyr Zelensky in un paese ancora in guerra. Non è un gesto simbolico: è una dichiarazione politica. E, inevitabilmente, una provocazione.

Quando dal palco degli Oscar 2026 il vincitore dello scorso anno Kieran Culkin apre la busta e annuncia il premio come miglior attore non protagonista per One Battle After Another, la poltrona di Penn è vuota. Culkin mentre ritira la statuetta al posto suo, scherzando dichiara: “Sean Penn non poteva essere qui questa sera, o forse non voleva”.

Anche se vince l’Oscar, Sean Penn non festeggia

Penn entra così nel ristretto club degli attori con tre Oscar, dopo Mystic River e Milk, ma decide di non esserci. Nessun discorso, nessuna standing ovation, nessun selfie sul red carpet.

Secondo il New York Times, l’attore aveva già deciso nei giorni precedenti di saltare la cerimonia per andare in Europa. Il piano era visitare l’Ucraina. Lunedì un reporter dell’AFP lo vede scendere da un’auto a Kyiv. Poco dopo compare una foto con il presidente Zelensky nel suo ufficio.

In un’epoca in cui molti attori si limitano a twittare solidarietà o a infilare una frase impegnata nei discorsi di ringraziamento, Penn preferisce un’altra strada: presentarsi fisicamente nel luogo della crisi.

Ecce bombæ.

L’amicizia con Zelensky e il documentario sulla guerra

Il rapporto tra Penn e Zelensky non nasce ieri. Nel 2023 l’attore ha presentato al Festival di Berlino il documentario Superpower, girato proprio in Ucraina durante i primi giorni dell’invasione russa.

Penn e Zelensky si erano incontrati il 23 febbraio 2022. Il giorno dopo la Russia invadeva il paese. Il film, che doveva essere un ritratto quasi ironico di un attore diventato presidente, si è trasformato in una cronaca della guerra.

Da allora l’attore è diventato uno dei sostenitori più visibili dell’Ucraina negli Stati Uniti. Ha visitato il paese più volte, ha incontrato soldati e civili e nel 2022 ha consegnato a Zelensky una delle sue statuette degli Oscar, promettendo di riprenderla solo quando l’Ucraina avrà vinto la guerra.

Un gesto simbolico, ma perfettamente coerente con il personaggio.

Un attore militante tra Hollywood e geopolitica

Sean Penn non è nuovo all’attivismo. Nel 2002 criticò pubblicamente l’invasione dell’Iraq, viaggiò a Baghdad, partecipò ai soccorsi dopo l’uragano Katrina e gestì un grande campo profughi ad Haiti dopo il terremoto del 2010.

Non sempre le sue iniziative sono state accolte con entusiasmo. È stato criticato per i rapporti con leader controversi come Hugo Chávez e per la famosa intervista al narcotrafficante El Chapo.

Ma il punto è proprio questo: Sean Penn non è il classico attore che recita l’indignazione sui social. Preferisce buttarsi dentro la storia, a volte con risultati discutibili, ma difficilmente ignorabili.

E così mentre Hollywood applaudiva davanti alle telecamere, lui era seduto in un ufficio a Kyiv con il presidente di un paese in guerra e alla fine la domanda resta la stessa: era un gesto di convinzione o anche un modo perfetto per farsi notare?

Forse entrambe le cose. E Sean Penn, probabilmente, lo sa benissimo.