X-Men le origini Wolverine: la recensione del primo film su Logan

X-Men le origini Wolverine: la recensione del primo film su Logan

Il tragico passato di Logan, l’esperimento Arma X e il brutale legame di sangue con Victor Creed.La recensione del controverso cinecomic con Hugh Jackman.

Uscito nelle sale nel 2009 con il difficile compito di inaugurare una serie di spin-off dedicati ai singoli mutanti della scuderia Fox, il film diretto da Gavin Hood si presenta come un’opera profondamente spaccata a metà. Da un lato c’è la chiara volontà di esplorare la psiche tormentata e la genesi di uno degli eroi più amati del grande schermo; dall’altro, c’è l’evidente e ingombrante ingerenza di uno studio desideroso di trasformare la pellicola in un contenitore per lanciare futuri franchise. Il risultato è un prodotto squilibrato, che si apre con alcune delle sequenze più folgoranti dell’intera saga mutante per poi perdersi progressivamente nei meandri di una sceneggiatura caotica e di scelte visive tutt’altro che impeccabili.

L’infanzia perduta di Logan e la scoperta della mutazione

La genesi di Wolverine non inizia in un freddo laboratorio asettico, ma nel sangue di un trauma familiare nel lontano 1845. Il film ha il grande merito di partire dalle radici, mostrando il giovane e gracile James Howlett costretto a confrontarsi con una verità indicibile e con la prima, involontaria e dolorosa estrazione dei suoi artigli d’osso. È un coming of age fulmineo e brutale, che stabilisce sùbito il tema centrale dell’intero arco narrativo del personaggio: il dolore fisico come estensione di una sofferenza emotiva insanabile. Da quel momento, l’esistenza di Logan diventa una fuga infinita da se stesso e dalla propria natura.

Il peso dell’immortalità e la fratellanza tossica

Se c’è un elemento che regge l’intera impalcatura del primo atto, è senza dubbio la dinamica viscerale tra Logan e Victor Creed. I memorabili titoli di testa, che mostrano i due fratelli combattere spalla a spalla attraverso un secolo di conflitti umani (dalla Guerra di Secessione fino al Vietnam), raccontano la maledizione dell’immortalità meglio di qualsiasi linea di dialogo. Hugh Jackman riprende il ruolo della sua vita con una fisicità imponente e una rabbia dolente, ma è il Sabretooth di Liev Schreiber a rubare costantemente la scena. Schreiber costruisce un antagonista magnetico e ferale, lo specchio oscuro di ciò che Wolverine potrebbe diventare se cedesse completamente ai propri istinti animali. Le loro scene condivise trasudano una tensione drammatica autentica, sorretta dall’idea di un legame indissolubile ma profondamente tossico.

Il Team X e la moralità smarrita

Prima di diventare un lupo solitario senza memoria, Logan è stato un soldato manipolato. L’introduzione del Team X, una black ops mutante guidata dal machiavellico William Stryker (Danny Huston), aggiunge un tassello fondamentale al mosaico. Vedere Logan operare a fianco di figure spietate come l’Agente Zero o il logorroico Wade Wilson evidenzia la sua profonda divergenza morale. Mentre gli altri, Victor in primis, si abbandonano alla carneficina e all’ebbrezza dell’onnipotenza, Logan conserva un ostinato briciolo di umanità che lo spinge ad abbandonare la squadra, rifiutandosi di essere ridotto a un semplice strumento di morte nelle mani del governo.

Logan, l’illusione della pace e la tragedia di Silver Fox

La sceneggiatura cerca il suo baricentro emotivo nel disperato tentativo di Logan di costruirsi una vita normale tra le isolate montagne canadesi. La parentesi romantica con Kayla Silver Fox (Lynn Collins) è essenziale per comprendere la rabbia nichilista del mutante negli anni a venire. Nonostante la chimica tra i due attori funzioni a fasi alterne, questa parentesi idilliaca serve a sottolineare l’inevitabilità del destino di Wolverine: chiunque gli stia vicino è condannato. Il tradimento e la tragedia che si consumano in questo arco narrativo rappresentano il vero catalizzatore che spingerà Logan a offrire il proprio scheletro per la procedura sperimentale.

Un’occasione mancata tra Arma X e fan service

Nonostante le ottime premesse psicologiche, il film deraglia inesorabilmente non appena la narrazione si sposta sull’esperimento Arma X e sull’inserimento forzato di innumerevoli comprimari. Se la fusione con l’adamantio regala un momento di grande impatto fisico, la necessità di stipare nello schermo personaggi come Gambit (Taylor Kitsch) ed Emma Frost finisce per annacquare il dramma intimo, riducendo questi mutanti storici a mere comparse svuotate del loro spessore fumettistico. A peggiorare il quadro interviene un comparto tecnico sorprendentemente carente: gli artigli in adamantio di Wolverine, realizzati con una computer grafica posticcia e mal integrata, restano uno degli scivoloni visivi più celebri del cinema supereroistico moderno, spezzando più volte la sospensione dell’incredulità.

Lo scivolone su Deadpool e l’eredità del film

L’emblema del cortocircuito creativo di questa pellicola si concretizza nel terzo atto, con la famigerata gestione del personaggio di Wade Wilson. Se nei primi minuti Ryan Reynolds aveva dimostrato una naturale predisposizione per il Mercenario Chiacchierone, la decisione di trasformarlo nell’Arma XI(un ibrido muto, con la bocca cucita e un’accozzaglia di poteri altrui) rappresenta uno dei tradimenti più imperdonabili mai inflitti a un eroe della Marvel. In definitiva, pur offrendo alcune sequenze d’azione godibili e un Hugh Jackman devoto alla causa, l’opera di Gavin Hood rimane un ibrido imperfetto: un cinecomic che ha mostrato esattamente come non trattare un’icona di questo calibro, spianando però involontariamente la strada per la redenzione autoriale che il personaggio avrebbe trovato anni dopo nel crepuscolare e capolavoro Logan.

🎬 Valutazione

Regia
★★★★
Interpretazioni
★★★★
Storia
★★★★
Emozioni
★★★★
🏆 Voto Totale
4
★★★★