Dopo Longlegs arriva Keeper, un horror piscologico con Tatiana Maslany ambientato in una baita nel bosco. Ma è più originale di quanto possa sembrare.
Ci sono casi in cui un grande attore non basta a salvare un progetto discutibile. È questo il caso di Keeper – L’eletta, il nuovo film di Osgood Perkins?
Dopo il successo di Longlegs e la timida accoglienza di The Monkey, il regista torna a cimentarsi con il genere horror in una chiave più piscologica.
Scritto da Nick Lepard, Keeper è una metafora introspettiva ed una oscura favola di rivalsa. Distribuito nelle sale americane a novembre 2025, arriverà da noi il 12 marzo di quest’anno.
Questa è la nostra recensione in anteprima.
Keeper, la trama
Una baita nel bosco è la meta scelta da Liz (Tatiana Maslany) e Malcom (Rossif Sutherland) per una fuga romantica. La coppia, che si frequenta da circa un anno, vede la loro intimità invasa dal cugino di lui, Darren (Birkett Turton), che si presenta a sorpresa insieme alla sua compagna, originaria dell’est Europa.
Presto Liz si rende conto che qualcosa non va in quel luogo. Lasciata da sola a causa della partenza improvvisa di Malcom, la donna inizia ad esplorare i misteri della casa cercando di non lasciarsi sopraffare dai pensieri negativi.
Maslany, l’esca a doppio taglio
La vicenda che Perkins decide di raccontare presenta indubbiamente degli aspetti interessanti. Alcune idee si rivelano decisamente originali, peccato che queste siano gestite in maniera confusa e sbrigativa.
Fra colpi di scena che vengono presentati senza una vera e propria costruzione e spiegazioni diegetiche che lasciano più confusione che risposte nello spettatore (e che dovrebbero lasciarne anche ai personaggi coinvolti, cosa che però non avviene), la volontà di presentare un mistero di cui non si vuole svelare troppo finisce per il rendere alcune situazioni prive di una coerenza narrativa necessaria per mantenere la credibilità generale della vicenda.
Il ritmo del film, inoltre, non aiuta. Si tratta di un’opera a cui serve molto, troppo tempo per arrivare ad un climax. I primi 2/3 del film arrancano, strizzando l’occhio ad eventi futuri che tuttavia non ricompensano la pazienza dello spettatore in virtù della sopracitata confusione espositiva.
Questo non significa che il film non abbia tuttavia i suoi momenti di splendore; l’inquietudine di Liz viene trasmessa egregiamente, in buona parte grazie al lavoro impeccabile svolto dalla Maslany che tiene sulle spalle gran parte del film. Il pericolo viene mostrato in forme originali, seppur per tempistiche eccessivamente basse per diventare memorabile.

L’impatto visivo in Keeper
Se c’è un aspetto positivo nell’opera di Perkins, questo attiene all’aspetto visivo del film. Come già mostrato in Longlegs, il regista è in grado di giocare con luci e angolazioni per realizzare una messa in scena originale e appagante alla vista, con inquadrature inaspettate e spesso disturbanti.
L’intera sequenza iniziale, composta da un susseguirsi di soggettive in cui vediamo diverse donne dal punto di vista di un osservatore sconosciuto, prepara lo spettatore a ciò che lo attende per il resto del film.
L’avvicinarsi in maniera invasiva ai volti degli attori, privandoli del proprio spazio personale, crea una mancanza di intimità che lascia i personaggi esposti ai pericoli circostanti.
In conclusione
Keeper è un film riuscito a metà: l’ottima performance di Tatiana Maslany, unita ad una regia ispirata tanto nella funzionalità che nell’estetica, valgono sicuramente la visione.
Tuttavia, la confusione nell’esposizione ed un ritmo altalenante influiscono sulla riuscita dell’opera. Il messaggio di rivalsa inserito all’interno del film è sicuramente apprezzabile, eppure finisce con il cannibalizzare l’intera vicenda, come se questo fosse più importante della storia che si è deciso di raccontare. Il risultato è un prodotto mediocre, in cui spesso la forma finisce col soppiantare il contenuto.