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Kokuho, la morte corre sul palcoscenico
Kokuho — il Maestro di Kabuki è un’imponente e poetica riflessione sul teatro giapponese e sul ruolo degli onnigata, gli attori che interpretavano ruoli femminili.
Kokuho, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del 78° Festival di Cannes, è l’ultimo film diretto da Lee Sang-il. La pellicola — candidata come rappresentante giapponese per il miglior film internazionale e nominata per il miglior trucco e acconciatura ai Premi Oscar 2026 — rappresenta il terzo capitolo della collaborazione con lo scrittore Yoshida Shuichi, da cui sono già stati tratti gli adattamenti di due suoi romanzi, Villain e Rage, che hanno contribuito ad affermarlo come una delle voci più autorevoli e originali del cinema d’autore asiatico contemporaneo.
Kokuho, la trama
Nagasaki 1964, il giovane Kikuo, figlio di un influente boss della yakuza, attira l’attenzione durante un banchetto grazie a una sorprendente interpretazione in un ruolo femminile del teatro kabuki. Tra i presenti c’è il celebre attore kabuki Hanjiro Hanai che riconosce subito il talento del quattordicenne. Dopo l’assassinio del padre, Kikuo viene accolto dall’attor, che lo porta con sé a Osaka. Qui il ragazzo cresce accanto a Shunsuke, figlio naturale di Hanjiro e nonostante le differenze sociali e familiari, tra i due nasce un legame profondo mentre affrontano insieme il duro percorso di formazione artistica sotto la guida del padre.
Il ruolo dell’attore: tra palcoscenico e vita
In Kokuho (letteralmente tesoro nazionale) il ruolo dell’attore si sviluppa in un continuo intreccio tra rappresentazione scenica e dimensione privata, dove il teatro kabuki finisce per modellare identità, relazioni e destino dei personaggi. La formazione artistica di Kikuo e Shunsuke non riguarda soltanto la disciplina del palcoscenico: diventa anche un percorso di trasformazione personale, fatto di rivalità, sacrificio e riconoscimento artistico e sociale.
Il confine tra vita e performance si assottiglia progressivamente: i gesti codificati del kabuki, l’ossessione per la perfezione e il peso della tradizione — Kikuo non ha origini nobili, al contrario di Shunsuke che è figlio d’arte — influenzano il modo in cui i protagonisti vivono i propri sentimenti e costruiscono la propria immagine pubblica. L’attore, in questo senso, non interpreta semplicemente un ruolo, ma è chiamato a incarnarlo fino a farne parte integrante della propria esistenza.
Kokuho, un’esperienza cinematografica
La pellicola, allo stesso modo di Michael di Antoine Fuqua, trova nella sala cinematografica la sua dimensione ideale, in quanto gran parte della propria forza è costruita sull’impatto visivo e sensoriale della messa in scena. Il racconto del teatro kabuki non è solo narrativo, ma profondamente corporeo e spettacolare: i costumi, il trucco, le luci e la coreografia dei movimenti richiedono uno schermo ampio capace di restituire la precisione dei dettagli e la monumentalità delle performance.
Anche la regia lavora per immersione. I movimenti di macchina, i tempi dilatati e la composizione delle inquadrature hanno un peso che sul grande schermo diventa quasi fisico, permettendo allo spettatore di percepire il contrasto continuo tra la rigidità della tradizione e l’intensità emotiva dei personaggi. In sala, inoltre, il suono assume un ruolo fondamentale: il ritmo dei passi, il silenzio delle attese e la musica amplificano la tensione drammatica e trasformano le scene teatrali in vere esperienze performative.
La tradizione in lotta con la modernità
Kikuo, nato figlio di un boss della yakuza, e quindi estraneo alla tradizione ereditaria del kabuki, entra in un ambiente dominato dal peso del lignaggio, dove il talento da solo non basta a garantire legittimazione. Kokuho mostra come il kabuki, pur essendo espressione di raffinatezza artistica e tradizione culturale, resti un ambiente segnato da dinamiche di potere, privilegi familiari e meccanismi di esclusione. L’ambizione di Kikuo non è soltanto personale: rappresenta il desiderio di emanciparsi dalle proprie origini e ottenere una forma di riconoscimento sociale attraverso l’arte. Proprio per questo, l’arrivismo in Kokuho non appare mai come semplice sete di successo, ma come una tensione dolorosa tra talento, appartenenza e necessità di affermazione.
Kokuho, in conclusione
Kokuho, un intenso ritratto del teatro kabuki, riflette sul ruolo dell’attore e sul desiderio di affermazione sociale. Attraverso una messa in scena di straordinaria eleganza visiva, il film interroga lo spettatore sul confine tra palcoscenico e vita privata. Pensato per la visione in sala, dove la dimensione immersiva valorizza pienamente l’arte e la fisicità degli onnagata, l’opera richiede uno spettatore disposto ad accogliere i suoi tempi dilatati — 180 minuti di durata — per restituire una visione della tradizione culturale giapponese in cui il corpo diventa espressione artistica assoluta.
🎬 Valutazione
Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
3.5
★★★⯨★