Le Pupille

Le Pupille, c’erano una suora, delle orfanelle ed una zuppa inglese

Ispirato ad una lettera di Elsa Morante, Le Pupille è un cortometraggio che inneggia alla disobbedienza all’interno del personalissimo mondo di Alice Rohrwacher.

L’ultima fatica di Rohrwacher  – Allegoriè citadine – è appena stata presentata all’81esima Mostra del cinema di Venezia, la critica ne è già innamorata, l’uscita nei cinema non è ancora stata resa nota.

Il cortometraggio, basato sull’Allegoria della caverna di Platone, è interpretato da Lyna Khoudri Naïm El Kaldaoui. Nell’attesa di essere catturati nuovamente dai sogni lucidi di Rohrwacher, riviviamo insieme la storia de Le Pupille.

Candidato all’Oscar come miglior cortometraggio nel 2022, Le pupille nasce da una richiesta; Alfonso Cuaron. chiede ad Alice Rohrwacher di dirigere un corto dedicato alle feste di Natale, e la prima immagine che viene in mente alla regista è quella di tante bambine.

Da qui il titolo ambivalente – pupilla in latino vuol dire bambina. “Dentro i nostri occhi ci sono delle bambine, le pupille appunto, che sono libere, selvagge, che sanno essere vivaci anche quando il nostro corpo non può muoversi, come nel caso delle piccole protagoniste che devono sottostare alle dure regole della scuola religiosa nella quale si trovano” afferma la regista.

L’idea del corto le viene in mente grazie ad una lettera appartenente ad un famoso scambio epistolare fra la scrittrice Elsa Morante, ed il suo amico e collega, il critico Goffredo Fofi. Elsa Morante racconta una storia, ci sono un collegio, il freddo ed una torta. Alice Rohrwacher riesce a modellare questi elementi regalandoci una delle sue visioni più personali.

Le Pupille, la trama

È la vigilia di natale, sono gli anni durante la seconda guerra mondiale, in un collegio di suore iniziano i preparativi per raccogliere le offerte. Le orfanelle, proprio come quello che sembra un romanzo di Charles Dickens, sono bambine accalcate alla finestra che bisbigliano ed aspettano che l’intransigente Suor Fioralba (Alba Rohrwacher) lasci la camera.

Tra le orfanelle c’è Serafina, una delle bambine più piccole, sistematicamente ignorata dal gruppo. Durante le prove del presepe vivente, in occasione del quale il collegio raccoglierà le offerte, inavvertitamente, Serafina disturba il segnale della radio che invece di trasmettere le cronache di guerra, fa partire il brano “ba ba baciami piccina”. Le bambine, soprese dalle suore a cantare e ballare la canzone, vengono punite.

Solo Serafina rifiuta di farsi lavare la bocca col sapone poiché, spiega, è l’unica a non aver cantato. Suor Fioralba le dice che nonostante non abbia partecipato sia comunque una “bambina cattiva” poiché conosce bene le parole della canzone. Durante la messa in scena del presepe vivente, una donna benestante e assai nevrotica (Valeria Bruni Tedeschi) dona una gigantesca torta alle bambine del collegio in cambio delle loro preghiere per il ritorno del suo compagno.

Le Pupille mettono in scena il presepe vivente

Arriva il giorno del pranzo di natale. Le bambine riceveranno una porzione di fettuccine, una pera, e l’agognata fetta di torta. Suor Fioralba, decide però di destinare la torta al parroco della chiesa nella speranza che questo destini più fondi al collegio.

Premendo sui sensi di colpa delle bambine, la suora convince le orfanelle a fare un fioretto per quei bambini che la torta non potranno mai mangiarla, portandole a rinunciare poiché “brave bambine”. Solo Serafina, quando è il momento di acconsentire, decide di mangiare comunque la sua fetta di torta. “Lei ha detto che io sono una bambina cattiva” esordisce dispettosa.

Sotto gli occhi increduli di Suor Fioralba, Serafina prende la fatta di torta e la lancia al cane randagio che usa entrare sempre indisturbato nel collegio. Mandate in camera tutte le bambine, Suor Fioralba decide di donare la torta ormai tagliata al gruppo di spazzacamini. Nel frattempo Serafina dispensa i piccoli pezzettini della torta – che non aveva completamente buttato via – alle compagne del collegio, le quali finalmente finiscono con l’accettarla.

Il significato della lettera

“Caro Goffredo, con questa mia lettera ti mando i miei auguri di Natale e Anno Nuovo, e ti racconto, per l’occasione, un fatto vero (vero almeno in parte, e fino a un certo punto)”.

E narra la storia che, riletta al femminile, offre il plot del film che ha convinto l’Academy. Il racconto, formula l’ipotesi interpretativa del bene e del male, dei buoni e dei cattivi e, in ultima analisi, delle loro diverse posizioni. Nel corto, l’esorbitante torta (zuppa inglese) troneggia sul tavolo dove le bambine consumano il pranzo di Natale.

La torta è un espediente perfetto. Una trovata drammaturgica che, soprattutto per i bambini, funziona splendidamente. Pensate ad esempio a quella favolosa scena di C’era una volta in America (Sergio Leone), dove uno degli amici di Noodles vorrebbe barattare la sua meringata alla fragola per andare con una prostituta ma che nell’attesa inizia a scartarla fino a mangiarla tutta.

In realtà la torta non è altro che il pomo della discordia, l’oggetto che scardina le regole ed innesca una prima ribellione infantile. Ha ragione suor Fioralba a voler destinare la torta al parroco per ricevere più fondi? O Serfina? La quale vuole solo gioire della torta insieme alle altre orfanelle? (Cosa che alla fine riuscirà a fare, seppure in piccola parte).

Recensione a quattro stelle su Almanacco Cinema