Settembre, tempo di ritorno a scuola. Per l’occasione vi proponiamo la nostra recensione del film Palma d’oro a Cannes nel 2008: La classe.
La scuola è da sempre un set privilegiato per il cinema. Si tratta, infatti, di uno spazio per sua natura eterogeneo e teatro di conflitti. Generazioni sempre differenti di ragazzi e professori passano ore a confrontarsi su questioni che non sono soltanto didattiche. Le piccole aule scolastiche obbligano a una prossimità che può essere asfissiante, tensiva e inquieta.
Eppure, è uno spazio che, almeno in potenza, ha un enorme valore sociale. Le esperienze scolastiche rimangono impresse nella memoria di ogni studente, influenzano il suo futuro nel bene e nel bene. Allo stesso modo gli insegnanti, quando consapevoli del loro ruolo, vivono il peso di una responsabilità non sempre facile da gestire.
La scuola è, insomma, uno spazio ad “alto rischio”, che allena all’imprevisto, e che richiede estrema flessibilità. Per tutti questi motivi il cinema ha da sempre guardato con grande interesse al mondo scolastico. Basti pensare al classico italiano La scuola di Daniele Luchetti, o al recente e sconvolgente La sala professori di İlker Çatak.
Il progetto de La classe di Laurent Cantet, regista francese recentemente scomparso, nasce a partire dal libro scritto da François Bégaudeau. Bégaudeau è uno scrittore che al tempo insegnava effettivamente alle scuole medie. Nel 2006 pubblica il romanzo dal titolo La classe- Entre les murs in cui racconta la sua esperienza da prof.
La classe, dal libro al film
Laurent Cantet si avvicina al progetto con l’intenzione di raccontare la scuola nella sua complessità e con i suoi limiti. Per questo motivo sceglie di attuare, in molti aspetti della produzione, un approccio documentario. Il film si propone di seguire l’andamento scolastico di una classe durante l’intero anno scolastico. Si inizia con il primo collegio docenti e si termina con l’ultimo giorno di scuola. La macchina da presa, a eccezione della prima scena, non lascerà mai le mura dell’istituto.
Per interpretare il professore protagonista Cantet coinvolge lo stesso François Bégaudeau, mentre la scelta dei ragazzi ha richiesto una ricerca più profonda. Per un anno sono stati tenuti dei workshop in cui ragazzi volontari si mettevano in gioco improvvisando situazioni di vario tipo. I più motivati sono stati scelti poi per il film, le cui riprese si sono state svolte in continuità alla fine dell’anno scolastico.
Se da un lato le situazioni sono state scritte, per cui i ragazzi interpretano personaggi e non sé stessi, il risultato è comunque di grande immediatezza.
La classe: lo stile
Dal punto di vista formale Cantet si rifà allo stile documentario che caratterizza anche la preproduzione del film. Solo nella parte finale l’opera assume una struttura drammaturgica più classica seguendo la nascita e la risoluzione di un conflitto specifico.
Nonostante la presenza di numerosi tagli, le macchine da presa sono frequentemente in movimento, spesso per seguire in continuità il gruppo classe. Dal punto di vista tecnico, infatti, Cantet per cogliere la verità di azioni e reazioni utilizza tre camere contemporaneamente. Una segue il professore, due seguono i ragazzi.
Nonostante un range temporale molto ampio (l’intero anno scolastico) ci sono scene particolarmente lunghe. Intere discussioni tra ragazzi, ma più spesso tra il prof e i ragazzi, vengono mostrate dall’origine allo “spegnimento”. Durante queste sequenze, interamente girate in tempo reale, c’è anche una specifica attenzione ai piani d’ascolto.
Il risultato di questo lavoro è un film a tratti forse lento, che vuole mostrare allo spettatore quelli che sono i momenti più ostici di una lezione scolastica. I riferimenti didattici sono pochi, le discussioni vertono piuttosto su altri elementi che hanno a che fare con temi politici, sociali, e relazionali.
Oltre la didattica
L’aspetto forse più interessante de La classe è quello di far emergere le vere dinamiche che si attuano durante un’ora di lezione. La didattica, spesso, passa in secondo piano rispetto alla gestione di altri fattori. Questo non per incompetenza del docente, ma perché le incursioni sono moltissime.

I ragazzi pongono provocatoriamente, ma anche con ironia e sensibilità, una serie di interrogativi. Anche quando le questioni sembrano futili, in realtà, raccontano qualcosa. Per fare un esempio, Kumba ed Esmeralda che si lamentano della scelta di nomi “francesi” negli esempi alla lavagna ricordano a Francois la multiculturalità della Francia.
Il professore non deve soltanto provare a trasmettere la sua materia, ma deve continuamente disinnescare piccole crisi. La lotta, infatti, non è solo quella tra ragazzi e docente, ma anche tra i ragazzi stessi, così diversi e così pieni di domande e dubbi. Stessa incertezza caratterizza d’altronde il lavoro dei professori, che devono interrogarsi di volta in volta, senza garanzie, su quale decisione sia giusto prendere.
Nel quadro dipinto da Cantet i giovani sono sì provocatori e oppositivi, ma anche brillanti e sorprendenti. È la scuola, però, che rischia di perderne di vista molti. Nel finale una frase pronunciata da un’alunna dopo la fine dell’anno scolastico colpisce come un proiettile non solo Francois, ma anche lo spettatore in quanto cittadino.
In conclusione
La classe è un film che, con uno stile documentario, lascia emergere tutta la complessità della scuola contemporanea. Non condanna, né fornisce soluzioni, piuttosto pone amari interrogativi. Racconta con crudezza e senza consolazione le problematiche di uno spazio in cui adulti, costretti a mettersi continuamente in discussione, hanno tra le mani il materiale umano più affascinante e fragile che esista: i ragazzi.
Rappresenta, inoltre, un’utile operazione antropologica. La scuola è lo spazio in cui le dinamiche sociali si riflettono in modo più immediato. La classe da questo punto di vista è un film politico, perché racconta uno spaccato realistico della Francia di inizio secolo. Le questioni del paese si rovesciano sulle vite di questi ragazzi. Razzismo e migrazione non sono temi su cui dibattere nelle aule del potere, ma la realtà delle loro vite.
Per questo motivo, La classe, non sono è un film di interessante valore sociale, ma invita a operazioni artistiche simili. Sono passati sedici anni dal film di Laurent Cantet, che rimane attuale per alcuni aspetti ma che probabilmente, essendo così legato alla realtà politica e sociale di un paese, mostrerà anche segni di invecchiamento.
Sarebbe interessante attuare lo stesso meccanismo di ricerca oggi, in una scuola post Covid più tecnologica, ma probabilmente ancora più fragile. Come sono cambiati i ragazzi? Com’è cambiato il loro rapporto con i docenti? La scuola ha ripreso finalmente in mano le redini del futuro della società?
