American Psycho

American Psycho, la recensione

 American Psycho: dal poco incasso all’uscita, alla rivalutazione in un cult, fino alla sua trasformazione in un meme sui social e le critiche.

Il 22 aprile, in occasione del 25esimo anniversario dalla sua uscita, verrà ridistribuito nelle sale italiane per tre giorni esclusivamente nei cinema UCI il film culto del 2000 – precisamente del 14 aprile 2000 – American Psycho, diretto da Mary Hannon.

La recensione di un film che ha subito un’altalena critica di giudizio e che è tornato in auge nei passati anni sui social ma anche grazie ai rumours su un possibile remake/nuovo adattamento come uno dei tanti nuovi progetti ai quali sta lavorando Luca Guadagnino – attualmente in sala con il suo splendido Queer.

La trama

Ispirato all’omonimo romanzo di Bret Easton Ellis, al centro del film giganteggia il suo protagonista Patrick Bateman – una delle migliori interpretazioni del grandissimo Christian Bale – yuppie e broker di successo nella New York di fine anni ’80, ossessionato dalla perfezione e da sé stesso.

Attorno alla sua figura, ruotano un gruppo di personaggi come colleghi – i vari Jared Leto, Justin Theroux e Josh Lucas – la sua fidanzata – Reese Whiterspoon – ed un bizzarro detective della polizia – l’altrettanto bizzarro e maestoso Willem Dafoe – ai quali dovrà nascondere un piccolo segreto: Bateman è un serial killer ed ama uccidere, specialmente le donne.

American Psycho

Follia a stelle e strisce

La Hannon – recentemente tornata a parlare del sulo film – già autrice dello sconosciuto Ho sparato a Andy Warhol quattro anni prima, mostra con incredibile freddezza gli efferati atti di violenza, tenendoci incollati anche grazie ad una rappresentazione comica della follia, attraverso riferimenti alla cultura popolare e ad una vena auto-ironica, se non perfino parodistica.

Il film si trasforma dalla semplice storia di un serial killer ad un’allegoria sulla vanità maschile e sull’odio misogino, nonché in un cinico e brutale ritratto del capitalismo statunitense e della sua società reaganiana, ingenuamente spettacolare e terribilmente vera allo stesso tempo.

TikTok e sigma male

La tanta criticata spettacolarizzazione dell’omicidio – come nei film di Martin Scorsese – non è un punto in questione, non è da discutere, perché non c’è alcuna sua glorificazione. L’omicidio è un atto orrendo, tanto quanto il suo esecutore. Nessuno lo salva, ma qualcuno può perdonarlo, se non peggio…

Il personaggio di Bale – inizialmente offerto a Leonardo DiCaprio, ma rifiutato – viene trasformato, e le sue parole estrapolate e plasmate a modello di convenienza. E così, proprio così, il film si ribalta e, come nella pellicola, alla fine il capitalismo vince, svuotando l’arte dall’esterno ed alimentandosi con la stupidità.