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Avengers Age of Ultron: il sequel ambizioso e incompreso
Avengers Age of Ultron: la recensione del colossale e discusso sequel di Joss Whedon che ha preparato la fine.
Schiacciato dall’impossibile compito di replicare il miracolo del primo capitolo e dal gravoso obbligo di gettare le basi per l’intera Fase Tre, il regista Joss Whedon ha confezionato un’opera titanica, affascinante ma strutturalmente sovraccarica. È un kolossal che fatica visibilmente sotto il peso delle ingerenze produttive dei Marvel Studios, eppure, a distanza di oltre un decennio, si rivela forse il capitolo narrativamente più complesso, adulto e stratificato dell’intero franchise.
Il cuore tematico della pellicola ruota attorno al complesso di Dio e alle paure irrisolte di Tony Stark (Robert Downey Jr.). Il suo disperato bisogno di creare un'”armatura intorno al mondo” per prevenire nuove invasioni aliene genera Ultron, un’intelligenza artificiale a cui un magistrale James Spader dona in motion capture una fisicità suadente, sarcastica e profondamente umana. Questo antagonista non è un semplice robot conquistatore, ma uno specchio distorto e teatrale delle nevrosi del suo stesso creatore. Ultron odia i Vendicatori perché riconosce in loro l’arroganza di chi provoca i disastri per poi ergersi a salvatore, anticipando in modo inquietante i dilemmi etici che avrebbero dilaniato il gruppo negli anni successivi
Il rifugio di Occhio di Falco e le divisioni interne
Se l’azione tende a farsi a tratti confusa ed estenuante, il film brilla di luce purissima nei momenti di quiete e intimità. La lunga sequenza del party alla Avengers Tower e il successivo, inaspettato ritiro nella fattoria segreta di Clint Barton (Jeremy Renner) rimangono alcune delle vette di scrittura corale del MCU. Whedon umanizza i suoi dei: Occhio di Falco, fino ad allora l’anello debole del gruppo, diventa l’ancora morale della squadra, dimostrando che la vera forza risiede nei legami umani quotidiani. Proprio in questa parentesi rurale emergono a livello verbale le prime insanabili fratture ideologiche tra Stark e lo Steve Rogers di Chris Evans, piantando i semi velenosi della futura e tragica Civil War.
L’inserimento di nuovi, fondamentali volti arricchisce ulteriormente l’arazzo narrativo, pur appesantendo inevitabilmente il ritmo. I gemelli Maximoff, con la tormentata Wanda di Elizabeth Olsen e lo scattante Pietro di Aaron Taylor-Johnson, portano sullo schermo il doloroso punto di vista delle vittime collaterali del “militarismo” americano. Ma la vera, sublime anomalia filosofica del film è la nascita di Visione. L’androide sintezoide, interpretato da un celestiale Paul Bettany, contrappone al nichilismo distruttivo di Ultron una speranza lucida e malinconica. Il loro confronto verbale finale nei boschi di Sokovia ci regala uno dei dialoghi più lirici e profondi mai scritti per un cinecomic (“Una cosa non è bella perché dura”).
Gli incubi indotti e la furia dell’Hulkbuster
Prima di giungere al disastro globale, il film regala una delle sequenze d’azione più spettacolari e tematicamente rilevanti dell’intero franchise. Le manipolazioni mentali di Wanda Maximoff costringono i Vendicatori ad affrontare i loro traumi più oscuri (dal senso di colpa per le guerre passate alla paura dell’estinzione), smantellando la loro sicurezza psicologica prima ancora di quella fisica. L’apice di questa discesa all’inferno si consuma tra le strade di Johannesburg, dove uno scatenato Hulk, ormai privo di controllo, costringe Iron Man a schierare la mastodontica armatura “Veronica” (la celebre Hulkbuster). Non si tratta di una banale scazzottata in CGI fine a se stessa, ma della brutale e spaventosa dimostrazione visiva di quanto questi “eroi” possano trasformarsi istantaneamente in armi di distruzione di massa.
La Bella, la Bestia e la solitudine dei mostri
Un altro elemento centrale della pellicola, e all’epoca fonte di feroci e ingenerose polemiche, è l’inaspettata e fragile parentesi romantica tra Bruce Banner (Mark Ruffalo) e Natasha Romanoff (Scarlett Johansson). Joss Whedon sceglie di unire le due anime più rotte e tormentate del gruppo, esplorando la loro dolorosa incapacità di sognare un futuro sereno e borghese. Il celebre dialogo in cui Natasha si definisce “un mostro” a causa della sterilizzazione forzata subita nella Stanza Rossa rimane uno dei momenti più crudi e drammatici della sceneggiatura. È una storia d’amore tragica e impossibile, che culmina nel commovente finale in cui Banner decide di allontanarsi volontariamente a bordo del Quinjet, condannandosi all’esilio per proteggere la donna che ama dal mostro che porta dentro.
Il caos di Sokovia e l’eredità della pellicola
Il tallone d’Achille dell’opera risiede purtroppo in un terzo atto (la mastodontica e tragica battaglia di Sokovia) che scivola nella ripetitiva distruzione di un ennesimo esercito di droni senza volto, oltre che in sconnessioni narrative evidenti come le visioni magiche forzate di Thor (Chris Hemsworth) nella caverna. Tuttavia, Age of Ultron è invecchiato come un vino pregiato: i suoi difetti strutturali sono stati ampiamente perdonati alla luce di quanto le sue premesse siano state cruciali per la riuscita narrativa di Infinity War ed Endgame. Un capitolo logorante per il suo creatore, ma in retrospettiva assolutamente indispensabile.
🎬 Valutazione
Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
4
★★★★★
