Black Widow compie cinque anni: la recensione del tardivo e malinconico prequel Marvel che ha finalmente celebrato l’eroina di Natasha Romanoff
Diretto da Cate Shortland, Black Widow è arrivato nelle sale (e in contemporanea su Disney+ in piena era pandemica) con un tempismo a dir poco paradossale, posizionandosi narrativamente dopo la morte eroica e definitiva della sua protagonista in Avengers: Endgame. Nonostante questa pesante zavorra temporale che azzera la tensione per il destino dell’eroina, la pellicola riesce a ritagliarsi una sua profonda identità, offrendo a Natasha Romanoff (Scarlett Johansson) quel necessario e meritato momento di intimità e scavo psicologico che il caotico franchise le aveva sempre negato.
Il cuore pulsante dell’opera si discosta nettamente dalle classiche minacce cosmiche in computer grafica per esplorare territori più crudi e terreni, a cavallo tra lo spy-thriller muscolare alla Jason Bourne e il dramma familiare disfunzionale. La sceneggiatura costringe Natasha a fare i conti con i propri demoni interiori, affrontando il trauma indicibile degli abusi subiti da bambina nella letale Stanza Rossa. La decostruzione del concetto di “famiglia”, vista non più come un rassicurante nido ma come un costrutto artificiale e manipolatorio creato a tavolino dai servizi segreti russi, rappresenta lo snodo tematico più coraggioso affrontato dai Marvel Studios.
Yelena Belova e il trionfo dell’antieroina
Se il film doveva essere un glorioso e intimo canto del cigno per la Johansson, si trasforma ben presto nell’irresistibile e perfetto trampolino di lancio per Yelena Belova. La vulcanica interpretazione di Florence Pugh ruba letteralmente la scena in ogni singola inquadratura, portando una fisicità ruvida e un umorismo nero e pungente che scardina la tipica posa fiera “da supereroina” della sorella maggiore. Il loro rapporto di amore e odio, fatto di coltellate affettuose, scazzottate furibonde e un disperato bisogno di affetto costantemente represso, costituisce l’ancora emotiva e il vero, incontrastato trionfo narrativo dell’intera pellicola, ponendo le basi per il futuro del MCU.
Taskmaster e le occasioni sprecate
Meno riuscita, purtroppo, è la gestione degli antagonisti, un cronico difetto di fabbrica della saga. Il Dreykov interpretato da un laido Ray Winstone incarna la pura, viscida e meschina misoginia del patriarcato tossico, risultando sgradevole al punto giusto ma privo di reale tridimensionalità. La vera nota dolente risiede però nella trasposizione di Taskmaster: un formidabile mercenario chiacchierone dei fumetti ridotto qui a un mero espediente narrativo muto, robotico e passivo. Il colpo di scena sulla sua reale identità funziona esclusivamente a livello tematico per tormentare i sensi di colpa di Natasha, ma sacrifica inutilmente un villain dal potenziale coreografico sterminato.
Quei crediti iniziali e l’orrore del trauma
È assolutamente impossibile analizzare la grandezza potenziale di quest’opera senza citare i formidabili e disturbanti titoli di testa, un vero unicum autoriale nella storia rassicurante dei Marvel Studios. Sulle note di una cover lenta, opprimente e luttuosa di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana, cantata da Malia J, la regia espone senza filtri il brutale traffico di esseri umani orchestrato da Dreykov. Vediamo bambine urlanti strappate alle loro case, drogate, condizionate psicologicamente e trasformate in silenziose macchine per uccidere. È una sequenza di rara, cruda potenza visiva, che fissa immediatamente un tono oscuro, sociopolitico e adulto.
Guardiano Rosso, Melina e la cena dei bugiardi
A stemperare la spaventosa tensione del passato intervengono i grotteschi “genitori” adottivi reclutati in Ohio. Il Guardiano Rosso di David Harbour è una deliziosa, tenera e malinconica parodia dell’eroismo sovietico, un super-soldato appesantito e intrappolato nelle glorie (spesso inventate) del passato. Accanto a lui, la glaciale e pragmatica Melina Vostokoff di una magnifica Rachel Weisz bilancia le gag con la freddezza calcolatrice di chi ha barattato la propria bussola morale pur di sopravvivere al sistema. La scena della cena riunita attorno al tavolo logoro di quest’assurda spy-family esplora corde di inaspettata umanità, tra vecchie divise strette e litigi irrisolti.
Il cielo esplode e l’eredità di Natasha
Come spesso accade in queste produzioni miliardarie, l’intimità del racconto frana in parte in un terzo atto (la colossale distruzione della Stanza Rossa sospesa tra le nuvole) che cede alla trappola del rimbombante spettacolo in CGI, disinnescando l’eccellente tensione artigianale costruita nei duelli corpo a corpo di Budapest. Tuttavia, Black Widow si chiude lasciando un’eredità affettuosa, commovente e necessaria. Un atto di giustizia cinematografica arrivato troppo tardi, ma capace di onorare il sacrificio di un’eroina fondativa per poi passarne brillantemente il testimone a una nuova generazione.
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