Boyhood racconta dodici anni di vita che muta continuamente. Eppure, qualcosa rimane per sempre: il momento presente in cui ci accorgiamo di essere vivi.
È sempre adesso. E Richard Linklater ce lo mostra con la storia di una vita. Il regista statunitense raduna per dodici anni gli stessi attori per raccontare la quotidianità autentica, quella che accade naturalmente. Gli anni scorrono, tra perdite, traguardi e cambiamenti, per arrivare alla consapevolezza che non esiste un attimo da cogliere, perché l’attimo è in ogni momento presente. E spesso non ce ne rendiamo conto, ma il tempo ci attraversa lasciando in noi tracce del suo passaggio.
Boyhood, la trama
Boyhood (2014) segue la vita di un bambino qualsiasi, Mason (Ellar Coltrane), che vive in Texas con sua sorella Samantha (Lorelei Linklater) e la madre Olivia (Patricia Arquette). Mason ha già sperimentato il dolore della separazione, in particolare quella da suo padre Mason Sr. (Ethan Hawke). Un uomo dallo spirito libero, che dopo un periodo di assenza torna per recuperare il rapporto con i figli.
Attraverso gli occhi di Mason, assistiamo in prima persona ai cambiamenti che la vita riserva: traslochi, persone che rimangono indietro, primi amori e momenti difficili. Linklater segue il percorso naturale del tempo, esplorando intimamente la crescita e più in generale la vita. E lo fa con una tenerezza disarmante.

Il tempo fluisce, ma è sempre “ora”
Boyhood non ha una trama convenzionale, eppure non c’è niente di più naturale del suo svolgimento. Non ci sono colpi di scena, ma solo il tempo che cammina. Il volto di Mason muta, così come quello degli altri personaggi. E con loro cambiano le case, i luoghi, la società. Non c’è mai un punto fermo perché la vita è un continuo andare avanti, anche quando tutto ci sembra placido.
Il passato diventa memoria e il futuro è solo una proiezione, una possibilità. In realtà, entrambi sono mere illusioni. È come se non esistessero davvero, perché, se ci pensiamo, è sempre ora, è sempre il presente. Ed è proprio questo che ci plasma continuamente, anche quando non ce ne accorgiamo.
Olivia e la vita che sfugge
Uno dei personaggi più interessanti e straordinari è Olivia, la cui interpretazione valse il Premio Oscar alla Migliore Attrice non protagonista a Patricia Arquette. La madre di Mason è forse il personaggio più tenero e tragico. È una donna alla continua ricerca di una stabilità, di una sicurezza e anche se inizialmente non sembra, ha una paura tremenda di restare sola. Olivia cade sempre negli stessi errori, scegliendo uomini sbagliati dai volti diversi ma fatti della stessa sostanza. E così il copione si ripete continuamente, con un epilogo sempre doloroso. Olivia è una donna colta, intelligente e forte, eppure ha un vuoto incolmabile.
Una delle scene chiave del film – e forse la più commovente – è quella in cui la donna si ritrova ormai a vivere da sola, in un appartamento piccolo ma accogliente. Sua figlia Samantha è già andata via dal nido materno e ora tocca a Mason, che deve andare al college. Qui, Olivia si lascia andare a un dolore, forse trattenuto per tutta la vita: sente che ormai per lei è finita ogni tappa, ogni cosa importante. Non c’è più nulla che la aspetta, nessun grande amore né momento significativo, perché li ha vissuti tutti. È un personaggio meraviglioso e fragile che ci dice quanto, a volte, la vita ti tolga più di quanto ti abbia dato.

Mason, guardare il mondo attraverso un obiettivo
Mason cresce davanti ai nostri occhi. Sin da bambino, appare come un’anima presente ma sempre in bilico tra il qui e un altrove. Le sue emozioni cambiano e così le sue consapevolezze, anche se in modo sottile. Infatti, sembra essere sempre avvolto da una sorta di incomunicabilità con il mondo che lo circonda. Così, inizia a osservarlo attraverso un obiettivo, trovando nella fotografia un custode del tempo. Mason coglie tutti quegli attimi che altrimenti sfuggirebbero, come a dare un senso ad ogni frammento. Attraverso le istantanee congela il momento presente, testimoniando che è davvero accaduto. Il suo è un modo per dare valore a ciò che è stato, affinché non svanisca nell’oblio di una vita fatta di caos e incertezze.
La vita, quella vera
La regia di Richard Linklater, autore della Before Trilogy e recentemente tornato con Nouvelle Vague, è profondamente umana e realistica. Rinunciando all’enfasi fittizia, il regista restituisce, forse, la vera tragedia della vita. E lo fa attraverso l’ordinaria esistenza. È per questo che la nostalgia ci assale, perché cresciamo insieme ai protagonisti, comprendendo quanto tutto sia effimero e ogni cambiamento silenzioso. Arriviamo alla soglia della mezza età senza accorgercene, che improvvisamente non abbiamo più nulla.
Il cast restituisce una verità emotiva rara da cogliere sullo schermo, inondato dalla luce naturale che fluisce. La colonna sonora fa da spartito del tempo, attraverso i brani iconici di quegli anni. Tutti i linguaggi del cinema si intrecciano in un film che racconta la vita stessa, ossia quella che stiamo vivendo anche noi ora.
Boyhood, il tempo che vive di noi
A fine film, vorremmo sapere cosa succederà a Mason e che ne sarà di tutti. Ma non potremo mai saperlo, così come non possiamo sapere nulla di noi stessi. Linklater ci lascia con estrema naturalezza una riflessione potentissima e tenera sulla vita e sui legami che creiamo, che permane anche dopo i titoli di coda. Per questo motivo Boyhood non è solo la storia di Mason e della sua famiglia, ma un ritratto del tempo che scorre inesorabile in tutti noi. E forse è proprio questo personaggio immateriale il protagonista, che per quanto possa sembrare invisibile, si manifesta attraverso la ciclicità di ogni essere vivente.
Sulla cima di una montagna, Mason e una ragazza appena conosciuta al college parlano proprio di questo: dell'”adesso”. Si tratta di un unico momento che esiste davvero al di là di tutto, quel momento in cui, dopo anni di cambiamenti ed esperienze vissute, ci rendiamo conto di essere vivi.

