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Cure, il progenitore del J-horror
Cure, l’horror psicologico giapponese che ha contribuito a diffondere il genere: un viaggio attraverso l’oscurità con un mix di calma e cinicità.
Mentre attendiamo freneticamente ma con aspettative moderate il 17 aprile per l’uscita in sala di Cloud, ultimo sforzo cinematografico del maestro giapponese Kiyoshi Kurosawa, dal 3 aprile è stato finalmente distribuito nelle sale italiane il suo capolavoro Cure, stupendo film che giunge nel nostro paese con ben 28 anni di ritardo e con qualche problema di adattamento.
Il film, uscito in Giappone nel 1997, rappresenta una delle prime opere del cosiddetto j-horror – insieme a The Ring dell’anno successivo e Audition del 1999 – nonchè forse l’opus magnum del regista. Ha ricevuto maggiore attenzione ed una restaurazione in 4K anche grazie alle dichiarazioni d’amore verso il film da registi come Ari Aster, Bong Joon-Ho e Martin Scorsese.
Cure
Kôji Yakusho – collaboratore di Kurosawa e recente protagonista di Perfect Days – interpreta Ken’ichi Takabe, integerrimo detective della polizia, che si trova davanti ad un caso senza precedenti: una serie di omicidi nei quali gli assassini rimangono nei luoghi dei crimini in stato confusionale, non sapendo dare spiegazioni sui casi. Le vittime, invece, oltre ad essere sempre persone vicine all’assassino, presentano tutte un’incisione a forma di X sul corpo.
Mentre il numero di omicidi legati al caso continua a crescere, il detective Takabe deve fronteggiare anche la malattia di sua moglie Fumie e l’arrivo di Kunio Mamiya, giovane ed affascinante ragazzo che soffre di memoria a breve termine. Takabe dovrà cercare di non perdere la testa sulla lastricata scia di sangue ed orrore che è costretto a seguire.
Una violenza irrazionale in un mondo cinico
L’unicità della storia è proprio il mondo in cui i personaggi si muovono, le loro sfere private ed il contorno che li circonda. Proprio questa cornice, che Kurosawa dipinge attentamente, è la chiave per comprendere le vicende del film. La società versa in uno stato d’emergenza, sull’orlo della disperazione ma nessuno se ne accorge e la violenza risucchia tutti quelli che, loro malgrado, ne vengono in contatto, lasciando però la realtà immutata.
Il cammino del protagonista corrisponde al viaggio dello spettatore durante la visione: una lenta ed inesorabile discesa verso la follia del malessere o una risalita come baluardo di un mondo putrido e cattivo. Ma il mondo non è solamente bianco e nero, non lo è neanche quello del film, tutto è sfacciettato, anche se non sembra.

Lo stile bizzarro
Inquietudine e disagio sono due termini che si associano molto a Cure. Ma perchè? La violenza “grafica” dei corpi mutilati e degli omicidi cruenti rende il racconto cinematografico più straziante e difficile da vedere, ma non è questa rappresentazione visiva che mette a disagio lo spettatore. O, almeno, non solo questo. Qui sta la differenza con il cinema USA, dal quale Kurosawa stesso ammette di aver attinto parecchio – Seven e Il silenzio degli innocenti.
Kurosawa si serve del montaggio e dei piani sequenza, strettamente collegati. Il regista vuole prendere le distanze dagli eventi della storia, in maniera cinica e quasi calma, attraverso campi lunghi e scene interminabili, spesso senza musica e spesso senza che stia effettivamente succedendo nulla in scena. Allo stesso modo, quando invece l’azione verte su dei passaggi fondamentali, quando i protagonisti della storia e la storia stessa potrebbero subire un’importante deviazione… c’è un taglio, la scena finisce in anticipo, lasciandoci solo presagire il futuro, in un’agghiacciante stato di perplessità.
Tutte le cose dentro di me… ora sono fuori
In aggiunta agli straordinari elementi tecnici dell’opera, come anche il mondo in cui si muove la macchina da presa e l’attenzione verso ogni scenografia, sono le interpretazioni che ci portano a stare attaccati allo schermo, in particolare quella di Yakusho, perennemente in bilico tra lucidità e follia, amore ed odio, religiosità e peccato.
Per concludere, Curenon ha peccati, a differenza dei suoi personaggi. E il finale si chiude senza fronzoli, senza spettacolarità, senza intrattenimento banale. Il film finisce. Punto. Poi torniamo a casa e il film, forse, ancora non è finito. Una realtà violenta e sanguinaria e le persone non se ne rendono conto, o forse, semplicemente decidono di non fare nulla.
