474Views
Primavera: la recensione
Primavera è un film che vuole raccontare l’amore per la musica e, insieme, la voglia di libertà. La musica diventa strumento di conoscenza personale e di emancipazione.
Esordio alla regia cinematografica di Damiano Michieletto, Primavera è tratto dal romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa, vincitore del Premio Strega. Arriva nel panorama italiano come un’opera ambiziosa, elegante e fortemente concentrata sul rapporto tra musica e immagine. Il film è stato presentato al Festival del Cinema di Toronto.
La volontà del regista non è quella di fare un biopic tradizionale sul genio di Vivaldi né di fare di Cecilia in un’eroina, ma vuole essere un’opera in cui la libertà nasce e cresce attraverso l’elemento della musica.
La Trama
L’opera prima di Michieletto porta in scena la storia di Cecilia (Tecla Insolia), giovane che vive nell’Ospedale della Pietà a Venezia, istituzione che, non solo accoglie le ragazze abbandonate dai genitori, ma le forma come talenti musicali. Anche se tutto ciò sembra un’opera benevola, come dice Cecilia, gira tutto intorno ai soldi e le ragazze non sono altro che le merci di questo orfanotrofio, sempre pronto a vendere la loro dote. Cecilia, assieme alle sue compagne, suona nell’orchestra, esibendosi per un pubblico che le ascolta ma non le vede, separato dalle musiciste da una grata che è il loro divisore fisico e simbolico dal resto del mondo. La vita della protagonista è segnata, verrà data in sposa al conte Sanfermo (Stefano Accorsi), ovviamente quello che sembra essere una liberazione non è altro che l’ennesima costrizione di una società che decide per le donne. Tutto cambia quando alla guida dell’orchestra arriva Antonio Vivaldi (Michele Riondino). Questo non sarà solo un ottimo direttore d’orchestra, ma insegnerà a Cecilia la determinazione e le farà vedere il suo talento per la musica attraverso uno sguardo diverso.
La musica come protagonista
La vera protagonista del film è senza ombra di dubbio la musica, o meglio, la sua potenza. Cecilia vuole conoscere la vita oltre quelle grate, e il suo modo di respirare libertà passa attraverso le note. La musica non è più un rifugio verso l’interno ma una spinta verso l’esterno, un desiderio di esistenza piena. Attraverso Vivaldi, Cecilia scopre l’ambizione artistica, scopre di avere talento e non vuole perderlo per niente al mondo. Scopre di non voler essere solo una voce invisibile. La musica non è mai semplice accompagnamento, ma colonna portante della pellicola e sopratutto il vero leitmotiv di questa. La decisione di non avere solo musiche originali di Vivaldi, ma anche una colonna sonora originale firmata da Fabio Massimo Capogrosso, vuole unire quello che è la musica classica, istituzionale a un mondo dal gusto più moderno.
I punti di forza
I punti di forza del film sono sicuramente l’elemento visivo e quello sonoro: Michieletto lavora con la fotografia di Daria D’Antonio e la scenografia di Gaspare De Pascali in modo da destrutturare l’immagine di una Venezia da cartolina, ma riportando sullo schermo principalmente l’interno dell’ orfanotrofio per rimarcare il senso di costrizione delle giovani. I costumi di Maria Rita Barbera, sono un altro elemento di forza del film, ci presentano le ragazze sempre con delle maschere quando suonano e con i capelli sempre coperti, soprattutto quest’ultima scelta si rivelerà essere simbolo di costrizione che alla fine si trasforma in libertà, vediamo finalmente Cecilia con i capelli sciolti. Queste scelte aumentano la forza visiva del film. Tutti questi elementi fanno sembrare un film un grande concerto curato nei minimi dettagli.
L’opera prima di Michieletto è un esperimento, quasi riuscito. Se dal punto di vista visivo e interpretativo non lascia dubbi, quello che ci sembra essere un pò più debole è la sceneggiatura. Forse l’attenzione estrema ai dettagli visivi non ha lasciato spazio a uno sviluppo del conflitto in un modo totalmente convincente. Noi crediamo perfettamente a quello che ci trasmettono i personaggi, ma dall’arrivo del generale Sanfermo all’ uscita di Cecilia dall’orfanotrofio ci sembra tutto un pò troppo veloce, non permettendo al conflitto di crescere.
Nonostante ciò, la pellicola rimane comunque efficace e si piazza come un ottimo esordio alla regia nel panorama italiano.

Cast e interpretazioni
Tecla Insolia conferma di essere una delle nuove stelle del cinema italiano: la sua Cecilia è magnetica, intima. Nel silenzio riesce a costruire un personaggio che, attraverso sguardi e non detti, riesce a commuovere lo spettatore e rendere perfettamente la voglia di libertà del suo personaggio, ma sopratutto il senso di costrizione. Al suo fianco, Michele Riondino, attore che a ogni sua interpretazione dimostra continuamente di potersi calare nei panni di chiunque; confermandosi uno degli attori migliori che abbiamo in Italia. Il suo Vivaldi non è una figura eroica o romantica: il suo personaggio si pone come guida, capace di aprire gli occhi di una ragazza sul suo talento ma sopratutto di svelare un sistema che è interessato a sfruttare il talento femminile senza concedergli autonomia. Quello che conta sono sempre i soldi, non cosa vogliono le ragazze veramente.
Il rapporto tra i due è uno degli elementi cardine del film, ma quello che colpisce di più è sicuramente il fatto che non abbia un doppio fine. L’ unica cosa che accomuna i due è la musica, l’amore per questa ma sopratutto la voglia di libertà. Vivaldi accompagna Cecilia verso la sua autoaffermazione. Ma chi la accompagnerà alla porta verso l’uscita dal suo stato, sarà la stessa che l’ha rinchiusa in gabbia, è il personaggio di Fabrizia Sacchi, la governante dell’Orfanotrofio. All’inizio del film vediamo quest’ultima buttare dei gattini, trovati in trappola dalle ragazze, nel canale; questa scena ci ricorda quello che vive Cecilia, lei è in gabbia e qualcuno sta decidendo per lei. Quella che ci sembra essere una dura governante, alla fine si ritroverà a vedere nella ragazza la voglia di libertà crescere e capirà che alla fine il gattino dev’essere libero di poter scegliere da solo la sua strada.
Conclusione
Primavera, è un esordio interessante ma sopratutto coerente col percorso teatrale e di opera lirica del regista. Un film che riflette sul talento come dono e come prigione, sull’arte come possibilità di libertà ma anche come merce per i più ricchi. Il controllo totale dell’estetica, lasciano a volte la sceneggiatura un pò in ombra, non permettendo al conflitto di svilupparsi in modo imponente. Michieletto non sceglie una regia che osa, ma punta tutto sulle immagini accompagnate da un ottimo cast.
Primavera è un esordio elegante e imperfetto, che trova nella musica il suo linguaggio più autentico. E’ un film che ascolta il silenzio, trasforma la musica in ricerca di libertà per Cecilia, trasformando la sua esperienza in esperienza universale.
🎬 Valutazione
Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
3.5
★★★⯨★