Monster: The Lizzie Borden Story arriva su Netflix

Monster: la storia di Lizzie Borden, la recensione

Una quarta stagione tutta al femminile, ma nemmeno Lizzie Borden e Aileen Wuornos riescono a risollevare il format già in declino di Monster.

Scritta da Ian Brennan e diretta a quattro mani da Max Winkler e Sarah Adina Smith, Monster: la storia di Lizzie Borden mette in scena la vicenda della giovane assassina del Massachusetts, accusata nel 1892 di aver massacrato a colpi di ascia suo padre e la sua matrigna. Nella struttura narrativa, Brennan tenta una rilettura moderna all’insegna dell’empowerment femminile, ma la serie non spicca, anzi riconferma il declino del format di Monster, iniziato già dalla precedente stagione con protagonista Ed Gein.

La storia di Lizzie Borden

Per contestualizzare la vicenda torniamo nel 1892 a Fall River, in Massachusetts. Andrew Borden (Charlie Hunnam) un falegname notoriamente spilorcio, vive con la seconda moglie Abby (Rebecca Hall), le figlie Emma e Lizzie (Ella Beatty), nate dal suo primo matrimonio con la defunta Sarah. Ai tempi dei fatti, in casa vive anche la domestica irlandese Bridget Sullivan (Vicky Krieps).

Il 4 agosto i corpi dei coniugi Borden vengono ritrovati massacrati da numerosi colpi d’ascia. Le prime indagini portano velocemente all’incriminazione di Lizzie. Durante il processo, però, l’avvocato difensore riesce a smontare la tesi dell’accusa facendo notare che l’estrema ferocia accanita sui corpi non poteva essere opera della forza fisica di una donna. Lizzie viene quindi assolta.

Negli anni a venire, il caso di Lizzie Borden diventa di risonanza nazionale, tanto che già nel 1893 il giornalista Edwin H. Porter scrive di lei in The Fall River Tragedy: A History of the Borden Murders.

Se della vita di Lizzie dopo l’assoluzione non sappiamo tanto, la serie invece fantastica (forse anche troppo) rendendo il personaggio quasi una caricatura di sé stesso. Lizzie inizia a interessarsi alla condizione femminile del tempo e alla lotta al patriarcato, trasformandosi nell’emblema del suffragismo americano.

Sulla carta si tratterebbe dell’arco di trasformazione perfetto per un personaggio: dalla sottomissione familiare iniziale alla rivalsa pubblica come icona della lotta, passando ovviamente per l’uccisione dei cattivi. Non esiste però alcuna fonte storica che attesti un coinvolgimento di Lizzie nei movimenti femministi dell’epoca. Le cronache successive riportano solo una sua incriminazione per furto e la sua morte, avvenuta nel 1927 all’età di 67 anni.

Una quarta stagione tutta al femminile, ma nemmeno Lizzie Borden e Aileen Wuornos riescono a risollevare il format già in declino di Monster.

Monster: il declino del format

Dopo un ottimo esordio con la prima stagione dedicata al serial killer Jeffrey Dahmer e un buon seguito con la vicenda dei fratelli Menendez, il format aveva già mostrato i primi segni di cedimento nella terza stagione dedicata ad Ed Gein. Questo quarto capitolo non fa che confermare la parabola discendente dello show di Ryan Murphy, ormai ripiegato completamente sullo standard delle produzioni Netflix di seconda fascia. È una tendenza che sfortunatamente sembra colpire gran parte delle sue produzioni più recenti. L’esempio più evidente è All’s Fair su Disney+, così come The Beauty, ossia la brutta copia di The Substanc, con l’aggravante di aver anche sprecato il talento Isabella Rossellini.

Per chi, come me, è cresciuto con Glee e American Horror Story, ora si ritrova sicuramente deluso di fronte a queste narrazioni banali e sature, con un uso ridicolo dello splatter con vasche di sangue e vomitate a spruzzo, ben lontano dal fascino di American Horror Story: Asylum oRatched. Il format è ormai ridondante, le puntate scorrono lente e non c’è nemmeno un cliffhanger che valga la pena di un binge watching.

Lizzie Borden: un nuovo mostro da compatire

Come da prassi, in Monster, Murphy e Brennan cercano di umanizzare gli assassini, orientando lo sguardo dello spettatore verso un sentimento di compassione per il killer. Sebbene il carnefice sia spesso stato a sua volta una vittima, non bisognerebbe dimenticarsi la realtà dei fatti che lo hanno reso triste protagonista della cronaca, giustificandone la deriva cupa in virtù delle vessazioni subite in passato.

Se da un lato è innegabile che questa dinamica sia perfetta per confezionare una narrazione interessante e scrivere un personaggio più completo, dall’altro diventa sempre più difficile trovare il confine tra uso e abuso della violenza a scopo narrativo.

Lizzie feat Aileen

La sceneggiatura, già di per sé un po’ piatta, allunga i tempi per coprire il minutaggio degli otto episodi canonici. La storia di Lizzie Borden si esaurisce talmente in fretta che a metà stagione si aggiunge un altro filone narrativo, quello di un’altra serial killer vissuta quasi un secolo dopo: Aileen Wuornos (Sarah Paulson). La sua sottotrama reclama sempre più spazio, dando l’impressione che gli autori abbiano trovato il suo personaggio più interessante di quello di Lizzie.

Nel ripercorrere alcuni momenti della vita di Aileen, Brennan ne fa emergere una morbosa ossessione per Lizzie, che viene idolatrata come la giustiziera degli oppressi, e rivede in lei e nella sua storia il riflesso del proprio passato fatto di violenze e abusi familiari. Un parallelismo infilato quasi a forza, anche perché non esiste alcuna prova che dimostri che Wuornos abbia effettivamente visitato la proprietà dei Borden o che sia stata personalmente influenzata dalla vicenda di Lizzie.

Una quarta stagione tutta al femminile, ma nemmeno Lizzie Borden e Aileen Wuornos riescono a risollevare il format già in declino di Monster.

Conclusione

Dobbiamo quindi ammetterlo: Monster: la storia di Lizzie Borden è decisamente deludente. Non coinvolge e gli episodi scorrono per inerzia senza mai suscitare vera curiosità. L’arrivo a metà stagione di Sarah Paulson ravviva un po’ i toni, in particolare nella scena onirica sulle note di Smalltown Boy dei Bronski Beat, ma questo non basta.

Più che la storia di Lizzie Borden, vi consiglierei un rewatch delle serie più iconiche di Ryan Murphy: dalle prime stagioni di American Horror Story a Ratched oppure Hollywood, fino a Love Story, di tutt’altro genere ma assolutamente meritevole.