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Dietro la sceneggiatura: Rodolfo Sonego
L’autore silenzioso dietro molti capolavori della commedia italiana: il ritratto di Rodolfo Sonego nella nostra rubrica sugli sceneggiatori.
Parlare di Rodolfo Sonego significa raccontare una delle figure più importanti – e al tempo stesso meno conosciute – del cinema italiano. Sonego nasce a Belluno nel 1921, in un’Italia ancora rurale, dove la cultura è spesso un lusso e l’orizzonte di vita appare segnato fin dalla nascita. Ma lui dimostra fin da subito una sensibilità particolare, una curiosità profonda verso il mondo umano, sociale e artistico. Durante la sua giovinezza, affronta in prima persona il trauma della Seconda Guerra Mondiale: partecipa attivamente alla Resistenza, diventando comandante partigiano.
Dopo il conflitto, Sonego si trasferisce a Roma. Qui inizia a frequentare ambienti culturali vivaci, animati da artisti, giornalisti, scrittori. Si avvicina inizialmente al mondo della pittura, della grafica, e della scrittura satirica, ma presto è il cinema ad attrarlo in maniera definitiva. Entra in contatto con Cinecittà in un momento cruciale: il dopoguerra è una fucina di progetti, idee, sperimentazioni. Il neorealismo domina, ma qualcosa sta già cambiando.
Nel corso della sua carriera, Sonego ha collaborato con registi come Dino Risi, Luigi Zampa, Luigi Comencini, Nanni Loy, Antonio Pietrangeli, Ettore Scola. Ha scritto oltre 60 sceneggiature, molte delle quali entrate nella storia del cinema italiano. Eppure, per decenni il suo nome è rimasto relegato ai margini. Solo negli ultimi anni critici e studiosi hanno cominciato a riconoscere il suo ruolo di autore pieno, alla pari dei registi.
L’incontro con Alberto Sordi: più di una collaborazione
Il vero punto di svolta arriva negli anni ’50, quando Rodolfo Sonego conosce Alberto Sordi. Non si tratta di una semplice conoscenza professionale: nasce un sodalizio umano e artistico tra due personalità diversissime ma complementari. Sordi aveva già lavorato con registi del calibro di Fellini, ma con Sonego trova uno sceneggiatore capace di andare oltre la caricatura. È proprio Sonego a intuire che dietro la maschera del romano spaccone si nascondeva il potenziale per raccontare l’intero spettro delle debolezze italiane del dopoguerra.
Per oltre trent’anni, Sonego sarà il principale autore delle sceneggiature interpretate da Sordi. Non si limitava a scrivere: spesso inventava i soggetti, consigliava le inquadrature, suggeriva perfino le battute più efficaci. Era una specie di ombra costante, un regista nascosto che manovrava la macchina narrativa dei film.

La commedia come lente d’ingrandimento sulla società
Sonego non scriveva “commedie” nel senso classico del termine. I suoi copioni erano radiografie precise di un paese in trasformazione. L’Italia del boom economico, della speculazione edilizia, del clientelismo, della perdita dei valori tradizionali: tutto questo emergeva nelle sue storie. La sua bravura consisteva nel far ridere mostrando la tragedia, o almeno la malinconia, che si nascondeva sotto la superficie.
Film come Una vita difficile (1961), diretto da Dino Risi, raccontano la storia di un ex partigiano idealista che si scontra con il cinismo dell’Italia repubblicana. Oppure Il medico della mutua (1968), con la regia di Luigi Zampa, che smaschera la corruzione del sistema sanitario con un’ironia tagliente. E poi c’è Lo scopone scientifico (1972), diretto da Luigi Comencini, dove Sordi e Silvana Mangano cercano inutilmente di riscattarsi socialmente giocando a carte con una vecchia miliardaria americana (Bette Davis): una metafora grottesca e amara della lotta di classe.
Un narratore silenzioso, ma decisivo
Nonostante abbia firmato decine di film importanti, Rodolfo Sonego è rimasto a lungo nell’ombra. Non amava mettersi in mostra, né cercava visibilità. Per lui il cinema era un lavoro di squadra, e il suo compito era far funzionare la macchina narrativa, anche senza comparire nei titoli più grandi. Eppure, chi lavorava con lui sapeva bene quanto fosse centrale: i registi lo consultavano su ogni dettaglio, gli attori gli erano riconoscenti per la qualità dei ruoli, i produttori si affidavano alla sua capacità di coniugare gusto popolare e profondità.
Era uno sceneggiatore colto, che leggeva molto, ascoltava le persone, osservava il mondo intorno a sé con uno sguardo quasi sociologico. Ogni personaggio che scriveva – per quanto comico – era tratto da una verità vissuta, da un’umanità riconoscibile.
Un autore che ci riguarda ancora
Rodolfo Sonego ci ha lasciati nel 2000, ma le sue storie parlano ancora. Anzi, forse oggi parlano più forte, perché ci ricordano che la commedia può essere una forma altissima di verità. Che si può raccontare il potere, la miseria, la furbizia, la codardia e l’eroismo senza alzare la voce. E che dietro un personaggio ridicolo si può nascondere la storia intera di un paese. Dal 2006 viene assegnato il Premio Rodolfo Sonego, un riconoscimento dedicato alla sceneggiatura, istituito per valorizzare nuovi talenti e promuovere una scrittura cinematografica attenta alla realtà, proprio nello spirito dell’autore bellunese.