La fontana della vergine, la recensione su Almanacco Cinema

Il cinema di Ingmar Bergman: La fontana della vergine

Per la rubrica settimanale Il cinema di Ingmar Bergman, oggi parliamo de La fontana della vergine, una potente tragedia ambientata nel periodo medievale.

La pellicola del 1960, vincitrice dell’Oscar al miglior film straniero, interroga lo spettatore sul senso di giustizia, la colpa e il silenzio di Dio. Ad oltre sessant’anni dalla sua uscita il film è riuscito a mantenere la sua potenza tragica e spirituale, con una narrazione che scava nel profondo della condizione umana: il rapporto tra fede e violenza, senso di colpa e redenzione.

Una tragedia senza tempo

Ambientato in una Svezia medievale, il film racconta di un’aggressione brutale subita da una giovane ragazza, Karin, e delle tragiche conseguenze che seguono quando i suoi assassini, inconsapevolmente, trovano ospitalità proprio nella casa della vittima. Karin era stata mandata da suo padre Töre a consegnare dei ceri alla Madonna in un giorno di festa, secondo la tradizione che voleva che l’offerta fosse compiuta da una ragazza vergine.

La giovane ragazza, accompagnata dalla serva di famiglia, di religione pagana, nel viaggio verso la chiesa incontra i due pastori che successivamente abuseranno di lei e la uccideranno. La serva, mossa dalla profonda invidia che nutriva verso la ragazza, non tenta nemmeno di aiutarla. Gli assassini fuggono alla ricerca di un rifugio per la notte, che troveranno nella casa di Karin.

L’errore fatale

I pastori commettono un errore fatale: cercano di vendere alla madre della ragazza la veste che apparteneva a Karin, ignari dell’identità della padrona di casa. La donna prende in mano l’abito insanguinato, dichiarando che sarà il marito a decidere se procedere o meno con l’acquisto. Basteranno pochi dettagli perché i genitori comprendano il tragico destino toccato alla loro figlia, anche grazie al racconto della serva, inizialmente in disparte in preda ai suoi rimorsi.

La vendetta

Sconvolto dal dolore e dalla rabbia, Töre decide di compiere una vendetta spietata: uccide i tre responsabili dell’omicidio, senza nemmeno risparmiare il più giovane del gruppo. Poco dopo, la serva, accompagna la famiglia dove giace il corpo senza vita di Karin. Mentre sollevano il cadavere, per donargli degna sepoltura, accade un evento miracoloso: inizia a sgorgare una limpida sorgente d’acqua proprio dove la testa di Karin era adagiata.

Un’opera ancora attuale

Il film, purtroppo, è tutt’altro che datato. La pellicola mostra come la violenza lasci dietro di sé un vuoto che neanche la vendetta può colmare. La brutalità subita dalla giovane Karin, la vendetta di Töre, ci ricordano come la violenza non distingue, non ripara e non guarisce nessuna ferita.

Bergman non condanna e non assolve, ci costringe a guardare in faccia l’orrore, a interrogarci sul prezzo che l’anima paga quando sceglie di rispondere al male con altro male. Eppure, il miracolo finale ci lascia un barlume di speranza: forse, solo attraverso il dolore e il pentimento, è possibile riscoprire una scintilla di grazia e intravedere una via verso la redenzione. Ma quanta sofferenza siamo disposti ad accettare prima di scegliere un’altra strada rispetto alla violenza?