La vergogna, la recensione su Almanacco Cinema

Il cinema di Ingmar Bergman: La vergogna

Per la rubrica settimanale Il cinema di Ingmar Bergman, oggi parliamo de La vergogna: una coppia, una guerra invisibile, e la lenta dissoluzione della coscienza.

C’è una guerra, ma non sappiamo dove. Ci sono soldati, fucili, tribunali, esecuzioni, ma nessuna bandiera. È la guerra vista dall’interno di un salotto borghese, dove due musicisti: Jan e Eva, si rifugiano per non scegliere. Ma l’orrore arriva lo stesso, non con i bombardamenti, ma con la vergogna.

Apocalisse borghese

Bergman ambienta il film su un’isola fittizia, qui però il terrore non è psichico, è sociale: il mondo collassa non per follia, ma per codardia. La guerra arriva come un rumore fuori campo, poi entra nelle case. Non c’è un fronte da capire, un nemico da odiare: c’è solo la lenta decomposizione dell’umanità.

La coppia

Eva (Liv Ullmann) cerca di mantenere un legame con il reale: coltiva l’orto, prova a capire, piange. Jan (Max von Sydow) invece si smarrisce, si annulla. Quando si troverà ad avere potere su un prigioniero, si trasformerà in ciò che temeva. È il momento in cui Bergman mostra come la vergogna, più che una conseguenza, è una scelta: la resa della coscienza.

La metafora

A differenza dei suoi lavori più simbolici, La vergogna è spietatamente concreto. I silenzi sono taglienti, il bianco e nero graffia. Non c’è poesia nella morte, né redenzione. È Bergman stesso quello che racconta l’assurdo come unica forma di lucidità.

Rivedere La vergogna oggi significa riconoscere una verità scomoda: non c’è bisogno di ideologie per produrre barbarie, basta l’indifferenza. Jan e Eva siamo noi, borghesi colti convinti che il peggio succeda sempre altrove. La vergogna è forse il film più spoglio e contemporaneo di Bergman.

Non urla, non denuncia, ma mostra. Con questa pellicola, il regista sperimenta un realismo metafisico: il mondo crolla, ma non per cause storiche, bensì morali. È la resa interiore a produrre la catastrofe esterna. Non serve Dio, né Diavolo. Basta smettere di parlare, di guardarsi, di prendersi la colpa. Da qui nasce la vergogna: dal vuoto che resta quando l’etica ci abbandona.