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Manchester by the Sea

Manchester by the Sea: Il trauma nel cinema – Sotto la superficie

Manchester by the Sea è un viaggio struggente nel dolore muto, dove il trauma e l’impossibilità di perdonarsi si annidano in ogni momento del presente. 

Manchester by the Sea (2016), scritto e diretto da Kenneth Lonergan, è un dramma che affronta la devastazione di un uomo che ha perso tutto. Ma che, in un modo o nell’altro, continua a sopravvivere. Un uomo impenetrabile che non cerca redenzione, interpretato magistralmente da Casey Affleck, che per questo ruolo vinse l’Oscar come Miglior attore protagonista. Un’interpretazione intensa, sempre sul punto di esplodere, ma che puntualmente si trattiene.

Lonergan vinse invece l’Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale. La sua è una scrittura che ha saputo raccontare cosa resta nel cammino dei nostri ricordi. Cosa resta in un luogo in cui non c’è più niente se non dolore: una città custode di un trauma indicibile, e un corpo spento, la cui anima è morta anni prima.

Manchester by the Sea, prefazione

Ambientato tra le coste spoglie del Massachusetts, Manchester by the Sea racconta una tragedia sulle note di Lesley Barber. Lee Chandler è obbligato a tornare nella sua città natale dopo l’improvvisa morte del fratello Joe, che lo ha nominato tutore del figlio Patrick. Ma quel ritorno si trasforma in un salto nei ricordi del passato di Lee. In una città che gli sussurra, in ogni suo angolo, il dolore muto che è rimasto dopo un lutto atroce che ancora rimane. Una perdita di cui lui è in parte responsabile.

Manchester by the Sea

Lee Chandler, vivere dopo la fine

Lee tiene costantemente la mano a un’unica entità: il trauma. Il suo non è solo dolore per la perdita dei figli, ma la consapevolezza che a causarla sia stato un suo errore. Dopo quella tragedia, Lee punisce se stesso privandosi di ogni cosa che assomigli alla felicità, smettendo di vivere. Ha svuotato il proprio corpo di tutte le variabili, scegliendo il vuoto come unica forma di espiazione. Accettare il dolore significherebbe lasciarlo fluire e, col tempo, guarire. Ma Lee non se lo concede. E così, la depressione diventa l’unica forma di esistenza che può permettersi.

Quando torna a Manchester, scopre che quasi tutti, in un modo o nell’altro, hanno provato ad andare avanti. Tutti tranne lui. Lee ha deciso di non creare più stanze di ricordi nuovi, non vuole costruire più nulla. Rifiuta ogni invito e ogni legame, aggirandosi come un fantasma tra gli abitanti e gli angoli di Manchester. Sembra come un bambino che deve ancora imparare e conoscere le emozioni. E così, il suo trauma si manifesta attraverso ogni sentimento trattenuto e soffocato, in ogni parola taciuta.

Manchester by the Sea

Manchester by the Sea, la città come custode e prigione

Lonergan insiste sulle inquadrature ambientali di Manchester-by-the-Sea. Ma questa non è mai un mero sfondo, bensì la custode silenziosa del tempo che non c’è più: le cose sono andate avanti, ma tutto sembra com’è stato lasciato anni prima. È un luogo congelato nel tempo. Ogni scorcio, ogni casa e il mare infinito, sembrano parlare costantemente di ciò che è stato. È un luogo che comunica, seppur sia profondamente silenzioso. Manchester non è mutata, e così Lee. Un uomo fantasma, sospeso in una dimensione in cui tutto manca e tutto è assenza. Infatti, il ritorno significa ricongiungersi con una ferita che ancora pulsa e sanguina silenziosamente. Come se il tempo non avesse guarito nulla e non fosse mai passato, nemmeno per un secondo.

Manchester by the Sea

Lee e Patrick, due perdite che si incontrano

Il rapporto tra Lee e Patrick, il nipote adolescente che si ritrova improvvisamente privo della figura paterna (unica figura genitoriale), è una delle parti più delicate, tenere e toccanti. Lee si ritrova a ricoprire un ruolo che gli è stato strappato in passato, e verso il quale ora si sente inadeguato, un totale estraneo. Da tempo ha smesso di credere di poter essere o valere qualcosa per qualcun altro. Entrambi affrontano una perdita, ma lo fanno in maniera differente. Patrick cerca di rifugiarsi nella normalità e nelle dinamiche adolescenziali. Il suo è un tentativo di non abbracciare il dolore né la realtà circostante. Ma questa, improvvisamente, lo riporta con i piedi a terra.

D’altra parte c’è Lee. Il dolore è diventato padrone del suo corpo, si è stagnato, prosciugando qualsiasi altra emozione. La loro relazione è fatta di fraintendimenti, silenzi e piccoli gesti che contengono un’umanità enorme. Nonostante i tentativi di Patrick di riportare lo zio Lee alla vita e donargli un’altra possibilità, anche solo facendogli comprendere che può esserci un nuovo amore, una nuova gioia, Lee rifiuta categoricamente ogni accenno di felicità.

Manchester by the Sea

Manchester by the Sea e “la stanza in più”

Manchester by the Sea è un film che, attraverso i luoghi e il suo protagonista, mostra cosa accade quando continuiamo a esistere e a respirare, ma senza vivere. Cosa accade quando il senso di colpa è così grande che ogni sogno e ogni rapporto con il futuro e il presente sono nulli. Eppure, malgrado la condanna di Lee, qualcosa sembra cambiare.

C’è qualcosa che non fa rumore che si insinua tra di loro. Un’emozione acerba, un affetto fragile che non redime, ma che scalda il cuore quel tanto che basta per spingerlo a un gesto semplice ma dal valore inestimabile: acquistare una casa con una stanza in più, per Patrick. Nel suo corpo ormai disabitato e spoglio si crea, autenticamente e senza clamore, una nuova stanza. Uno spazio interiore che nasce lentamente attraverso la presenza, senza forzature. E lì, per la prima volta dopo tanto tempo, prende posto qualcosa che somiglia lontanamente alla vita. Perché dopo anni, anche il cuore più freddo riesce ad ancorarsi a qualcosa che esiste davvero nella realtà presente. 

Manchester by the Sea