The Social Reckoning

The Social Reckoning: Facebook alla resa dei conti

Il nuovo trailer di The Social Reckoning riporta Aaron Sorkin dentro Facebook sedici anni dopo The Social Network, ma questa volta la storia non riguarda la nascita di una piattaforma: riguarda ciò che quella piattaforma ha imparato a fare alle persone.

Il film arriverà nei cinema italiani l’8 ottobre 2026 con il titolo The Social: Il prezzo della verità, un giorno prima dell’uscita statunitense. Al centro ci sono Mikey Madison nei panni della whistleblower Frances Haugen, Jeremy Allen White in quelli del giornalista del Wall Street Journal Jeff Horwitz e Jeremy Strong come Mark Zuckerberg.

Il nuovo trailer trova la sua immagine più eloquente prima ancora di entrare nell’inchiesta: Zuckerberg viene istruito su come annuire davanti a un interlocutore senza sembrare innaturale. Nel 2010 Aaron Sorkin e David Fincher raccontavano un ragazzo incapace di gestire una relazione mentre costruiva lo strumento destinato a connettere miliardi di persone.

Il social network è diventato adulto. L’educazione sentimentale del suo fondatore, evidentemente, richiede ancora assistenza tecnica.

Il social network non è più un’idea: è diventato l’ambiente

Il cambiamento più importante rispetto a The Social Network riguarda la scala del conflitto. Il primo film osservava la nascita di Facebook attraverso amicizie distrutte, cause legali e ambizioni personali; The Social Reckoning parte invece dagli eventi che portarono ai Facebook Files, la serie di inchieste del Wall Street Journal costruita sui documenti interni portati all’esterno da Frances Haugen. Nel trailer Horwitz vuole una storia sempre più grande, mentre la sua fonte deve decidere quanto rischiare per consegnargliela: la commedia feroce sull’élite tecnologica lascia così spazio a qualcosa di più vicino al thriller giornalistico e politico.

Anche la definizione promozionale dei personaggi contiene una piccola semplificazione significativa. La sinossi ufficiale di Sony presenta Haugen come una giovane ingegnere di Facebook; nella testimonianza resa al Senato statunitense nel 2021, Haugen spiegò però di aver lavorato come lead product manager per Civic Misinformation e successivamente nel settore Counter-Espionage. Non era quindi soltanto una dipendente che aveva visto qualcosa di compromettente, ma una figura collocata precisamente nell’area in cui il funzionamento della piattaforma incontrava disinformazione, sicurezza e comportamento politico.

I documenti da lei raccolti comprendevano ricerche interne, presentazioni, discussioni e memorandum aziendali e alimentarono il dibattito sull’impatto di Instagram sugli adolescenti, sull’amplificazione dei contenuti divisivi e sulla capacità di Facebook di conoscere problemi che all’esterno apparivano molto meno definiti. È qui che il titolo Reckoning acquista peso: non si tratta più di stabilire chi abbia inventato Facebook, ma quanto Facebook sapesse del sistema che aveva costruito.

Fincher lascia la regia, ma la sua ombra resta nell’inquadratura

David Fincher non dirige: Sorkin firma sceneggiatura e regia, dopo avere vinto l’Oscar proprio per lo script di The Social Network. Il film del 2010 aveva ricevuto otto candidature e conquistato tre statuette – sceneggiatura adattata, montaggio e colonna sonora – oltre a incassare quasi 225 milioni di dollari nel mondo su un budget di circa 40. Il confronto, quindi, non sarà con un semplice predecessore ma con uno dei film che hanno definito cinematograficamente la Silicon Valley prima che la Silicon Valley cominciasse a definire quasi tutto il resto.

Un ponte visivo, però, è rimasto: alla fotografia torna Jeff Cronenweth, collaboratore storico di Fincher e già direttore della fotografia di The Social Network. Cambia invece radicalmente il paesaggio musicale: al posto dell’elettronica di Trent Reznor e Atticus Ross, premiata con l’Oscar nel 2011, arriva Alexandre Desplat.

Jesse Eisenberg non è tornato e Sorkin ha raccontato di avere provato per tre giorni a convincerlo: l’attore non voleva più essere associato alla figura del fondatore di Facebook. La sostituzione con Jeremy Strong nacque quasi per caso durante il Vanity Fair Oscar Party del 2025, dove Sorkin incontrò prima Eisenberg e poco dopo Strong; l’attore di Succession si propose qualora il ruolo fosse rimasto libero. Quando arrivò sul set, secondo Sorkin, aveva già assorbito voce e cadenza di Zuckerberg.

Nel frattempo Meta ha imparato a interpretare miliardi di esseri umani

Nel 2010 Facebook chiedeva agli utenti di raccontarsi; oggi Meta prova a dedurre ciò che vogliono prima ancora che lo dicano. Dal dicembre 2025 persino le conversazioni con Meta AI sono diventate segnali per personalizzare contenuti e pubblicità; da giugno 2026 l’azienda ha annunciato che userà anche informazioni ricevute da attività esterne – per esempio giochi utilizzati o acquisti effettuati su altri siti – non più soltanto per gli annunci, ma anche per decidere cosa mostrare nel Feed e come risponde l’AI.

Finché il problema era una scelta di prodotto, una priorità commerciale, un algoritmo progettato per premiare certe interazioni, un dirigente chiamato a spiegare perché una determinata funzione fosse stata introdotta, l’errore umano era già una semplificazione, ma lasciava comunque intravedere una catena di intenzioni. Oggi l’ombrello dell’AI rischia di rendere quella catena molto più difficile da seguire.

Nella scatola nera di un modello AI sarà molto più difficile distinguere una conseguenza emergente da una scelta perseguita deliberatamente, e proprio questa opacità potrà diventare la nuova zona grigia della responsabilità. E nel frattempo, il sistema avrà imparato a “fare meglio“. E ad annuire al posto di Zuckerberg.