The Brutalist di Brady Corbet è il nuovo Oppenheimer: candidato a molti Oscar, lunghissimo e destinato a rimanere nella storia. Lo abbiamo recensito per voi.
(ATTENZIONE: CONTIENE ALCUNI SPOILER)
Lo scorso anno, Oppenheimer di Christopher Nolan aveva ottenuto ben 13 Nomination agli Oscar e si era aggiudicato ben 7 premi, inclusi quelli per il Miglior film, la Miglior regia e i Migliori attori, protagonista e non-protagonista; The Brutalist, di candidature, ne ha ricevute “solo” 10, in tutte le categorie che contano.
Oltre ad Emilia Perez, è lui il film di questi Oscar 2025. Un film che non scoraggia nemmeno a fronte dei suoi 215 minuti di durata complessiva.
Si tratta di una produzione durata anni, iniziata nel 2020 e poi interrottasi a causa della pandemia da Covid-19, realizzata con un budget molto ridotto per gli standard di Hollywood (6-10 milioni di dollari) e con l’ambizione di essere un film monumentale.
Noi lo abbiamo visto in anteprima al cinema Quattro Fontane di Roma in lingua originale e in 70mm: un’esperienza che è valsa i 12 euro del biglietto.
The Brutalist, la trama
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’architetto ungherese László Tóth (Adrien Brody), sopravvissuto a Buchenwald, emigra negli Stati Uniti. In attesa che la moglie Erzsébet (Felicity Jones) ottenga il visto e lo raggiunga assieme alla nipote Zsófia (Raffey Cassidy), si dedica a piccoli progetti di design e ristrutturazione, esprimendo una sensibilità brutalista influenzata dall’Olocausto.
Il suo talento attirerà l’attenzione di un ricco mecenate, Harrison Lee Van Buren (Guy Pierce), che gli affiderà un ambizioso progetto architettonico.

L’Olocausto, onnipresente ma solo evocato
The Brutalist è permeato del racconto dell’Olocausto che però non viene mai mostrato, nemmeno ricorrendo a banali flashback esplicativi. L’esperienza dei campi di prigionia è tutta lì, nei corpi e negli atteggiamenti dei personaggi.
László inizia una nuova vita negli Stati Uniti dopo essere sfuggito per pura fortuna alla deportazione al campo di Buchenwald: questo renderà possibile tutto quello che succederà dopo nel suo vissuto e nel film. Su di lui, l’esperienza traumatica ha lasciato una profonda fragilità di fondo, che lo renderà facile vittima di una dipendenza dalla droga, e l’impotenza, come suggerito a inizio film.
D’altra parte Erzsébet e la nipote Zsófia, da quell’orrore, ci sono uscite da poco e in seguito a grandi sofferenze. Gli effetti dell’Olocausto li portano sulla propria pelle: la prima è costretta su una sedia a rotelle a causa di un’osteoporosi causata dalla malnutrizione, come lei stessa racconta. Mentre la seconda, orfana di madre, si rifugia in un prolungato mutismo.
Una struttura epistolare in 3 atti. E il commento musicale
Il racconto delle vicende del protagonista, e il suo peregrinare, è scandito dalle lettere di sua moglie, che danno struttura e respiro a un film lungo ma mai statico o noioso.
A scandire i tre atti in cui è diviso il film è anche una colonna sonora magistrale e sincopata, che non punta sulla melodia ma su sferzate che enfatizzano le scene madre. Una colonna sonora che, non a caso, ha ricevuto una meritatissima nomination agli Oscar come Miglior colonna sonora originale per il suo creatore Daniel Blumberg.
The Brutalist, una storia inventata
Malgrado la verosimiglianza della storia raccontata in The Brutalist, il film non è biografico. Il nome del protagonista, László Tóth, sembra essere stato preso in prestito da un operaio ungherese noto per aver vandalizzato vandalizzato la Pietà di Michelangelo il 21 maggio 1972.
Classe 1938, il vero Toth nacque a Pilisvörösvár, Ungheria, e si trasferì in giovane età in Australia, dove lavorava in fabbrica. Nel ’72 fu internato in manicomio in Italia a seguito della vandalizzazione della statua michelangiolesca per poi fare ritorno in Australia. Morì nel 2012.
Una fotografia da Oscar
È potentissima la scelta del regista di girare The Brutalist in VistaVision, perché permette di inquadrare “un palazzo di sei piani da cima a fondo con un semplice obiettivo 50 mm, come con un volto umano”, come dichiarato dallo stesso Corbet.
Si tratta di un formato sviluppato dalla Paramount negli anni Cinquanta che, anziché scorrere in verticale come le normali pellicole, scorre in orizzontale, dando al fotogramma 8 perforazioni (anziché 4) e garantendo una superficie d’immagine quasi raddoppiata rispetto alla classica pellicola 35mm, una risoluzione più alta e un dettaglio davvero impressionante. Un formato perfetto per visioni panoramiche, a differenza dell’IMAX 70mm utilizzato, tra gli altri, da Christopher Nolan.
Sono pochi i film girati in questo formato: tra questi, ricordiamo Vertigo. La donna che visse due volte (1958) di Alfred Hitchcock, prodotto proprio dalla Paramount.
Ma torniamo a The Brutalist: la pellicola 70mm permette una profondità di campo e una resa cromatica impossibile da eguagliare con il digitale. Inevitabile che la fotografia del film ne benefici enormemente, facendosi immersiva e maestosa: soprattutto nella scena girata a Carrara, dove László e Van Buren vanno alla ricerca del marmo perfetto.
Il paesaggio e le architetture, in questo film, prendono letteralmente vita. E incarnano tutte le istanze e la sofferenza del protagonista, alle quali ben si adatta il gusto tipicamente brutalista fatto di linee scarne e materia pura. Fino alla sua ultima opera, dedicata al suo legame con la moglie, che apparirà a fine film.


La regia
È inevitabile spendere qualche parola per colui che ha orchestrato questo bellissimo film: Brady Corbet. Giovanissimo – classe 1988 – Corbet nasce come attore-bambino di talento e prende parte a svariati film d’autore, da Thirteen – 13 anni (2003) di Catherine Hardwicke a Mysterious Skin (2004) di Gregg Araki, in cui recita nella parte del co-protagonista Brian Lackey. Non mancano all’appello film come Funny Games (2007) di Michael Haneke e Melancholia (2011) di Lars Von Trier.
Nel 2014 interrompe la sua carriera da interprete per abbracciare, vero e proprio enfant prodige, quella di regista. The Brutalist è il suo terzo, notevole, lungometraggio, dopo l’esordio con The Childhood of a Leader – L’infanzia di un capo (2015) e Vox Lux (2018).
The Brutalist, il cast
Tutto il cast principale di The Brutalist ha ricevuto, meritatamente, nomination agli Oscar 2025. A partire dal protagonista Adrien Brody, di nuovo in un ruolo legato alla Seconda Guerra Mondiale come ai tempi di The Pianist (2003) di Roman Polanski, per il quale si aggìudicò la statuetta come Miglior attore protagonista all’età di 29 anni, diventando l’attore più giovane ad aggiudicarsi questo premio. Record che potrebbe essere battuto quest’anno da Timothée Chalamet, se dovesse vincere per A Complete Unknown.
Brody è la scelta perfetta per il ruolo di László: talentuoso, dotato di un volto irregolare e unico dai tratti semitici, di origini ebraiche e ungheresi da parte di madre, la fotografa Sylvia Plachy. Un interprete dentro il quale scorre la stessa storia del protagonista.
Meritatissime sono anche le altre due nomination agli Oscar ricevute dagli attori di questo film: quella alla dolente Felicity Jones, insieme radiosa e portatrice di incubi, già candidata per la sua interpretazione di Jane Wilde Hawking in La teoria del tutto (2014) di James Marsh. E, naturalmente, quella a Guy Pierce, nei panni dell’ambiguo Harrison Lee Van Buren, alla sua prima candidatura agli Oscar dopo una carriera costellata di bei film, da Priscilla, la regina del deserto (1994) a The Hurt Locker (2008), passando per Memento (2000). Sempre nel 2024, Pierce ha preso parte all’ultimo film di David Cronenberg, The Shrouds.
Nel cast ritroviamo anche due interpreti dei precedenti film di Corbet: Raffey Cassidy nel ruolo di Zsófia e Stacy Martin nel ruolo di Maggie Lee Van Buren.
Presente anche un attore che sta godendo di grande fortuna in questo periodo: l’italo-americano Alessandro Nivola, qui nel ruolo di Attila, cugino di László. Nel 2024 lo abbiamo visto in La stanza accanto di Pedro Almodóvar e in Kraven – Il cacciatore di J. C. Chandor.
Le polemiche
Come riportato anche da noi di Almanacco Cinema, il film ha suscitato polemiche quando il montatore del film, Dávid Jancsó, ha ammesso l’utilizzo di un sofisticato software di IA, Respeecher, per migliorare l’accento ungherese di Adrien Brody e Felicity Jones.
Ciò sarebbe stato fatto allo scopo di per “preservare l’autenticità” delle performance dei due nei diversi dialoghi che hanno in lingua ungherese. Un apporto importante soprattutto per Felicity Jones, che è inglese e non può vantare origini ungheresi come Brody.
Respeecher è stato impiegato anche per migliorare la resa vocale dell’attrice transgender Karla Sofia Guascon in Emilia Perez.
In conclusione
The Brutalist è un film dalla grande portata simbolica, estetica ed emotiva, nel quale la storia dell’architettura scorre parallela con quella dell’emigrazione, come dichiarato anche dal suo regista.
Un film che scorre per tre ore e mezza senza mai annoiare, convince e coinvolge senza pietismi ma con tanta emotività. Parlando di ferite, quelle di un uomo e di un intero popolo, e di sogni, di amore e di dolore. Un film nel quale paesaggi e architetture si caricano di un portato umano e hanno un’anima. Il tutto è magnificamente orchestrato da un regista trentaseienne al suo terzo lungometraggio.
È anche un film che invita a prenderci del tempo per godere di un’esperienza di puro cinema e di lasciar decantare quanto visto, anche sfruttando il (necessario) intervallo di 15 minuti che separa la prima e la seconda parte dell’opera.
Sul finale, una frase ci colpisce e un po’ ci spiazza: qualcuno dice che per László “la cosa più importante è la meta, non il viaggio”. Ma sarà poi vero?
The Brutalist ha fatto incetta di candidature agli Oscar: prevediamo che se ne aggiudicherà almeno 3 o 4. In caso contrario, ci prepariamo ad assaltare il Dolby Theatre di Los Angeles.