Oxford

Il mio anno a Oxford: un collage romantico senz’anima

Con Il mio anno a Oxford, Netflix propone un nuovo titolo romantico con ambientazione britannica, ispirato a un romanzo molto amato.

Tuttavia, ciò che sulla carta prometteva una riflessione sulla crescita personale e sull’amore si rivela, sullo schermo, come un assemblaggio poco ispirato di cliché già noti. Il mio anno a Oxford risulta una miscela stilistica che non riesce a trovare una propria identità.

La pellicola non è riuscita a replicare l’effetto sorpresa di Purple Hearts, film che nel 2022 aveva dato a Sofia Carson una piattaforma per dimostrare doti artistiche e carisma, complici una sceneggiatura più audace e una colonna sonora costruita su misura. In questo caso, invece, il tentativo di rinnovare la formula della rom-com con ingredienti british risulta debole e superficiale.

Nella trama de Il mio anno a Oxford, Anna, ambiziosa studentessa americana con il sogno della letteratura inglese, ottiene una borsa di studio per un anno a Oxford prima di iniziare una carriera finanziaria a New York. Tra vecchi libri, pioggia inglese e atmosfere accademiche, si scontra, e finisce per innamorarsi, di Jamie, affascinante studente dal passato complicato. Il loro incontro cambierà le priorità di Anna, mettendo in discussione il suo futuro già scritto.

Una narrazione debole

Ne Il mio anno a Oxford, l’ambientazione accademica del college viene sfruttata come semplice sfondo estetico, senza un reale approfondimento culturale o emotivo. La protagonista, Anna, viene inizialmente presentata come una giovane donna determinata e appassionata, ma ben presto il focus narrativo si sposta su Jamie, interesse amoroso dalla personalità tormentata. Il percorso personale di Anna, teoricamente al centro della storia, si perde progressivamente tra situazioni convenzionali e momenti emotivamente poco incisivi.

Pur affiancata da Corey Mylchreest, volto noto della serie La regina Carlotta, Sofia Carson appare relegata a un ruolo secondario nella propria storia. Le scene più commoventi, infatti, sono quelle che coinvolgono Jamie e il suo rapporto con il padre, interpretato da Dougray Scott. L’attenzione dello spettatore viene così costantemente attratta altrove, lasciando la protagonista senza reale sviluppo.

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Dal punto di vista tecnico, la regia di Iain Morris si mantiene funzionale, ma priva di guizzi. La sceneggiatura, firmata da Allison Burnett e Melissa Osborne, procede in modo scolastico, evitando rischi e aderendo a uno schema prevedibile. Anche la produzione di Carson, qui anche in veste di produttrice esecutiva, non riesce a imprimere una direzione personale o distintiva.

Il mio anno a Oxford tenta un racconto di formazione romantica, ma si limita a un’estetica riconoscibile e a una formula già collaudata. Il risultato è un film che manca di profondità, coerenza e autenticità, in cui la protagonista resta in ombra e il potenziale emotivo viene sacrificato in favore di una costruzione narrativa banale. Un’occasione sprecata, che conferma come l’algoritmo non basti per raccontare una storia capace di lasciare il segno.

Recensione ad una stella su Almanacco Cinema