The Testaments, la recensione della prima stagione su Almanacco Cinema

The Testaments, la recensione dei primi tre episodi

The Testaments, la nuova serie Hulu che è disponibile da ieri su Disney Plus, ci riporta a Gilead. Con l’amaro in bocca ma con uno spiraglio di speranza.

Dividi et impera: questo è il motto messo in pratica a Gilead, la società da incubo che fa da sfondo alle vicende di Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale) e del suo seguito, The Testaments. Entrambe le serie, ideate da Bruce Miller e prodotte da Hulu, sono tratte dai libri di Margaret Atwood: The Testaments è la prima trasposizione cinematografica del libro, mentre The Handmaid’s Tale ne ha avute due.

Entrambe sono serie potenti, che evocano un mondo che è tutt’altro che di fantasia ma che in qualche Paese del mondo, magari in una scala ridotta, è già realtà. Ma veniamo a I testamenti, la cui storia è ambientata anni dopo le vicende del primo libro (e della prima serie), che hanno avuto per protagonista June (Elisabeth Moss, sia attrice che produttrice di entrambe le serie).

Com’è ampiamente trapelato dai media, June (e Moss) tornano anche in questo sequel, già nei primi episodi. Ma veniamo al succo della serie, che proveremo a confrontare con il (bellissimo) libro, edito nel 2019 e pubblicato in Italia dall’editore Ponte alle Grazie.

The Testaments, la trama

Sono passati circa 15 anni dopo i fatti della prima serie. Continua incessantemente e si inasprisce la lotta (anche armata) tra Gilead e il fronte di liberazione MayDay. A Gilead un folto gruppo di figlie di comandanti si forma per diventare, in un futuro prossimo, mogli a loro volta. Tutto funziona secondo lo status quo finché non arriva una nuova ragazza dal mondo esterno: Daisy.

Dividi et impera: le rigide divisioni tra donne

A Gilead, ormai si sa, ogni forma di amicizia tra donne viene scoraggiata perché potrebbe portare a segreti condivisi e quindi a sovversione. La società è, e continua ad essere divisa, anche in The Testaments, tra Mogli, donne che godono del massimo status possibile, Ancelle, che sono destinate solo a generare figli per conto di coppie sterili, Marte, cioè governanti di casa destinate solo a servire e Zie, che hanno il compito di istruire le giovani donne verso il loro cammino d’elezione. E a punirle severamente se trasgrediscono o deviano dal percorso stabilito. Esistono anche mogli di rango più basso (non sposate con i Comandanti), chiamate Ecomogli, così disgraziate da essere nominate poco o nulla e marginalizzate.

La fortuna di Gilead sta nell’aver reso difficile, se non impossibile, la sorellanza, la solidarietà femminile, camuffando le ambizioni totalitarie dietro alla devozione verso Dio e alla demonizzazione assoluta del cosiddetto “peccato”. Che a Gilead può essere incarnato anche da un semplice bacio, fino ad arrivare a peccati mortali come l’omosessualità o lo stupro, che qui vengono messi sullo stesso piano.

Un sistema di sorveglianza reciproca e di minaccia continua fa sì che il sistema regga: perlomeno finché non c’è qualcuno che arriva dall’esterno ed è in grado di disinnescarlo.

Agnes e Daisy: due personaggi dicotomici

Agnes è una ragazza apparentemente privilegiata, che si sta preparando per il ruolo che è stato scelto per lei: quello di Moglie. Nella serie è molto carina (ha il delizioso volto di Chase Infiniti). Nel libro, con modestia, si autodescrive così: “Non avevo gli occhi storti come Huldah, né il perenne cipiglio di Shulammite, e non avevo le sopracciglia quasi inesistenti di Becka, però ero incompiuta. Avevo la faccia di pasta come i biscotti di Zilla, la mia Marta preferita, con due uvette al posto degli occhi e per denti dei semi di zucca”.
È intelligente, sa rispondere in modo educato anche dentro in lei tutto urla – ad esempio al cospetto della matrigna – e si è ritagliata uno spazio proibito per coltivare la relazione speciale con Becka, la sua migliore amica.

È “scelta due volte”, come lei stessa afferma nel romanzo, e come scopriremo nel corso dei primi tre episodi: prima dalla prima madre Tabitha, precedente moglie del Comandante suo padre, e poi come futura sposa di un uomo come suo padre. All’inizio della storia è una “ragazza prugna”, in quanto non le sono ancora venute le prime mestruazioni: requisito fondamentale per godere di uno status più elevato in qualità di possibile generatrice di prole.

Dall’altra parte Daisy, che nel romanzo, come Agnes, si presenta in prima persona parlando della sua vita precedente di sedicenne di Toronto con i genitori Neil e Melanie, che gestivano un negozio di abiti di seconda mano. Questa l’autopresentazione della ragazza: “Scoprii di essere un’imbrogliona. Anzi, non proprio un’imbrogliona, come una maga da quattro soldi, ma un falso, tipo un pezzo d’antiquariato contraffatto”. Questo suo lato menzognero inizia ad emergere anche nei primi tre episodi della serie, e fin dalla sua prima apparizione nei panni di una “ragazza perla” suscita sospetto in Agnes e nelle sue compagne.

La rivoluzione bussa alle porte di Gilead

Com’era facilmente prevedibile, e come sa chi ha letto il romanzo, anche in The Testaments irrompe la rivoluzione. Lo si inizia a intuire fin dal primo episodio, complice un cameo che ha fatto molto parlare, annunciato già prima dell’uscita della serie.

Di Gilead si parla molto negli Stati Uniti d’America, dove lo stato autoritario e repressivo sta facendo proseliti, e in tutto il mondo. La sottomissione silenziosa delle giovani donne della serie non resterà inascoltata.

The Testaments, i primi tre episodi

The Testaments inizia con tre episodi che servono a definire i personaggi principali e il contesto in cui agiscono:

1. Fiori preziosi

L’episodio pilota della serie, Fiori preziosi, è tutto incentrato sulla presentazione del personaggio di Agnes, che ancora non è diventata ufficialmente donna e presenta in prima persona allo spettatore la realtà di Gilead.

La ragazza si mostra per quello che è: un’adolescente alle prese con i primi sprazzi di desiderio, anche sessuale, e compiaciuta dall’attenzione altrui. Definisce fin da subito il difficile rapporto con la matrigna, la presenza quasi evanescente del padre e il suo bisogno di ritagliarsi piccoli spazi di ribellione, mentre condivide un destino già scritto insieme a un gruppo di altre ragazze, tutte diverse tra loro.

2. Denti perfetti

Il secondo episodio di The Testaments, Denti perfetti, parla dell’iniziazione quasi religiosa di Agnes all’età adulta. A Gilead l’età adulta significa soltanto una cosa: diventare carne da matrimonio. I “denti perfetti” cui si allude nel titolo dell’episodio sono quelli della stessa Agnes, spedita dalla matrigna a fare un trattamento dal dentista per farla apparire più appetibile a un potenziale marito.

È fiction, ma non è dissimile da ciò che le donne hanno fatto, e sono state spinte a fare per secoli, così come oggi. Anche se la spinta verso il procacciamento di un marito, nella cornice inquietante di Gilead, ci appare riprovevole, in realtà ci riguarda da molto tempo, personalmente. Ed è ciò che subiamo inconsciamente da millenni.

3. Daisy

Come si intuisce dal titolo, Daisy è focalizzato sul personaggio dell’ultima arrivata, introdotto già a partire dalla prima puntata. A differenza delle ragazze alle quali si unisce, Daisy è l’unica ad avere un passato più o meno definito, che nel suo caso risale a prima di Gilead, quando viveva libera nella Toronto che, arrivata a Gilead, definirà come la “città di Satana”.

È qui che scopriamo chi sono i suoi genitori, chi era prima di diventare una ragazza perla e com’è che è finita a Gilead.

The Testaments, regia e fotografia

Nel primo episodio, la regia di Mike Barker, che ha diretto tutti e tre i primi episodi, passa disinvoltamente dallo stile teen drama ad atmosfere decisamente distopiche e inquietanti, segnalandoci che tipo di storia è The Testaments: un coming-of-age ai tempi della repressione.
A livello fotografico, la direttrice della fotografia Greta Zozula opta spesso per bellissime inquadrature dall’alto, che denunciano la condizione di sottomissione delle ragazze di Gilead ma allo stesso tempo le mostrano come gruppo. Il messaggio cifrato dietro: sono prigioniere, ma insieme. E l’unione, soprattutto fra donne, può fare la differenza. È un espediente che utilizzava anche Il racconto dell’ancella, e che è sempre molto potente, oltre ad essere esteticamente bellissimo (si riproduce un effetto stile caleidoscopio).

Il cast

Il cast è senza dubbio uno dei punti forti della serie: capitanato da Chase Infiniti, reduce dalla nomination agli Oscar come Migliore attrice non protagonista di Una battaglia dopo l’altra, riesce a mettere in scena quel misto di adattamento all’ambiente che la circonda e di ricordi di un prima che mostrava sprazzi di libertà.

La co-protagonista Lucy Hallyday è, indubbiamente, colei che ruba la scena a tutte le altre: ambigua, scanzonata, incarna in modo perfetto il contrasto stridente tra il prima e il dopo Gilead.

In questa serie si oscilla incessantemente tra perfidia e rassegnazione: di quest’ultima le rappresentazioni più riuscite sono quelle di Shunammite (Rowan Blanchard), che nella rigida società di Gilead ha scelto di essere lupo anziché agnello e la zia Estee (Eva Foote), all’apparenza sorridente e più affabile, che è tra le zie più temibili. Oltre, ovviamente, ad un’autentica leggenda: zia Lydia (Ann Dowd, che abbiamo già conosciuto in Il racconto dell’ancella), colei alla quale viene dedicata una statua mentre è ancora in vita. E sempre colei che apre il romanzo di Atwood parlando in prima persona e che, vi anticipiamo senza fare spoiler, sarà una figura cruciale di questa storia.

Merita una menzione Isolde Ardies, che interpreta la ragazza prugna Hulda, compagna di Agnes: dopo un’incisiva apparizione nella serie Netflix Waywards; Ribelli, torna nuovamente nei panni convincenti di un'”adepta”, poiché Gilead è assimilabile a una setta particolarmente abusiva e manipolatoria.

The Testaments, in sintesi

A giudicare dai primi tre episodi, The Testaments sembra essere una serie che non perde la sua potenza distopica malgrado l’inizio in stile teen drama, che contribuisce allo straniamento dello spettatore. L’ottimo cast, composto da giovani attrici di talento, restituisce in modo credibile il ritratto di una generazione nata e cresciuta sottomessa, alla quale è stato fatto credere che non c’è modo di cambiare il proprio destino.

I primi tre episodi sono ben scritti e diretti, coerenti nel racconto e approfonditi nel ricreare il background dei personaggi principali (Agnes e Daisy). La fine del terzo episodio è concepita per farti venire voglia di vedere il prossimo: contiene rivelazioni che promettono di dare un deciso twist alla trama.

Una svolta è possibile, e deve arrivare dalla ribellione femminile: il messaggio della prima serie è sempre ben vivo. Ma la rivoluzione non è possibile senza la complicità di alcuni uomini: per questo, a Gilead, ci si dovrà unire nella lotta.