Scritto e diretto da Sion Sono, interpretato da Megumi Kagurazaka, The Whispering Star è un’opera di fantascienza rarefatta, in cui la memoria diventa paesaggio .
Nella filmografia ipertrofica e spesso convulsa di Sion Sono, The Whispering Star occupa un posto anomalo e prezioso: niente eccessi, violenza e allucinazioni pop, ma un’elegia cosmica fatta di silenzi, tempi dilatati e comunicazione simbolica.
Girato quasi totalmente in bianco e nero virato in seppia e ambientato in paesaggi reali della prefettura di Fukushima, segnati dal disastro nucleare del marzo 2011, il film mette in scena una logica di consegna efficiente e impersonale non dissimile da quella presente, attiva persino in zone di distruzione e alloggi temporanei.
Sion Sono usa il minimalismo sci-fi come forma di una meditazione tarkovskiana sulla memoria, sulla rovina e sulla persistenza dell’umano dentro un mondo che appartiene ormai alle macchine.
L’astronave come casa vuota, fatta di abitudini, feticci e reliquie
“Gli umani preferiscono il corriere alla comodità e alla velocità del teletrasporto. Probabilmente perché pensano
che le consegne siano più intime”.
Dispersi nello spazio e nel tempo, gli esseri umani sono ormai prossimi all’estinzione, mentre l’80% della popolazione è costituito da robot dotati di intelligenza artificiale. In questo universo post-umano, la Macchina ID 722 Yoko Suzuki, un androide/corriere, attraversa i sistemi stellari a bordo dell’Astronave a Noleggio Z insieme al computer di bordo 67 MAH Em, consegnando piccoli pacchi agli ultimi uomini rimasti: un cappello, una matita, dei vestiti, una foto.
All’inizio il film stabilisce il suo ritmo: Yoko vive nell’astronave come in una casa sospesa nel vuoto, pulisce, prepara il tè, ascolta la voce della macchina di bordo, ripete gesti domestici quasi identici, con i giorni della settimana che scandiscono una quotidianità monotona e dilatata.
Il suo lavoro la porta a contatto con tanti mondi, ma il vero senso del suo lavoro continua a sfuggirle: non capisce perché gli uomini non utilizzino il teletrasporto.
Yoko Suzuki, un androide che osserva ciò che resta dell’uomo
“Quando i primi teletrasportatori domestici sono arrivati nelle case degli umani, essi non si aspettavano che
avrebbero perso l’entusiasmo di usarli”.
Sion Sono fotografa quindi un tempo paradossale, in cui la tecnica, già sopravvissuta all’umano, deve ancora imparare a custodirne veramente i resti.
Yoko Suzuki, il dispositivo percettivo attraverso cui il film decide di guardare l’umanità, non viene introdotta attraverso il movimento, ma attraverso l’automatismo, la ripetizione, l’usura silenziosa del vivere. Yoko non è ancora una coscienza in trasformazione, ma una creatura intrappolata in un tempo senza storia, in cui l’identità coincide con la procedura.
Prima ancora di incontrare gli ultimi esseri umani, Yoko vive già in un mondo dove la vita è sopravvivenza di gesti, non pienezza di senso: l’universo di The Whispering Star non è morto perché mancano gli eventi, ma perché anche il quotidiano continua ormai come un rituale senza centro.
I mondi ovattati e l’attesa come ultima forma del legame
“L’attesa per ciò che è distante, probabilmente, fa palpitare, per l’eccitazione, il loro cuore”.
Quando Yoko lascia l’astronave e raggiunge il primo destinatario, il film sposta subito il suo centro sul tema dell’attesa. La consegna non è costruita come un evento dinamico, ma come un incontro minimo, rallentato, quasi svuotato, in cui conta meno l’oggetto ricevuto che il tempo trascorso ad aspettarlo.
Ed è come se i mondi non avessero più abbastanza forza per risuonare davvero, come se ogni rumore arrivasse già indebolito ad un’umanità ormai assordata dal presente. È qui che attraverso i sensi di Yoko, si comincia a comprendere che per gli ultimi esseri umani non ha valore la funzione pratica dell’oggetto, ma il legame emotivo che quell’oggetto conserva.
L’attesa diventa allora una forma di sopravvivenza affettiva, il modo in cui il passato continua a tenere in vita il senso presente: anche la cosa più inutile può diventare essenziale se custodisce memoria, assenza e desiderio. Quando arriva Yoko con il pacco, sulle note di Tombeau pour Monsieur de Lully di Marin Marais, per un istante il mondo si riempie di colore.

La fastidiosa traccia umana, nel fragoroso silenzio
“Il loro desiderio per ciò che è separato da tempo e spazio è sconcertante”.
Il film introduce un’immagine ancora più scoperta della condizione umana attraverso l’incontro con l’uomo che cammina e va in bicicletta con la lattina: il suono secco e smorzato che produce sotto il piede si staglia nella desolazione, e diventa la prova materiale che qualcosa di umano esiste ancora, anche se in forma ridotta, consumata, quasi involontaria.
Yoko, immersa nella sua routine lavorativa, viene disturbata e punzecchiata dal passante, che irrompe nel flusso ovattato della sua giornata con una presenza minima ma insistente, capace di lasciare una traccia di senso con la sua eccentricità.
Sion Sono condensa in quel gesto tutta la sorte dell’uomo: non una presenza forte, non una voce capace di occupare il mondo, ma un vezzo, che lascia appena una traccia acustica nel fragoroso silenzio di un paesaggio che azzittisce.
“Fa presto, prima che muoia. Tu sarai giovane per sempre”.
Il messaggio postumo, soglia tra memoria ed erosione
“Quello era il tuo tipo di uomo ideale ?”
Yoko reagisce pulendo la casa astronave da cima a fondo.
Il registratore a bobine, fino a quel momento estensione della sua interiorità e archivio delle sue memorie vocali, si rompe; subito dopo il computer di bordo la schernisce, e Yoko, in uno scatto d’ira, finisce per danneggiare anche quello, ritrovandosi costretta a ricomporre, uno per uno, i passaggi di questa catena di errori.
La morte della falena introduce però un trauma dentro la routine di Yoko: una presenza fragile che passa improvvisamente dalla vita all’immobilità, sblocca in lei il senso della fine irreparabile.
Quando Yoko approda sul pianeta notturno, quella percezione della precarietà sembra già aver contaminato lo sguardo del film, trasformando la dolorosa consegna postuma in una discesa discreta dentro la vulnerabilità di ciò che esiste ancora solo per poco.
Anche la consegna sulla spiaggia, arrivata con un ritardo che l’età della destinataria rende quasi crudele, si riduce a un gesto minimo davanti all’immensità del paesaggio, pronto a riassorbire chi lo attraversa come un’impronta destinata a durare un istante prima di dissolversi.

La ritualizzazione dell’inutile come manutenzione emotiva
“Le andrebbe di fare un tratto di strada insieme a noi ?”
La lattina passa idealmente a Yoko, che comincia a scandire il tempo a sua volta camminando con quel piccolo ingombro sotto il piede, lasciandosi accompagnare da un rumore metallico, monotono, inutilmente ostinato. Per la prima volta Yoko non si limita a osservare un residuo umano: lo replica.
L’imitazione non nasce da una necessità pratica, e proprio per questo segnala una evoluzione del modello comportamentale dell’androide, incrinando la sua silenziosa perfezione. Non un’empatia dichiarata, non una conversione improvvisa, ma qualcosa di più sottile: l’umanità entra in lei come un attrito, come una stranezza contagiosa che non ha alcuna efficienza, ma possiede una misteriosa persistenza.
Yoko non imita soltanto un comportamento umano, ma comincia ad abitarne la logica affettiva, generando empatia negli altri. Il rito, in questo senso, funziona come un ponte verso l’emozione, perché consente alla macchina di interiorizzare una traccia di esperienza prima ancora di comprenderla davvero.
La Stella dei sussurri, l’ultima veglia di quel che resta
“Gli umani sono i soli abitanti del pianeta, non dimenticarlo. Tutti i suoni al di sopra dei 30 decibel possono essere letali per gli abitanti”.
Yoko raggiunge infine la Stella dei sussurri, lungo un corridoio temporale scandito dai fusuma affiorano scene di vita privata intrise di una felicità lontana; ma il film non ce le offre mai davvero, ce ne lascia solo il tremante riverbero. Sono immagini che sembrano arrivare da un passato bruciato, ed è impossibile non sentire, in questa processione di ombre, il rimando a un’altra memoria traumatica giapponese: quella di Hiroshima e Nagasaki.
Camminando dentro i resti più intimi di una umanità dispersa, Yoko compie la sua ultima consegna e, nello stesso momento, varca una soglia che il film aveva preparato fin dall’inizio: per la prima volta Yoko accede ad un’emozione autentica.
Un mutamento quasi impercettibile, un sussurro, ma è proprio in quella discrezione che si misura la sua importanza. Yoko cessa di essere soltanto un tramite neutro e diventa a sua volta origine di un gesto, una presenza capace di consegnare al mondo un segno di sé.
E in questo gesto finale, lieve e struggente, Sion Sono affida al cinema la sua idea più profonda: che anche quando tutto sembra destinato a svanire, esiste ancora una forma fragile ma ostinata di sopravvivenza, e coincide con la possibilità di custodire i ricordi, impedendo che sbiadiscano del tutto.
