Andreas Perugini racconta Rimusicazioni, dove il cinema muto torna a suonare

Andreas Perugini racconta Rimusicazioni, dove il cinema muto torna a suonare

Rimusicazioni è il punto in cui lo schermo ricomincia a respirare in battuta, e il passato del cinema torna a muoversi non nel silenzio, ma dentro una nuova promessa di ascolto.

Nato a Bolzano nel 1999, il festival Rimusicazioni si è costruito nel tempo un’identità singolare anche nel panorama internazionale: non soltanto cineconcerti, ma un vero lavoro di riscrittura sonora, riflessione critica e conservazione di musiche nuove destinate a restare, a farsi archivio, memoria, possibilità futura di ascolto.

Prima dell’epoca della colonna sonora impressa sulla pellicola, le immagini vivevano già accanto a pianoforti, improvvisazioni, sale rumorose, esecuzioni diverse da luogo a luogo. Rimusicazioni riparte esattamente da quel punto perduto: dal momento in cui il film chiedeva ancora di essere accompagnato, tradotto, persino contraddetto dalla musica.

Il concorso, focus centrale del festival, accoglie approcci molto diversi (classici, rock, dissacranti, perfino lavori senza musica o con doppiaggio) ma chiede in cambio una cosa fondamentale: consapevolezza. Non basta suonare sopra un film. Bisogna entrarci dentro, capirne il ritmo interno, ascoltare ciò che le immagini stavano già dicendo prima ancora che qualcuno le accompagnasse di nuovo.

C’è poi un dettaglio che rende Rimusicazioni ancora più interessante in un presente dominato da eventi rapidi e consumo veloce: il festival non si esaurisce nella performance. Sul sito ufficiale rivendica apertamente la volontà di costruire un archivio di colonne sonore “attaccate” ai film, giudicate in funzione delle immagini a cui si legano. Significa non limitarsi all’emozione della serata, ma tentare di salvare qualcosa che nel Novecento è andato spesso disperso: il gesto sonoro che accompagna il cinema, la sua seconda vita, la sua eco.

Persino l’uso delle tecnologie più recenti, compreso il restauro con l’apporto dell’intelligenza artificiale, viene collocato dentro questa prospettiva: non come maquillage del passato, ma come tentativo di restituire nuova linfa a opere che rischierebbero altrimenti di allontanarsi ancora dal pubblico contemporaneo.

Rimusicazioni non guarda il cinema muto come un reperto da teca, ma come una materia ancora viva, pronta a cambiare timbro, respiro e temperatura ogni volta che incontra una nuova colonna sonora.

A parlarne è Andreas Perugini, direttore amministrativo di Rimusicazioni e figura centrale del Cineforum Bolzano, che da anni accompagna il festival nella sua crescita e nella sua ostinata fedeltà a un’idea controcorrente di cinema.

Almanacco Cinema: l’intervista ad Andreas Perugini su Rimusicazioni

Rimusicazioni esiste dal 1999: qual è stata l’intuizione iniziale che vi ha fatto capire che il cinema muto poteva tornare vivo attraverso nuove colonne sonore?

“Nel 1998 frequentavo la Scuola di Cinema e Televisione Zelig (poi scuola di documentario) e con Luca Stancher avevamo fondato la Harlock, un’associazione che si occupava proprio di riflettere sul rapporto musica/immagine. Ero appassionato dei CCCP e dei CSI. Per un qualche motivo che in realtà non ricordo bene, mi venne in mente di accostare le loro musiche a quelle di Ottobre di Eisenstein. Rimasi folgorato dal risultato. Sembrava che i CCCP e poi i CSI avessero in mente Eisenstein nello scrivere i loro testi. Decidemmo di condividere ed espandere l’esperienza. L’anno dopo nacque Rimusicazioni”.

Da dove nasce il suo rapporto personale con il cinema muto: da spettatore, da organizzatore o da provocatore culturale?

“Suppongo da provocatore culturale, in quanto lascia spazio all’interazione musicale”.

Quando avete capito che non stavate organizzando un evento curioso, ma costruendo un’identità culturale di critica cinematografica precisa?

“Negli anni abbiamo maturato una sempre maggiore consapevolezza identitaria, proprio come una persona che cresce e si sviluppa”.

Sul senso delle “rimusicazioni”

Nel vostro manifesto torna molto l’idea che il cinema muto “muto” non lo sia mai stato davvero. Che cosa cambia, oggi, nel modo in cui il pubblico guarda quei film?

“Nessun film (se non qualche esperimento) è mai stato realizzato per essere visto senza una colonna sonora, sia pure di suoni d’ambiente. Piuttosto, ci sono film senza immagini, come Blu di Jarman. Se a una persona, oggi come ieri, viene imposto di vedere un film muto senza colonna sonora, significa che le viene inflitta una violenza e che anche l’opera è stata violentata.

Per apprezzare i film delle origini, una nuova colonna sonora penso sia non solo importante, ma quasi fondamentale. Altrimenti il rischio di alienazione diventa quasi una certezza”.

Mi interessa il vostro approccio molto aperto: perché avete scelto di non imporre limiti stilistici rigidi ai partecipanti? E quanto conta, nella selezione, l’aderenza alle immagini e quanto invece la forza autonoma dell’idea musicale?

“Non avere limiti stilistici è una delle regole principali. Solo così si può permettere un’esplorazione libera del potenziale creativo. La nuova colonna sonora può valorizzare, ma anche riuscire a snaturare completamente un film. E questo fa comunque parte del gioco, anche se pericoloso. Diciamo che l’autore deve dimostrare consapevolezza del materiale filmico che maneggia.

Quando leggo “trio” o “quartet” sulle schede di presentazione, ammetto, metto mano alla fondina. Ci sono troppi jazzisti che tendono a improvvisare sui film senza averli visti prima. A me pare un atteggiamento un po’ arrogante e narcisistico, oltre che poco rispettoso. Prendi una sequenza musicale in un punto qualsiasi e la scambi con un altro senza notare alcuna differenza. Cui prodest?”

Archivio, produzioni, memoria ed AI

Uno degli aspetti più originali di Rimusicazioni è l’idea di costruire un archivio di nuove colonne sonore, come l’opera su Eisenstein di imminente uscita, e non solo di organizzare cineconcerti. Che valore ha per voi lasciare una traccia materiale del lavoro, oltre l’evento live?

“Il cinema nel tempo è rimasto muto proprio perchè le colonne sonore non potevano essere fissate alla pellicola come avviene oggi.

Come riportato da Annino La Posta nel suo libro Franco Battiato – Soprattutto il silenzio (Giunti, 2010), nel luglio del 1992 all’interno del Taormina Film Fest, in un mitologico cineconcerto Battiato ha sonorizzato dal vivo il capolavoro del muto L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov. In un articolo di Roberto Rombi del 21 luglio 1992, pubblicato da La Repubblica, dedicato alla presentazione del festival, si accenna alla proiezione di questo film “accompagnato da un’orchestra di trenta elementi diretta da Franco Battiato”. Il 26 luglio 1992, sempre su La Repubblica, in un articolo di Alberto Farassino, si parla di “una esecuzione cine-musicale con Franco Battiato e il suo complesso ad accompagnare il classico dell’ avanguardia muta” trovandolo “discutibilmente trasformato in nenia mediterranea a schermo panoramico da Franco Battiato”. Su La Stampa del 26 luglio 1992, Ernesto Baldo scrive di “Franco Battiato che con le sue musiche improvvisate ha accompagnato la proiezione del film muto russo”.

Di questa colonna sonora non circola alcuna registrazione. A me che sono un fan sia di Vertov che di Battiato, questa cosa fa uscire di matto. La colonna sonora di Battiato è scomparsa come quelle degli anni ’20 e ’30”.

Nel presentare il festival parlate anche di film restaurati con l’apporto dell’intelligenza artificiale: come giudica questo passaggio tra restauro, accessibilità e rischio di alterazione dell’opera? Dove mette il limite?

“A Rimusicazioni, in concorso non sono ammesse alterazioni dell’opera, se non quelle relative ai cartelli e alla velocità di riproduzione, quando consistano in un’interpretazione del metraggio o nella normalizzazione del passo di ripresa da 16, 18 o 20 a 24/25 fps. I cineconcerti rimangono fuori concorso e sono dunque liberi. L’AI dà a tutti la possibilità di accedere a filmati che possono, con relativa facilità, essere restaurati e proiettati su grande schermo. L’aggiunta del colore, nel caso, permette di azzardare una pratica che al tempo veniva comunque ricercata. L’opera non viene alterata più di quanto lo potesse essere all’epoca da un accompagnamento musicale sbagliato, ma anche dalle censure e manomissioni del montaggio, che un tempo erano una regola più che un’eccezione”.

Sul concorso e il futuro di Rimusicazioni

Qual è l’errore più frequente che vede nei lavori che arrivano al festival Rimusicazioni?

“Non guardare il film, o lavorarci sopra senza averlo realmente capito”.

Ci sono state edizioni in cui una rimusicazione vi ha fatto rileggere completamente un film che pensavate di conoscere già?

“I migliori lavori aprono sempre alla (ri)scoperta, magari non di un intero film, ma sicuramente di alcune sue scene. Poi, quando arriva un film minore, può giungere la sorpresa e la meraviglia”.

Qual è la sfida vera per i prossimi anni e che cosa ci dice il cinema muto, rimusicato oggi, sul nostro modo contemporaneo di ascoltare le immagini?

“Per Rimusicazioni la sfida è quella di consolidarsi economicamente, perché l’apporto istituzionale al festival rimane residuale e non c’è una vera volontà di farlo crescere. È considerato una nicchia e forse viene anche poco compreso.

Oggi il cinema muto “rimusicato” rappresenta una potente palestra per i creativi delle colonne sonore. Per il pubblico rimane l’occasione di avvicinarsi a un cinema quasi perduto e di difficile fruizione, benché ricco di spunti geniali. Le colonne sonore disponibili sul mercato sono spesso vetuste e inadatte a una fruizione moderna”.

Se potesse commissionare oggi una rimusicazione impossibile a qualsiasi artista vivente, a chi la affiderebbe e per quale film?

“Per chiudere un cerchio sarebbe bello commissionare a Moroder, nato in provincia di Bolzano, una nuova colonna sonora di Metropolis, magari restaurato dall’IA. In fondo, molto è iniziato proprio da lì. Per la colonna sonora si potrebbe coinvolgere anche la prestigiosa Orchestra Haydn. Oppure, per volare basso, commissionare a quel geniaccio di Mike Patton L’uomo con la macchina da presa o Berlin: Die Sinfonie der Großstadt”.

Su quali progetti state lavorando in questo momento e quale sarà il prossimo appuntamento concreto di Rimusicazioni?

“Per ora stiamo lavorando a Ottobre di Eisenstein, in relazione alle musiche dei CCCP e dei CSI. Un altro progetto già definito coinvolge gli Yo Yo Mundi che, dopo Sciopero, porteranno in anteprima nazionale la loro rimusicazione di Ottobre”.

 

Ringraziamo Andreas Perugini per la disponibilità, la chiarezza e la generosità con cui ha condiviso visione, metodo e memoria di un’esperienza come Rimusicazioni.