Aaron Sorkin

Sorkin: il limite dell’AI è nella mente dello spettatore

Aaron Sorkin pensa che l’intelligenza artificiale non riuscirà a sostituire il cinema perché non saprà creare un’autentica connessione emotiva. Il problema è che, per cambiare Hollywood, potrebbe non averne affatto bisogno.

Lo sceneggiatore di The Social Network e creatore di The West Wing ha riassunto la propria posizione sull’intelligenza artificiale con una formula apparentemente paradossale: è ottimista sul futuro perché non crede che l’AI funzionerà come creatrice di arte. Hollywood sta facendo esattamente ciò che rende il ragionamento più interessante: non aspetta che una macchina impari a scrivere Sorkin prima di cominciare a usarla.

Il suo esempio nasce da un quadro astratto visto a una festa. Sorkin racconta di esserne rimasto colpito finché il proprietario non gli ha spiegato che era stato realizzato da una macchina: a quel punto, sostiene, la relazione emotiva con l’opera sarebbe scomparsa.

Possiamo entrare in sala senza conoscere sceneggiatore, regista o interpreti, secondo Sorkin, ma sarebbe comunque essenziale sapere che dietro quelle immagini ci sono esseri umani. Una eventuale Schindler’s List generata dall’AI potrebbe essere tecnicamente convincente e insieme emotivamente vuota.

Sorkin guarda al film finito, Hollywood automatizza ciò che viene prima

La tesi di Sorkin è forte sul piano estetico, ma affronta soprattutto lo scenario estremo: una macchina capace di sostituire sceneggiatore, attori e regista. Hollywood sta però sperimentando una trasformazione meno spettacolare e più concreta, inserendo l’AI nei singoli passaggi produttivi.

Lionsgate, dopo l’accordo del 2024 con Runway per sviluppare strumenti generativi legati alla propria library, nel giugno 2026 ha ampliato la partnership acquisendo anche una partecipazione nella società. Secondo Runway, i sistemi vengono utilizzati per previsualizzazione, storyboard e immagini destinate al risultato finale. Non serve quindi che l’AI inventi il prossimo Quarto potere: basta che produca concept più rapidamente, trasformi storyboard in previsualizzazioni e permetta di ottenere alcune scene con squadre più piccole.

I sindacati stanno reagendo proprio a questa trasformazione. Il contratto 2026 della Writers Guild of America mantiene le protezioni conquistate dopo lo sciopero del 2023 e introduce obblighi di informazione quando gli studios vogliono concedere sceneggiature o opere derivate per addestrare sistemi generativi commerciali. Anche SAG-AFTRA ha rafforzato nel nuovo accordo TV/Theatrical le restrizioni sull’uso di repliche digitali e performer sintetici.

Anche l’Academy sta cercando di fissare il confine: per i 99esimi Oscar le sceneggiature candidate devono avere origine umana e i premi di recitazione sono riservati a performance realmente eseguite da persone con il loro consenso. L’AI non viene però vietata in assoluto: l’Academy può chiedere informazioni sul suo impiego e sul grado di autorialità umana.

Sorkin potrebbe dunque avere individuato correttamente il limite artistico dell’AI ma sottovalutato la sua conseguenza economica. Una tecnologia non deve sostituire la creatività umana per ridurre il numero di persone necessario a trasformarla in un prodotto.

The Social Reckoning contiene involontariamente la risposta

Il paradosso diventa ancora più evidente mentre Sorkin prepara The Social Reckoning, previsto per il 9 ottobre. Il film torna nell’universo di The Social Network attraverso la whistleblower Frances Haugen, interpretata da Mikey Madison, il giornalista del Wall Street Journal Jeff Horwitz, affidato a Jeremy Allen White, e Mark Zuckerberg, interpretato da Jeremy Strong.

Sorkin ha spiegato che il primo film raccontava come Facebook fosse nato, mentre il nuovo racconta che cosa è diventato. Ed è proprio Facebook a offrire il precedente più utile: non ha dovuto diventare un giornale migliore dei giornali per trasformare il giornalismo. Gli è bastato diventare l’infrastruttura attraverso cui contenuti, relazioni e attenzione venivano distribuiti e misurati.

L’AI non deve saper scrivere The West Wing: basta che permetta a un produttore di ottenere uno storyboard in una frazione del tempo, provare decine di scenografie senza costruirle, utilizzare una replica digitale anziché richiamare un interprete o trasformare una troupe numerosa in una squadra più piccola che dirige modelli generativi.

In definitiva, il conflitto non è tra cinema umano e cinema artificiale, ma su quanta umanità continuerà ad essere necessaria lungo la filiera, dalla produzione alla fruizione: un modello produttivo sufficientemente evoluto, basterà a intrattenere un profilo reso altrettanto prevedibile.