L’attore Paul Rudd ha deciso di non usare più il telefono sul set dei film, definendosi dipendente proprio come il resto della società.
Questa scelta radicale ha trovato terreno fertile nel suo ultimo progetto cinematografico, rivelandosi una strategia vincente per favorire la concentrazione collettiva.
Il nuovo film di Tom McCarthy con Paul Rudd
Nel nuovo lungometraggio del regista premio Oscar Tom McCarthy, intitolato A Statement (2026), Paul Rudd interpreta il mediatore del primissimo incontro americano dedicato alla risoluzione della crisi climatica.
La vicenda si svolge nel 1980 all’interno di un resort balneare in Florida, dove venti luminari si chiudono in una sala conferenze per un intero fine settimana. L’obiettivo è superare le divergenze per redigere un documento destinato al Congresso sui pericoli delle emissioni di anidride carbonica, in una dinamica narrativa che ricorda da vicino il capolavoro La parola ai giurati (1957).
Per entrare in sintonia con un cast corale d’eccezione, che vanta talenti come Paul Giamatti, Tatiana Maslany e John Turturro, l’attore di Ant-Man ha preferito lasciare il proprio smartphone nella roulotte.
Durante la prima mondiale della pellicola al New York Film Festival, l’artista ha confidato al noto periodico Variety le ragioni di questa abitudine consolidata:
Non porto il telefono sul posto di lavoro, è una cosa che evito di fare già da un po’ di tempo. È fondamentale metterlo giù in qualsiasi momento. Sono oggetti terribili e pur essendo dipendente dallo schermo come chiunque altro, credo che questi dispositivi stiano agevolando la nostra stessa rovina.
La regola ferrea del regista
A favorire questo isolamento volontario ci ha pensato lo stesso McCarthy, imponendo un divieto assoluto di utilizzare i dispositivi mobili durante tutta la lavorazione.
Paul Rudd ha svelato che questa rigida restrizione ha unito enormemente la squadra, restituendo un’atmosfera di grande intimità paragonabile a quella teatrale
Il mondo è mutato da quando esistono i cellulari, non ci guardiamo e non ci parliamo più allo stesso modo. Grazie a questa imposizione siamo stati costretti a passare del tempo insieme e a dialogare per davvero, e girando una storia ambientata nel 1980 in abiti d’epoca ci è sembrato di tornare a quando le persone si sedevano semplicemente a chiacchierare tra loro.
Anche Amy Ryan, attrice che nel finale dell’opera scuote le coscienze del gruppo, ha elogiato l’iniziativa invitando altri autori a replicarla. Senza la tentazione delle continue notifiche e l’alienazione del doomscrolling, la recitazione ne ha giovato immensamente. Abbandonare le distrazioni digitali ha permesso a tutti gli interpreti di rendere il proprio contributo artistico molto più profondo e ricco di sfumature:
Di solito c’è una pausa di cinque minuti e tutti si connettono al mondo virtuale per chiedere ad altri come stia andando la giornata. Lo paragono a quando si smette di assumere zuccheri, perché in tre giorni il corpo si disintossica e non ne senti più la mancanza. Speriamo davvero che il telefono diventi solo un giocattolo di cui prima o poi ci si stanca.
In un’epoca dominata dalla connessione costante, la decisione di allontanarsi dagli schermi si è trasformata in un inaspettato ritorno alle origini, dimostrando come il miglior potenziale espressivo nasca sempre dal contatto umano autentico.