La valle dell'Eden, la recensione di Almanacco Cinema

La valle dell’Eden, la recensione della serie Netflix [SPOILER]

La valle dell’Eden, ultimo adattamento del capolavoro di John Steinbeck, ha per protagonista l’ambiziosa Florence Pugh, nei panni della “mattatrice” Cathy Ames.

Ricordate La valle dell’Eden, film del 1955 diretto da Elia Kazan con il bello e sfortunato James Dean come protagonista nei panni di Caleb? Settant’anni dopo torna in una nuova veste, quella di serie tv prodotta da Netflix, diretto dalla nipote del regista che ha contribuito a crearne la leggenda: Zoe Kazan.

Il passaggio di testimone da nonno a nipote ci reca in dono un prodotto che mette al centro, nella sua prima stagione, il bellissimo e controverso personaggio di Cathy Ames/Kathy, magistralmente interpretato da una sulfurea Florence Pugh. Ed esalta al massimo la figura di Lee, il “cinese” in realtà statunitense di prima generazione che è un personaggio cruciale della storia e per la crescita dei due gemelli che ne sono e ne saranno i protagonisti.

La giovane Kazan prende in mano il materiale originale di John Steinbeck e decide di essergli più fedele di quanto non abbia fatto il celebre nonno, come dichiara anche nello speciale su Netflix Reinventiamo La valle dell’Eden.

Il risultato è una lettura femminile pienamente riuscita di un mondo (quasi tutto) maschile, nel quale le donne riescono ad emergere solo uscendo dagli schemi socialmente imposti e nel quale alcuni lottano per determinare il proprio destino. Spesso restandone fatalmente colpiti.

La valle dell’Eden, la trama

Ambientata nella California tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, La valle dell’Eden segue le vicende delle famiglie Trask e Hamilton. Al centro della storia ci sono i fratelli Adam e Charles Trask e, una generazione più tardi, i gemelli Caleb e Aron. L’arrivo della misteriosa Cathy Ames alimenta rivalità e conflitti destinati a segnare profondamente la famiglia.

La valle dell’Eden indaga il conflitto tra bene e male e il peso dell’eredità familiare. Fino alla domanda più difficile: siamo davvero condannati a ripetere gli errori di chi ci ha preceduto?

La valle dell’Eden, la dualità tra fratelli

L’impianto dell’opera è il rapporto di continua contrapposizione tra fratelli: all’inizio tra Charles e Adam – il cui nome non è casuale, visto che è colui che si trasferirà ne “La valle dell’Eden” del titolo – in seguito tra Caleb e Aaron. Se Adam e Aaron – i cui nomi, sempre non a caso, sono legati alla Bibbia – sono i “fratelli buoni”, Charles e Caleb sono destinati a recitare la parte dei “fratelli cattivi”.

Charles lo diventa quando gli viene negato dal padre di partire per la guerra come avrebbe desiderato, Caleb lo fa con la “maledizione” di sua madre, che sembra riconoscere in lui il cognato scomparso. Alla fine, in un capovolgimento a sorpresa, sarà Aaron a decidere di arruolarsi, mentre Caleb resterà a casa. E catalizzerà su di sé le attenzioni della giovane Abra, che sembrava destinata a suo fratello.

Il rapporto conflittuale tra fratelli è ulteriormente preconizzato dalla tardiva scelta dei nomi per i neonati gemelli Caleb e Aaron. Ancora una volta, il fatto che la prima ipotesi per i loro nomi sia Caino e Abele non sarà casuale.

Cathy/Kate, una donna malvagia o una donna che sceglie la libertà a ogni costo?

Forse sarà la reinterpretazione di Zoe Kazan, ma da simbolo del male assoluto la Cathy Ames incarnata da Florence Pugh appare come un personaggio sfaccettato, una “villain” che mette alla base di tutte le sue azioni, anche le più riprovevoli, il bisogno di libertà e indipendenza, anche economica. È animata dal bisogno di non aderire alle aspettative di chi la circonda: essere un oggetto del desiderio docile alle brame altrui, diventare una brava moglie e madre, essere un’amante appassionata ed esclusiva.

Cathy fa esattamente l’opposto di Adam: non si uniforma alla trama della storia scelta per lei dalla sua famiglia e da chiunque la circondi, dall’insegnante che vuole portarsela a letto alla maitresse della quale diventerà la degna “successora”. Questo lo rende incompatibile con lui come moglie e, di contro, anima gemella di suo fratello Charles.

Questo non toglie che sia anche un’anima nera, una potente anti-eroina animata da cieca ambizione che, più passa il tempo, più è in grado di riconoscere solo il male nel prossimo. E riconoscendolo diventa prigioniera di una spirale di paranoia e tormento.

Il risultato è che Cathy si trasforma in una figura tragica, che in un momento cruciale del settimo episodio della prima stagione si svelerà crudemente il proprio autentico volto. In fin dei conti, è un’Alice nel paese delle meraviglie – da lei stesso citata ed evocata visivamente più volte nella serie – che è scesa nella tana del Bianconiglio, ne ha visto i lati oscuri e non è riuscita mai, davvero, a riemergere alla luce. Ma che riesce ad accogliere questo lato bambino di sé e, alla fine, ad abbracciarsi.

Lee, un non protagonista che diventa protagonista

Lee è l’altro personaggio che emerge potentemente dalla prima stagione di La valle dell’Eden: quasi l’antesignano degli statunitensi di prima generazione di oggi. Discendenti da immigrati che hanno inseguito un sogno, conoscitori della lingua e della società nella quale sono nati e cresciuti, eppure destinati a essere disconosciuti sia dalla propria comunità di nascita che da quella d’origine.

Lee incarna alla perfezione il “non bianco” che si trova costretto ad adeguarsi agli stereotipi che lo accompagnano ovunque vada, persino adottando un pidgin risultato dalla farsesca mescolanza tra cinese e inglese statunitense.

Nella sua condizione è parzialmente affine all’irlandese Samuel Hamilton, che però ha il privilegio di essere bianco e di madrelingua anglosassone.

La parola magica: Timshel

Citata ripetutamente in La valle dell’Eden, Timshel è la parola ebraica che meglio riassume il senso di responsabilità dei personaggi per il proprio destino: significa “Tu puoi”. Il significato sottointeso è “tu puoi dominare il peccato”.

La deviazione dalla norma come mostruosità

La voce di Cathy/Florence Pugh lo dichiara fin dal trailer di La valle dell’Eden: “Un mostro è una deviazione dalla norma accettata”. Questa definizione si adatta perfettamente a lei come a Charles e Caleb, tutti legati dalla stessa “devianza”. Ma la serie fa sorgere un interrogativo: essere mostri non significa, forse, vivere l’umanità sotto tutte le sue sfaccettature? E chiunque si autodetermini davvero non è, forse, destinato a essere additato come un mostro?

La valle dell’Eden, la recensione

La valle dell’Eden rivista sotto la chiave di Zoe Kazan è una serie che assume tutti i punti di vista dei suoi personaggi, pur prediligendo maggiormente quello di Cathy. E che sceglie di raccontarli in modo complesso, mentre il loro destino è come legato a fili invisibili manovrati talvolta dalla società (o dalla famiglia, che è una società in piccolo), talvolta dall’autodeterminazione che agiscono.

La fotografia fosca, a tratti cupa e a tratti fiabesca, evoca i destini dei personaggi e il clima di crisi e precarietà che si respirava negli Stati Uniti di inizio Novecento.

Le ottime interpretazioni, sulle quali spicca la straordinaria Florence Pugh (qui tornata ai fasti di Lady Macbeth e Midsommar), restituiscono spessore a una storia che è tra quelle che hanno raccontato meglio l’America che si affaccia alla modernità. E lo ha fatto negli anni Cinquanta, quando il mondo era già mutato irreversibilmente.

È inutile menzionare nuovamente l’ottimo materiale letterario di John Steinbeck, che pure è rispettato e riletto efficacemente in questa trasposizione. Che pure resta fedele a un principio steinbeckiano: quello che l’unica storia del mondo è quella che “gli umani sono prigionieri. Nelle loro vite, nei loro pensieri, nei desideri e nelle ambizioni, nell’avarizia e nella crudeltà. E anche nella gentilezza e nella generosità, in una rete di bene e male“.

🎬 Valutazione

Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
4
★★★★★