Intervista Uberto Pasolini, produttore e regista

Intervista a Uberto Pasolini, parte II: “L’Odissea di Nolan? Un tentativo coraggioso ma privo di emotività”

La seconda parte della nostra intervista a Uberto Pasolini, produttore e regista italiano. Il suo ultimo film da regista è Itaca – Il ritorno (2024).

Uberto Pasolini è uno di quei professionisti del cinema che non concedono interviste facilmente. Anche per questo è un onore che abbia accettato di raccontarsi ai nostri microfoni in un’intervista fiume, che per comodità dividiamo in due parti. Ecco la seconda parte in esclusiva per voi: la prima la trovate qui.

Almanacco Cinema presenta: l’intervista a Uberto Pasolini, produttore e regista, la seconda parte

A proposito di Still Life… Still Life e Nowhere special, il film che hai fatto dopo, sono due film che parlano di solitudine e di morte. Nello specifico, Still Life racconta di un individuo solo che si prende cura delle solitudini altrui. Da dove viene questo tuo interesse per le vite invisibili? Dietro questo film c’è qualcosa che
hai osservato nella realtà?


Uberto Pasolini: “Non direi un’esperienza personale nel
senso ehm specifico del lavoro del
personaggio di John May. Quella storia
ebbe origine dalla lettura di un’intervista
fatta a un impiegato comunale del comune
di Westminster qui a Londra, che parlava del suo lavoro. È un
lavoro che non conoscevo. Andai a parlare con questa persona che
lavorava in un piccolo ufficio del quale feci la replica per il film,
proprio uguale. Quello che mi interessava era una vita che era
il contrario della mia. In genere
sono interessato a esperienze di vita che sono il contrario
della mia di super privilegiato.
Privilegiato non solamente dal punto di
vista finanziario, ma con famiglia, amici,
figlie e rapporti
sociali molto presenti.
In questo caso certamente (mi interessava) l’idea di
passare gli ultimi giorni della
propria vita da soli e non soltanto
gli ultimi giorni. Questo mi interessava moltissimo, come
mi era interessata la vita
dell’emigrante, come poi mi interessò la
vita che porta a un interesse per
l’adozione, per il film che feci dopo
come regia (Nowhere special, ndr).

Certamente il personaggio di John May
riflette molti aspetti miei
personali. In particolare, in quel
periodo io avevo appena
divorziato
da mia moglie, con la quale
ho continuato poi a lavorare. Per la
prima volta da tantissimo tempo, a parte
quei 7 mesi in Australia, mi ritrovavo
da solo a casa.
Prima ero abituato a tornare
a casa,  tra rumori, odori, cucina, caos,
bambine piccole. Dopo, all’improvviso, 4 giorni alla settimana
tornavo a casa dall’ufficio e non
c’era nessuno, la luce era spenta.
L’esperienza della solitudine
è stata particolarmente forte proprio
perché è arrivata dopo un momento invece che
era al contrario. Molto di quello
che si vede nel film, come la vita di
John May a casa sua, somigliava un
po’ alla mia. Addirittura il fatto di aprire
la scatoletta di sardine alla fine della
giornata, che diventò la
scatoletta di tonno perché il tonno è rotondo ed è più
consono dal punto di vista visivo a una persona così precisa.

Certamente nel
film c’è molto di me. Sono riuscito a mettere
una fotografia di mia madre nell’album fotografico
dei clienti di John May e anche una
fotografia di una donna fantastica che
era stata la tata di mio padre quando
era piccolo.
Ero interessato
a
raccontare
la solitudine nella
civiltà moderna dei paesi ricchi che
permette queste situazioni di abbandono, di solitudine e di
tristezza. Prima di scrivere la sceneggiatura
feci ricerca: passai 6 mesi in compagnia di
persone che fanno quel mestiere in due
comuni a sud di Londra.
Fui testimone di situazioni che poi
replicai
nella sceneggiatura stessa: per esempio la donna senza famiglia, ma con mille
fotografie del suo gatto. Ecco,
quel tipo di cosa lì non la puoi
veramente inventare. O se inventi ti
viene male perché ti viene falsa”.

E la storia di Nowhere special da dove viene?

Uberto Pasolini: “Visto che non ho
molta immaginazione lessi un
articolo che mi capitò per caso su un giornale che non leggo
normalmente, il Daily Mail. Aprii una pagina
e lessi di questo giovane
padre single al quale erano stati dati pochi
mesi di vita e li aveva dedicati a
cercare una nuova famiglia per suo
figlio di 4 anni. Mi sono detto: questa è una
bellissima storia, vediamo
un po’ di contattare
le persone che si sono occupate di
questo caso. Contattai l’ufficio
che si era occupato del caso e questo
ufficio mi disse che non poteva dirmi
assolutamente niente oltre a quello che
diceva già l’articolo nel giornale per
ragioni di privacy. Allora
inventai e misi quella
che era la mia esperienza di padre, ad esempio
nel
pulire i capelli delle figlie dai pidocchi, cosa che
succedeva ogni due settimane a casa (sorride, ndr), ma anche momenti più seri. Fare il padre
un po’ mi ha aiutato a
scrivere quella sceneggiatura. Poi feci ricerca parlando a
molte organizzazioni che operano nel sistema
delle adozioni in Inghilterra e anche a
un’organizzazione molto speciale che si
occupa di aiutare i bambini
che hanno perso un genitore, un fratello o una sorella.

Mi misi a
scrivere questa sceneggiatura molto
semplice e priva di melodrammi. Anche qui per me era molto
importante non avere scene tragiche e scene di pianti e di raccontare questa
storia nella maniera più delicata
possibile. È un film che
non ha avuto successo in Italia, soprattutto perché uscì in pieno Covid quando all’improvviso si
poteva andare al cinema sotto
Natale. Feci una tournée con il Covid
addosso in Veneto in
questi cinema dove c’erano cinque
persone tutte coperte di mascherine
sotto Natale che non volevano vedere un
film su un padre che
muore e su un bambino senza mamma. Nessuno è andato a vederlo, però è un
film che ha avuto delle ottime critiche
in particolare in America.
Era piaciuto molto ma era stato visto da pochi, perché il distributore americano era
in bancarotta. Al contrario, Still Life è piaciuto meno in America, perché il New York Times l’ha stroncato
e gli ha praticamente tagliato le gambe subito”.

Guarda, secondo me Still Life ha avuto
meno fortuna degli Stati Uniti perché è
un film un po’ contemplativo. Gli Stati
Uniti non sono abituati a quel tipo di
film. È più un film orientale…

Uberto Pasolini: “Certamente Ozu (Yasujirō Ozu, ndr) è stato un un termine di
riferimento molto importante. La mela abbandonata sulla scrivania di John May verso la fine del film è la mela abbandonata di Tarda primavera di Ozu. C’è anche
un piccolo omaggio a Ozu in Nowhere special. Lui fece un film delizioso che
si chiamava
Figlio unico.
C’è una scena di questo bambino
che si lamenta scontroso: si sdraia per terra, mette i piedi
sulla porta. Feci fare al nostro
ragazzino
la stessa cosa per Nowhere Special”.

Ritornando a Full Monty: non te ne sei mai
distaccato davvero, al punto
che nel 2023 sei stato anche produttore
esecutivo della serie tratta dal film. Che effetto ti ha fatto riprendere in
mano quel materiale dopo tutti quegli
anni?

Uberto Pasolini: “È stato molto piacevole
lavorare con Simon di nuovo e con gli
attori. Credo che la serie non abbia avuto un grande
successo,
è molto soft, molto leggera. C’è un po’
di dramma ovviamente, ma credo
che in televisione le cose di questo
tipo facciano più fatica a viaggiare,
soprattutto con le mille
alternative che si hanno adesso
sulle tantissime piattaforme oltre alle
televisioni nazionali. Però tornare a Sheffield è stato
piacevole, e mi ha portato un po’ di
soldi che mi hanno aiutato anche a
far partire l’Odissea”.

A proposito di Odissea: la tua Odissea
personale (Itaca – Il ritorno, ndr) è stata girata oltre 2
anni prima di quella di Nolan. Mi dai un giudizio sulla sua Odissea?


Uberto Pasolini: “Beh, l’Odissea di Nolan è un
tentativo, secondo me coraggioso,
perché qualsiasi tentativo di
avvicinarsi all’originale di Omero ha
bisogno di coraggio e ha bisogno di
sfrontatezza e ha bisogno di un punto di
vista. Mi sembra che Nolan abbia fatto
molti studi
sull’originale. Poi
ovviamente ha letto anche Virgilio.
Insomma: è molto pensata. È un tipo di cinema che è lontano dai miei registi, non saprei
come cominciare a fare un film di quel
tipo.

Ed è un film che secondo me ha delle buone soluzioni, dal
punto di vista drammaturgico: sa come passare dall’originale a una
versione cinematografica. Per esempio,
l’idea di far raccontare le avventure
dei libri 9-10-11-12 a Calipso invece
che a Nausicaa. Saltare tutta la parte di Nausicaa è una scelta accettabile perché
nel giro di queste 3 ore introdurre un
nuovo palazzo, un nuovo regno, nuovi
personaggi forse sarebbe stato
complicato.

Ho l’impressione che lui abbia perso un
po’ di tempo, proprio di tempo
cinematografico, a raccontarci delle
cose che poi ha lasciato un po’ senza
seguito. Per esempio tutta la storia
di Agamennone: il
sacrificio di Efigenia, il ritorno
di Agamennone, il bagno di Agamennone, la morte di Agamennone.
Ecco, io credo che tutto quello che
avrebbe dovuto nutrire il
senso di insicurezza che ha Odisseo
verso Penelope, che è la ragione per la quale
Agamennone e la sua storia è
nell’Odissea originale, quello si è
perso. Allora, mi chiedo,
c’era bisogno di fare tutto questo Agamennone? Oltretutto con un
costume così sopra le righe, in fondo quello che ci ricordiamo dell’Agamennone di
Nolan è l’elmetto.

L’altra cosa
interessante che ha fatto è,
per esempio, questo discorso sulla
gente del mare, che è una teoria
storica in voga
fino a qualche anno fa. La teoria
che la fine della cultura micenea
non sia stata causata dal grande terremoto e dall’esplosione del vulcano di Thera (l’odierna Santorini, ndr)
ma
da questa gente del mare che distruggeva civiltà. Questo discorso, anche se è
troppo raccontato e troppo poco visto, è interessante. Era una chiave
interessante di lettura e di invenzione.
Avrei amato di più il
film se lui avesse
usato come compagno di scrittura
qualcuno che avesse un senso dei
dialoghi più non so più convincente. I suoi dialoghi non mi hanno
convinto. In genere lui scrive con
suo fratello, credo, ma questa volta il credit è solo suo.

Non posso fare paragoni, perché poi
il paragone fondamentale è 2 miliardi di
dollari di botteghino contro 5 milioni: qualsiasi cosa che io
possa dire sul film di Nolan viene
adombrata da quest’enorme successo che
non è solamente un successo
cinematografico, ma è un successo
mediatico. Pare che i giovani leggano l’Odissea
di nuovo.
Io sono felice che il
film di Nolan sia stato fatto. L’avrei
fatto in maniera molto diversa, ma questo
sarebbe stato un fallimento,
evidentemente”.

Lo hai fatto in maniera molto diversa.


Uberto Pasolini: “Sì, perché a me
interessa il punto di vista
psicologico. I libri 9-10-11-12 per me sono
meno ricchi, meno
interessanti.
Quello che mi interessava
di più era il rapporto familiare, la
famiglia, l’effetto sulla famiglia
del tradimento di un marito o di un
padre che preferisce
starsene lontano invece di riprendere in mano i propri obblighi, i propri doveri,
le proprie responsabilità”.

Io, però, ci ho visto un’affinità con
l’Ulisse di Nolan.


Uberto Pasolini: “Io credo che in comune abbiamo una lettura simile sul trauma
della guerra. Quello certamente. Mi
sembra che l’interesse di Nolan sul tentativo di rifiuto della
violenza da parte di Odisseo sia simile a quello che ho
perseguito io a partire da quel
pianto che fa Ulisse alla fine
dell’ottavo libro, quando il cantore alla reggia dei Feaci parla della fine di Troia. Io però ho avuto il vantaggio di lavorare con un Ralph Fiennes al
massimo del suo talento, della sua
intuizione, della sua generosità, del
suo sforzo. Mi sembra di vedere un
attore che scompare nel ruolo.

Mentre
devo confessare che quando guardavo l’Odissea di Nolan con Matt
Damon – un bravissimo attore,
per carità – ho sempre visto
Matt Damon. Ma è inutile
fare delle critiche: due miliardi di
dollari per un film che è l’adattamento di un poema
scritto 2500 anni fa, ma raccontato certamente 3.000 anni
fa. È un’operazione straordinaria e
tanto di cappello a Nolan per averla fatta”.

Per quanto riguarda la tua
versione, c’è anche un’altra differenza
sostanziale: Nolan, per ragioni di
budget e di stile, ci fa vedere i mostri.

Uberto Pasolini: “Lui racconta l’Odissea come noi la pensiamo. Se si chiede per strada di cosa parla l’Odissea, forse la
prima immagine sarà Polifemo, poi le Sirene, poi Circe.
L’iconografia più ovvia di
Odisseo è legata alle sue avventure.
E quando si parla di Odissea dal punto di vista metaforico si parla di
un movimento, di un viaggio. La mia Odissea è un’odissea
interiore, è la storia di un lungo viaggio psicologico
che parte da Troia e arriva fino
alla vasca da bagno della nostra ultima
scena e che doveva ancora continuare
per risolversi. Ma è un viaggio
psicologico. Per Nolan un’Odissea senza avventure
non avrebbe avuto nessun senso.

Cioè io
ho fatto una cosa molto molto
diversa. Lui invece l’ha presa di petto, per cui
si è confrontato con Polifemo, con le
Sirene. Poi questi
momenti possono piacere o non piacere.
Io trovo che
il film abbia maggior successo proprio
nelle avventure: quei 20-30 minuti dedicati alle avventure
sono quelli che hanno più senso
cinematografico e drammatico.
Mi sembra che Circe, anche se
completamente diversa dalla Circe di
Omero, abbia una qualità
anche visiva. Questi maiali che
sembrano dei Bacon (il riferimento è alle opere di Francis Bacon, ndr). In un certo senso anche
quegli assurdi Lestrigoni come sequenza cinematografica funzionano. C’è un momento
di tensione, poi c’è una battaglia, poi
ci sono questi enormi personaggi.

Invece ho avuto dei
problemi con tutti i
costumi dell’Odissea di Nolan. Ma anche con
la qualità del lavoro di costruzione
del film di Nolan, su quelle cose che il pubblico non nota, come lo spessore delle costruzioni: è tutto falso,
sembra tutto plastica. Io credo che
lui sia stato aiutato male
da una serie di persone che potevano
aiutarlo meglio, che fossero i
costumisti o che fosse lo
scenografo stesso.
Non tanto per la concezione, perché
se si vuole un Agamennone
fuori dal tempo va benissimo.

Io ho cercato un approccio
scenografico e dei costumi che fosse il contrario: non volevo che lo
spettatore guardasse i costumi e
guardasse le scenografie. Mentre per
Nolan
il discorso era al contrario: facciamo
una cosa di impatto. Però
se vuoi fare un discorso sui
costumi di impatto, ci spendi
un po’ di soldi e dici: “Io ho 20 seguaci di Ulisse che viaggiano con lui. Non li vesto tutti
uguali.
Sono 20 persone con 20 personalità
diverse, devono essere vestiti in modo
diverso. Non li faccio
remare sotto il sole mediterraneo con la
corazza addosso, perché non ha senso. A
parte che la corazza sembra di plastica.

Ecco, credo che tale era l’enormità del
progetto e la difficoltà di controllare
tutto, che forse Nolan, da una parte
meno interessato o da una parte
distratto da altri problemi, ha prestato meno
attenzione a questi aspetti.
Poi ho
l’impressione che lui abbia un problema
con l’intimità e con l’emotività.
Per cui fare 3 ore di Odissea
e poi arrivare alla fine e non avere una
scena fra Penelope e Odisseo per
me è strano, cioè non so come dire, no?
è possibilissimo che lui l’abbia
scritta, girata e poi deciso di
tagliarla.
Però io sono lì da 3
ore a aspettare che Penelope e Odisseo si
incontrino e si raccontino qualche cosa
e non succede. Non si parlano, non si dicono
niente alla fine. Lui ha vissuto 7 anni con Calipso, come amante,
e non c’è una fisicità. Non c’è
anche nella sua violenza, che è un po’ asettica: c’è molta battaglia, il
combattimento finale con i Proci, anche loro vestiti tutti uguali,
sembra uscito da una serie
televisiva sui vichinghi.

Non ho sentito la
violenza, quando la spada entra dentro il
corpo di una persona. Noi ce l’abbiamo a
metà film, con Odisseo che
ammazza i primi due Proci che
seguono il figlio. Io ho provato
col suono, con l’azione, con la
faccia di Ralph a far sentire cosa
vuole dire mettere una spada nella
pancia di qualcuno. Invece le morti di
Nolan non sono fisicamente forti. L’unica volta che ho sentito un
corpo soffrire è stato quando Polifemo
si mangiava due dei suoi compagni“.

La parte di Polifemo a me
ha fatto pensare tantissimo a Guillermo del
Toro, anche per come è stato rappresentato il
ciclope… Però non è spaventoso neanche quello.

Uberto Pasolini: “A me non
è spiaciuta l’idea di un occhio storto
dall’altra parte, come
un occhio di Buddha… Verticale anziché orizzontale.  Però ecco, io per esempio avrei detto: perché è pallido? È un pastore, va in giro
tutto il giorno con le sue capre, un po’
di sole lo dovrebbe prendere. Sembra una pittura di Fussli. Poi capisco che lui non abbia
voluto inserire la parte di “il mio nome è nessuno”. Una parte che io
sono riuscito a mettere nel
nostro film quando c’è un
dialogo fra Telemaco che chiede a
suo padre prima di sapere che è
suo padre: chi sei tu? E lui dice: ‘Io
sono nessuno’. Di nuovo: ci sono
dei momenti dell’Odissea che per me
vanno messi in risalto.

Anch’io ho fatto molte scelte che hanno
allontanato il nostro
testo dall’originale di
Omero e e qualcuno mi potrebbe dire:
perché fai morire Laerte, e
io potrei andare avanti per un’ora a spiegare il motivo. Il confronto
con un testo sacro come può essere
quello di Omero per forza acquisisce un qualche tipo di
valore se c’è
un’analisi e poi una ricerca delle
soluzioni più convincenti”.

A proposito di scene madre dell’Odissea: nel libro una è la scena della morte di Argo, il fedele cane di Ulisse. Nel tuo film io
ne avverto la potenza. Nel testo di
Nolan. Ci sono tutti questi flashback di Argo da cucciolo
che non mi restituiscono la sensazione del
rapporto emotivo tra di loro.
Mi sembra qualcosa che Nolan ha fatto per strizzare l’occhio allo
spettatore.

Uberto Pasolini: “Qui torna quello
che dicevamo prima: secondo
me lui ha una carenza di emotività, in queste
situazioni. Noi per fare quella scena col
cane ci abbiamo lavorato per ore, poi nel montaggio. Quello che hai detto prima che è
interessante è come lui ha preparato
delle sequenze, ma poi quando le mette
lì non non hanno l’impatto che
potrebbero avere. Argo è la più ovvia,
ma per esempio lui ha preparato in flashback il ferimento di
Ulisse dal cinghiale a caccia. Ora,
ovviamente nell’originale Ulisse viene ferito da ragazzino, ma non
importa. Perché? Perché gli viene la cicatrice che permette a
Euriclea di riconoscerlo.
Noi
non abbiamo girato questa scena, e semplicemente sentiamo che ci dice
”Ti sei fatto la cicatrice quando sei
tornato dalla caccia”. Lui (Nolan, ndr), che è
più visivo, dice “No, io voglio vedere
questa scena”.

Quindi c’è una scena con il
cinghiale che arriva e lui che difende gli altri
dietro di lui e viene ferito. Poi, però,
quando si arriva alla ragione di
quella storia che è il riconoscimento di
Euriclea,
noi abbiamo una scena drammatica con una fantastica Molina (Angela Molina, ndr). C’è quasi una scena di sesso fra i
due, che finisce con lei che gli dice: ‘Adesso li devi ammazzare tutti’.
In Nolan il riconoscimento di Euriclea e la
chiusura di quella scena sono
momentanei e inesistenti. Evidentemente lui si focalizzava su
altre cose.
Ripeto: secondo me la
grande carenza è l’assenza di una vera conversazione fra
Ulisse e Penelope. Nella prima scena
di incontro fra i due, li separa con una parete di legno, per cui lei fondamentalmente non la vedi, vedi solo
lui. Ma non si guardano,
non si sentono. Il
problema fondamentale è proprio questa assenza di una scena finale fra i due che forse ha girato e non l’ha messa.
Chi lo sa”.

Per Itaca – Il ritorno come hai
fatto a ingaggiare Ralph Fiennes e Juliette
Binoche?

Uberto Pasolini: “Conosco Ralph da tanto tempo
perché quando lavoravo per David
Puttnam lavorai sul suo primo film: un film televisivo su
Lawrence d’Arabia.
Un piccolo film televisivo che
facemmo in Inghilterra, sì, ormai 40
anni fa. Lo conoscevo da
tempo. Quindici
anni fa avevo chiesto a Ralph di
fare la regia:
lui aveva appena fatto Coriolanus, che era una
versione molto interessante, secondo me,
del dramma di Shakespeare. Lui mi disse ‘sì,
che buona idea’. Doveva fare sia la regia
che interpretare Ulisse. Andammo in giro per il Mediterraneo insieme a cercare posti.
Dopo dieci giorni
di questo viaggio insieme, lui mi disse
che era un po’ pesante. Non me
lo disse, ma credo che capì che io come
produttore sarei stato una presenza
infernale e decise comunque che
c’erano forse dal punto di vista di
tonalità troppe cose simili
fra Coriolano e la nostra versione
dell’Odissea che era già scritta,
anche se non scritta come come poi
l’ho girata io.

Per cui alla fine disse no.
Però 5-6 anni fa mi disse:
’Io ho ancora voglia di fare Odisseo se 
tu fai la regia’. E io gli dissi: ‘Non ho mai pensato di fare
questa regia: è troppo grande,
 seria, importante… ho
fatto tre piccoli film’. Lui disse: ‘Sì,
sì, poi hai fatto Nowhere special che è
molto speciale’. Io
provai a svicolare dicendo:
’Sì, ma non possiamo fare il film perché
non abbiamo Penelope’. E lui disse: ‘Binoche’.
Allora mandammo la sceneggiatura a
Juliette Binoche che era rimasta in contatto con
lui perché si conoscevano da tempo, da prima de Il paziente inglese. Avevano fatto un film insieme,
mentre io stavo finendo il film
con lui su Lawrence d’Arabia: Cime tempestose (1992) fatto da Peter Kosminsky. Non era un gran
film, però
lì lavorarono insieme per la prima volta.

Poi l’agente di Binoche chiamò lui dicendo ‘Abbiamo
ricevuto questa sceneggiatura che dice
che tu sei coinvolto, è vero?’ E lui
confermò. Fondamentalmente Binoche sta nel film
perché voleva lavorare con
lui e poi perché effettivamente la
sceneggiatura le restituiva una Penelope più interessante di quella che lei si ricordava dai
tempi della scuola. È stata fantastica, generosissima, paziente. Enormemente donante, come lui. I
veri professionisti sono magici. D’altronde tutti gli attori coi
quali ho lavorato nei pochi film che ho
diretto sono speciali”.

Quale progetto che è già stato realizzato ti
sarebbe piaciuto realizzare, da produttore?

Uberto Pasolini: “Un classico di Chaplin,
tipo Luci della città.
Per quell’equilibrio
quasi sempre mantenuto fra la
comicità fisica estrema e l’emotività
anche un po’ spinta: quando
arriva la fine di City Lights piango
sempre,
perché quell’ultimo momento di lei che
lo riconosce è magico. Oppure mi
sarebbe piaciuto produrre I sette
samurai.
Quello che mi piacerebbe molto fare, che ho
fatto tradurre, è la
mia versione dell’Odissea in Giappone
come un film samurai.

Perché 20 anni fa,
quando non riuscivo a trovare un regista
che era disposto a fare questo film
sulla cui sceneggiatura ho lavorato per 30 anni, mi ero detto: ‘Se
nessuno lo vuole fare
in costume greco faccio quello che Kurosawa ha
fatto con Shakespeare e trasporto Omero
nel Giappone del 1500. Ho una bellissima
sceneggiatura
nella quale Odisseo si chiama Masanaga, dove
Penelope si chiama Princessaia. Sembra fatta apposta perché l’arco,
la violenza alla fine sono molto
giapponesi, i lunghi momenti di attesa, i
silenzi… insomma sembra un film di Kurosawa
pre samurai, presangiuro”.

Chissà, magari un regista giapponese di
oggi potrebbe dirigertelo…

Uberto Pasolini: “Ci ho provato, ho fatto arrivare la sceneggiatura a Ken
Watanabe, ma ha detto che era troppo
violenta per lui. Nel cinema giapponese la violenza è una
cosa molto presente a volte, che sia
il genere horror oppure nel cinema in costume. Non manca mai la violenza anche nei film. Eppure mi piace l’idea. Ci devo provare, purtroppo il mio film non ha avuto nessun riscontro in Giappone però il successo della storia di Ulisse al cinema c’è stato anche lì. E io potrei dire: facciamo la versione ristretta di quella storia in Giappone, non del mio film”.

Quali attori
italiani e stranieri avresti
il piacere di dirigere?

Uberto Pasolini: “Con
chi mi piacerebbe lavorare? Con Paola
Cortellesi, con la quale ho sperato di lavorare qualche
anno fa sulla piccola sceneggiatura
italiana che ho scritto perché mi
piacerebbe fare un film in Italia e in
italiano.
Poi lei fu travolta nel miglior
modo possibile dal suo fantastico film (C’è ancora domani, ndr) e
ormai non può più fare i film degli
altri se non quelli
di suo marito. Paola è
una persona deliziosa, molto generosa e di
enorme talento. Mi piace il suo
passato che copre il teatro, il cabaret, la musica. È molto poliedrica, è molto umana.

Di attori internazionali non
so. Ieri sera sono andato a vedere l’ultimo film di
Martin McDonald che si chiama Wild Horse Nine. Sono andato a
salutare John Malkovich col quale
avevo lavorato al
mio primo film (insieme a David Puttnam, ndr) Urla del silenzio (1984). È stato
molto carino, mi ha abbracciato, ci siamo
rivisti dopo 40 anni. Ed è è interessante vedere come un
attore come John Malkovich è utilizzato da Martin McDonald, che lo tiene un po’
stretto, un po’ più asciutto di quello
di come lo vediamo normalmente. Da tanto tempo vorrei fare un
western, producendolo da un libro che ho letto
e del quale ho acquistato i diritti.
Ho dato il libro ad Alan Taylor, che
fu il regista di Palookaville e de I
vestiti nuovi dell’imperatore. Ha
scritto una bellissima sceneggiatura di un western e c’è bisogno di un grande
cowboy. Un cowboy che può avere 30
anni come 60, però ci vuole un grande
attore”.

E chi potrebbe essere?

Uberto Pasolini: “Eh, non lo so. Tutti e nessuno,
cioè tutti i grandi americani a partire da Sean
Penn. Matt Damon sarebbe un
ottimo cowboy per il mio film, però
fargli arrivare la sceneggiatura e
fargliela leggere è molto difficile perché nel
nostro mestiere se non hai
soldi gli attori non ti parlano. Se non
hai l’attore non hai i soldi, per cui
hai questo
chicken and egg, la gallina e
l’uovo. Cosa viene prima? E se
non hai una non viene l’altro”.

In ultimissima battuta, ti va di dare un’anticipazione su un
progetto, qualcosa che magari sta nel cassetto, al di là
del western?

Uberto Pasolini: “Ho scritto una piccola
sceneggiatura, un’altra storia triste
inglese, per cui quella forse è più
facile da fare.
Una piccola storia sul problema
della gente che esce di prigione,
su come si può adattare.
E sulle difficoltà che ha una
persona che esce di prigione a restare
fuori di prigione”.

Mi ricorda un po’ il personaggio di Brooks in Le ali della libertà di Frank Darabont: il bibliotecario del carcere scarcerato dopo una vita che non riesce a trovare il suo spazio come uomo libero…


Uberto Pasolini: “Sì, un gran film”.

Ed è molto bello anche lo spunto per la
tua sceneggiatura, quindi ti auguro che
diventi un bellissimo film.


Uberto Pasolini: “Grazie. Speriamo”.

 

Ringraziamo di cuore Uberto Pasolini per la grande disponibilità e il tempo che ci ha dedicato.