Balcanica, recensione del film di Nicola Sorcinelli: la rotta balcanica, la musica e il viaggio di un padre e figlio in fuga dall’Afghanistan.
Balcanica, conquista due riconoscimenti alla Mostra del cinema di Venezia, il Premio del pubblico alle giornate degli autori e il premio Carlo Lizzani. Il film racconta la musica come resistenza, ma sopratutto l’impotenza che si prova davanti a un dolore che non sempre riusciamo a capire. Sorcinelli ci ricorda che l’arte è un modo di esprimere il proprio io, e in quanto tale di primaria importanza, rimuovendolo si rischia di rimuovere la propria essenza.
Balcanica è ora disponibile in sala.
La trama di Balcanica
Al centro della vicenda ci sono Nazar (Babar Karimi), direttore d’orchestra, e suo figlio Jalil (Ivar Wafei) suonatore di tuba. Costretti a lasciare l’Afghanistan dopo che il regime ha imposto il divieto di ascoltare e suonare musica, i due intraprendono la rotta balcanica con la speranza di raggiungere l’Italia per suonare un concerto. Il viaggio si rivela una lotta per la sopravvivenza, fatto di violenza da parte delle guardie di frontiera. Lungo il cammino incontrano Greta, (Matilda De Angelis), una giovane dottoressa impegnata in una missione umanitaria.
Il merito principale di Balcanica è quello di riportare al centro del discorso l’umanità, quella che manca da tanto tempo. Ci ricorda che i migranti sono essere umani e in quanto tali hanno una dignità, e che spesso nel loro viaggio per cercare una vita degna di essere chiamata tale, gli viene negata. Il legami tra i due protagonisti non è solo famigliare ma anche artistico. La loro passione è viscerale e li spinge a scappare dalla loro terra natale per poter continuare a vivere d’arte. Ci ricorda che l’arte dev’essere politica e deve smuovere le masse. La musica sopravvive quando il resto è perduto.
Il film evita di essere retorico. La migrazione è raccontata attraverso corpi stanchi e sofferenti, non solo dei migranti ma anche di chi prova a salvarli.
L’impotenza di Greta
Per rappresentare Greta, la De Angelis lavora per sottrazione. Il suo personaggio rappresenta la nostra impotenza davanti a un dolore immenso. Evita manierismi e opta per una recitazione estremamente realistica in cui lo spettatore si specchia perfettamente. Lo sguardo di Greta e dello spettatore spesso diventano un unicum, si trasformano in spettatori davanti a una tragedia che nessuno può fermare. Il gesto finale della protagonista diventa un invito all’empatia, a cercare di riconoscere il nostro privilegio e ricordare che al mondo non siamo soli. Greta si allontana dalla sua situazione agiata e rischia la sua vita, la sua libertà per salvare almeno due di quelle persone. Quella di Greta non è una soluzione al problema, ma un gesto che prova a contrastarlo, a offrire un altro finale.
Ivar Wafei veste i panni di Jalil, e sfonda lo schermo. Il suo sguardo è pieno di dolore e piano piano vediamo la speranza andare via dal suo viso. Il viaggio inizia per una sua bugia, un concerto inesistente per scappare da una gabbia a cielo aperto. Ma quando la vita di suo padre è messa a rischio, la sua speranza va via, ma non quella del padre. Nazar decide di andare avanti, e nei suoi occhi c’è il sognodi chi crede di farcela. Nel loro rapporto si ricreano le aspettative iniziali e si ridefinisce il concetto stesso di speranza.
Balcanica ci presenta tre dolori, due che non riusciamo a capire ma ci costringe a guardarli con lunghe sequenze senza dialoghi, il dolore ha solo il suono.
Una regia asciutta
Dal punto di vista formale, Sorcinelli opta per un’unica ottica che permetta di dare spazio al viso dei personaggi, luogo in cui leggiamo il loro dolore. In questo modo lo spettatore si avvicina ai personaggi, seguendo una dimensione visiva che a tratti diventa documentaristica. Gli ambienti ci rimandano a una dimensione di isolamento, dove tutte le vite sembrano essere precarie. I migranti si muovono da uno spazio all’altro per potere sopravvivere giorno per giorno.
Queste scelte permettono di rendere giustizia alla durezza del percorso affrontato, senza ricorrere a una pornografia del dolore. Il suono diverta personaggio, non solo la musica come bagaglio e come moto, ma anche i suoni dei luoghi e delle difficoltà che incontrano. Il dolore si sente anche senza vedere.
Balcanica, un film necessario
Con Balcanica, Nicola Sorcinelli affronta un tema di attualità senza rinunciare alla dimensione più intima del racconto e del dolore. Il film è sicuramente politico ma non lo urla al mondo. Il regista preferisce concentrarsi e mostrare ciò che si deve affrontare nel cercare una vita migliore. Rinunciare alla propria arte significa rinunciare a una propria parte di sé che i protagonisti non sono pronti a perdere, giustamente. I desideri, i sogni e la dignità di tutti gli essere umani non puo’ essere ridotta un numero e tutti dobbiamo essere in grado di prenderci le nostre responsabilità.
Balcanica è un film necessario, un film viscerale che ti chiede di guardare in faccia il dolore altrui e di riconoscere il proprio privilegio.
🎬 Valutazione