Alla Festa del Cinema di Roma 2026 Elio Germano racconta il nuovo film Noi un po’ meglio, il metodo di lavoro con Daniele Luchetti e Simone: «Non mi ci rispecchio per nulla». Il film arriva il 29 ottobre.
Elio Germano torna a lavorare con Daniele Luchetti in Noi, un po’ meglio, ma il loro metodo continua a essere fondato su una regola precisa: non sapere fino in fondo dove porterà una scena. Alla Festa del Cinema di Roma, l’attore ha raccontato un rapporto professionale costruito sulla ricerca e sull’imprevedibilità, nel quale anche ciò che è scritto può cambiare durante le riprese. Ha spiegato Germano:
«Fortunatamente ciò che ci lega è il piacere della ricerca e del mistero dell’umanità, senza pretendere di sapere già quale sarà il risultato finale. Il nostro metodo non è ripetere qualcosa di pensato a tavolino, ma abbandonarsi all’imprevedibilità».
In Noi, un po’ meglio interpreta Simone, un pompiere con un forte senso della famiglia, legato a Lucia, infermiera interpretata da Maria Chiara Giannetta. La loro relazione viene messa alla prova quando entra in gioco la possibilità di adottare un bambino, facendo emergere differenze che riguardano famiglia, maternità e modo di affrontare la vita.
Il film, presentato nella sezione Grand Public della Festa del Cinema di Roma, dura 107 minuti ed è diretto e co-sceneggiato da Daniele Luchetti. Nel cast figurano anche Anna Bonaiuto, Ilaria Spada, Caterina Guzzanti, Filippo Nigro, Dajana Roncione e Jacopo Olmo Antinori. L’uscita italiana è prevista per il 29 ottobre 2026.
Elio Germano e Noi un po’ meglio: il metodo con Daniele Luchetti
Il rapporto tra Elio Germano e Daniele Luchetti ha alle spalle una collaborazione lunga, che comprende anche La nostra vita, il film che nel 2010 valse a Germano il premio per la migliore interpretazione maschile al Festival di Cannes, ex aequo con Javier Bardem.
Ma per l’attore quella familiarità non significa aver costruito un metodo destinato a ripetersi sempre allo stesso modo. Al contrario, sul set di Noi, un po’ meglio l’obiettivo era mantenere aperta la possibilità che una scena prendesse una direzione diversa da quella prevista.
«Giriamo le scene cambiando strada a ogni ciak, mettendo i personaggi nella difficoltà di trovare le parole giuste al momento, senza cristallizzarle prima», ha raccontato Germano. «È un approccio che rende ogni giorno sul set sorprendente».
La sceneggiatura rimane quindi una struttura sulla quale lavorare, non un risultato da riprodurre meccanicamente davanti alla macchina da presa. Un’impostazione particolarmente adatta a un film che Luchetti ha voluto costruire osservando i personaggi senza trasformarli nei portatori di una tesi.
Il regista ha raccontato di aver concepito Noi, un po’ meglio durante i mesi del Covid, in un periodo nel quale sentiva la necessità di recuperare un rapporto di maggiore empatia con il pubblico. «Volevo allontanarmi da un rapporto conflittuale con il pubblico: desideravo invece creare empatia, una forma d’amore con chi guarda, offrendo una storia in cui ci si possa rispecchiare».
Elio Germano e Simone: «Non mi ci rispecchio per nulla»
Proprio quella ricerca di naturalezza potrebbe far pensare che Elio Germano abbia portato molto di sé dentro Simone. L’attore, però, respinge l’idea.
«Non mi ci rispecchio per nulla, e mi piacerebbe anche avere la sua risolutezza!»,
Per Germano il rapporto tra attore e ruolo funziona anzi quasi nella direzione opposta: è la distanza creata dalla finzione a permettere di far emergere parti di sé che normalmente rimangono nascoste.
«La maschera teatrale o cinematografica soffre e si abbandona a dinamiche che permettono alle nostre parti nascoste di uscire. Se dovessi interpretare me stesso sarei bloccatissimo e imbarazzatissimo».
È un’idea della recitazione nella quale l’identificazione completa con il personaggio non è necessaria. La maschera diventa invece un mezzo per raggiungere emozioni che nella vita quotidiana sarebbero più difficili da esprimere.
«L’attore usa la finzione e la distanza del personaggio come un canale per esprimere emozioni che nella vita di tutti i giorni, spesso fatta di grandi difficoltà espressive, non sapremmo dove mettere».
Noi un po’ meglio, Simone e Lucia davanti all’adozione
La distanza tra Germano e il suo personaggio acquista un peso particolare nella relazione con Lucia. Simone è strutturato e cerca stabilità; lei è indipendente, più disposta a mettere in discussione le convenzioni e il modello tradizionale di famiglia.
L’adozione diventa il punto nel quale queste differenze non possono più restare sullo sfondo. Luchetti utilizza il percorso della coppia per affrontare anche il tema della genitorialità e delle condizioni nelle quali oggi si decide di costruire una famiglia.
Il regista ha rivendicato una posizione priva di giudizi sulla scelta di avere figli: «Penso che debba essere una scelta totalmente libera, senza giudizi di valore su chi fa più o meno figli».
Nel film questa riflessione passa però prima di tutto attraverso i personaggi e il loro rapporto. Anche per questo Luchetti ha spiegato di aver voluto prendere le distanze dal cinismo e dallo sguardo dall’alto tipici di certa commedia italiana, cercando invece di osservare Simone e Lucia con affetto.
Ed è proprio qui che il metodo raccontato da Elio Germano si lega al film: non fissare in anticipo tutte le reazioni, lasciare qualcosa di imprevedibile dentro le scene e permettere al personaggio di emergere durante il lavoro. Anche quando, come nel caso di Simone, l’attore che lo interpreta ammette senza esitazioni: «Non mi ci rispecchio per nulla».
