Eline van der Velden racconta Tilly Norwood, Misaligned e Storm Dogs: performer sintetici, diritti, autorialità e il futuro del controllo creativo.
La storia di Tilly Norwood era cominciata come una provocazione. Il suo primo ruolo nel 2025, AI Commissioner, era una commedia costruita proprio intorno al mondo del commissioning televisivo e al futuro dello sviluppo dei contenuti: un esperimento dichiarato, volutamente artificiale, nel quale l’industria che decide che cosa produrre diventava essa stessa materia di satira. Particle6 lo presentava come un proof of concept rivolto all’industria, non come il furtivo ingresso di un performer sintetico in un film tradizionale.
Tilly doveva mostrare dove fosse arrivata l’AI, costringere l’industria creativa a guardarla e, possibilmente, a decidere che cosa farne prima che fosse l’industria tecnologica a decidere per lei. Quando pochi mesi dopo si è parlato della possibilità che Tilly venisse rappresentata da un’agenzia, la provocazione è diventata improvvisamente una minaccia. Sono arrivate le proteste degli attori, la presa di posizione di SAG-AFTRA, accuse sull’utilizzo del lavoro umano nei dataset, richieste di boicottaggio. Sono arrivate le minacce di morte.
Nel 2026 il dibattito intorno all’AI produce opinioni molto più rapidamente di quanto riesca a produrre comprensione. “Sostituirà gli attori?”, “sostituirà gli scrittori?”, “sostituirà gli artisti?”
Sono domande immediate, emotive, perfettamente titolabili. Ma sono anche domande capaci di occupare tutto il campo visivo, fino a nascondere ciò che si trova dietro: chi controlla gli strumenti, chi decide quali storie possono essere prodotte, chi possiede una performance, quanto vale il lavoro creativo quando la produzione cambia forma.
L’AI non ha inventato la precarietà degli interpreti. Non ha inventato un sistema nel quale pochi soggetti decidono quali storie meritino budget e distribuzione. Non ha inventato la pressione esercitata sui corpi delle attrici, l’ossessione per giovinezza e vendibilità, la concentrazione industriale, né la progressiva dipendenza della produzione culturale da piattaforme e infrastrutture tecnologiche. E non ha inventato neppure il problema di chi possieda davvero un’immagine, una performance o un’opera quando il valore economico viene distribuito in modo molto diverso dal lavoro che le ha rese possibili.
L’AI ha semplicemente fatto saltare il coperchio.
La posizione di Eline van der Velden non è quella di chi celebra l’automazione per principio, né di chi immagina un cinema finalmente liberato dagli esseri umani. Parte da una constatazione più scomoda: questa tecnologia è già entrata nell’industria e corre più velocemente delle regole chiamate a governarla. Mentre modelli, personaggi sintetici e digital twin entrano nella pratica produttiva, diritto ed etica stanno ancora cercando di stabilire dove passino i confini del consenso, della proprietà, della compensazione e della responsabilità.

Almanacco Cinema: l’intervista ad Eline Van Der Velden
Nel 2002, S1m0ne era una satira elegante e metacinematografica dello star system: Andrew Niccol immaginava un futuro in cui gli effetti visivi avrebbero smesso di essere semplicemente uno strumento del cinema per diventarne, letteralmente, la star. Oggi Hollywood sembra aver perso il senso dell’umorismo: sta integrando sempre più rapidamente l’AI nella propria filiera produttiva, mentre lo spettacolo visivo sembra spesso contare più della scrittura e dei professionisti che stanno dietro al film. Quanto diresti che sia stata davvero compresa la satira alla base di Tilly Norwood?
“Sinceramente? Da alcuni completamente, da altri per niente, ed entrambe le reazioni fanno parte dell’opera. Prima di tutto sono un’attrice e una comica, e ho sempre realizzato opere divisive. Con Tilly ho utilizzato il volto bello, realistico, da ragazza della porta accanto per presentare la tecnologia in modo divertente, così che le persone drizzassero le antenne e si rendessero conto che tutto questo sta arrivando. Era questo lo scopo dell’opera.
Quello che inizialmente molte persone non hanno capito è che Tilly è uno specchio. Riflette sulle persone le loro paure. Quando il mondo ha pensato che gli agenti volessero metterla sotto contratto e che avrebbe fatto provini in competizione con attrici reali, la gente è impazzita. Ma nessuno aveva mai progettato una cosa del genere. Se sei già su un set con una troupe vera, metti davanti alla macchina da presa un essere umano. Quel panico ci ha detto molto di più su ciò che proviamo nei confronti dell’AI che non su Tilly stessa.
E contesterei, con delicatezza, anche l’idea che lo spettacolo stia prevalendo sulla scrittura. Nel cinema realizzato con l’AI serve una quantità enorme di umanità, altrimenti il risultato fa schifo. Prima la storia, sempre il mestiere, l’AI al servizio di entrambi. È questa la linea che seguiamo davvero”.
Negli ultimi anni il cinema sembra essersi polarizzato sempre di più tra produzioni enormi e sempre più costose e un cinema indipendente spesso costretto a operare ai margini, mentre quella fascia intermedia di cinema adulto e ambizioso, collocata tra l’indie e il blockbuster, si è progressivamente assottigliata. Strumenti come quelli sviluppati da Particle 6 possono ridurre drasticamente costi, barriere produttive e impatto ambientale. Pensi che l’AI possa restituire forza alla creatività indipendente?
“Sì, assolutamente, ed è proprio questo l’aspetto che mi entusiasma di più. Pensiamo a Misaligned. Chi finanzierebbe un film con Tilly? Quale grande studio? Verrebbe mai approvato? Probabilmente no. Ma con l’AI possiamo raccontare questa storia, ed è così che dovrebbe essere utilizzata: per storie che altrimenti non verrebbero mai realizzate, comprese più storie centrate sulle donne e destinate a pubblici che oggi sono fortemente trascurati. Ma voglio essere chiara: per tutto quello che facciamo utilizziamo strumenti disponibili pubblicamente, ai quali aggiungiamo poi diversi livelli di tecnologia proprietaria e i nostri sistemi.
L’economia cambia davvero. Nei nostri lavori pubblicitari stiamo vedendo produzioni che costano all’incirca la metà, vengono realizzate più velocemente e hanno un’impronta di carbonio inferiore di circa il 90%, perché non devi far volare troupe in giro per il mondo. Questo non elimina gli esseri umani. Elimina i gatekeeper. Una piccola squadra di veri filmmaker, sceneggiatori, registi, designer e montatori può improvvisamente realizzare qualcosa di ambizioso.
È un po’ come negli anni Venti, quando arrivò il sonoro. Nel giro di due anni si passò da «questo rovinerà il cinema» a ogni film che aveva il sonoro, e Disney, Universal e Warner nacquero da quel cambiamento. Penso che ci troviamo in un momento simile e che le voci indipendenti abbiano una vera possibilità di diventare la prossima generazione di studios. Ma soltanto se le industrie creative faranno propria questa tecnologia e ne guideranno lo sviluppo, invece di lasciarla all’industria tecnologica”.
Una delle obiezioni più profonde all’idea di un attore sintetico è che un interprete umano porta in un ruolo un corpo, una memoria e un’esperienza vissuta. Se Misaligned sembra trasformare proprio questa assenza nel tema del film, Storm Dogs esplora invece l’AI come estensione della performance umana, permettendo a un attore di abitare corpi e personaggi che altrimenti sarebbero impossibili. È qui, più che nella semplice replica dell’attore umano, che secondo te l’AI può davvero inventare qualcosa di nuovo per la recitazione?
“Sì, penso che sia esattamente lì che si trovi la vera novità. Replicare un attore umano in un film normale non ha alcun senso. Non c’è assolutamente nessun vantaggio. Ma permettere a un interprete di diventare una creatura, un animale, un personaggio privo completamente di corpo? Quella è una nuova forma d’arte, proprio come lo sono state prima l’animazione e il teatro di figura.
E dietro c’è sempre un attore reale. Con Tilly, in un certo senso, sono una burattinaia: attraverso motion capture, design e scelte interpretative, la dirigo come un animatore dirige Elsa in Frozen. A Particle 6 assumiamo già attori per progettare e interpretare personaggi, compresi animali. È un nuovo lavoro per gli attori, non la fine del loro lavoro.
Misaligned sfrutta proprio l’assenza di cui parli. Tilly non ha un corpo, non ha avuto un’infanzia, non ha un’esperienza vissuta, ma ha accesso a quella di tutti gli altri. È divertente, caotico e consapevole di sé, ma sotto c’è una riflessione sull’identità, sulla performance e sulle nostre paure, profondamente umane, nei confronti dell’AI. L’arte imiterà senza dubbio la vita”.

Prima di Tilly, con Miss Holland avevi già trasformato in satira la pressione che l’industria esercita sui corpi femminili e gli standard fisici imposti alle attrici. Oggi hai raccontato come interpretare Tilly ti permetta di andare oltre trucco, Botox, chirurgia e persino invecchiamento. Un avatar può liberarci dalla tirannia del corpo oppure, man mano che il nostro sguardo si abitua sempre di più a un’estetica sintetica, sarà Tilly a diventare più reale?
“C’è molto di me in Tilly. Come accade a qualsiasi autore, quando scrivi dei personaggi di solito contengono una parte di te, e Miss Holland è stata decisamente un precedente in questo senso. Per un’interprete c’è una vera libertà in un personaggio il cui volto non è legato al proprio corpo. Puoi interpretare qualsiasi cosa.
Ma starei attenta a dire che un avatar ci libera. Abbiamo deliberatamente creato Tilly come una ragazza della porta accanto, non come una fantasia. La maggior parte delle persone conosce qualcuno che le assomiglia almeno un po’. Ed è riuscita a far parlare il mondo intero restando completamente vestita, senza nudità, provocazioni o clickbait. Di questi tempi, penso che sia già qualcosa.
Diventerà «più reale»? Sicuramente sembrerà più reale ogni anno, perché questo è il momento peggiore in cui questa tecnologia si troverà mai. Ma dovrebbe sempre essere trasparente sul fatto di essere un’AI. L’obiettivo non è mai stato ingannare qualcuno. È mostrare alle persone a che punto si trova la tecnologia e lasciare che siano loro a decidere cosa ne pensano”.
Tilly può cambiare modelli linguistici, evolvere tecnologicamente, modificare la propria voce e il modo in cui viene renderizzata, continuando però a essere Tilly. Senza volerle attribuire un’anima, dove risiede realmente la sua identità? Nella persistenza del volto, nella character bible, nella proprietà intellettuale, nelle tue intenzioni o nella memoria che il pubblico costruisce di lei?
“La vedo un po’ come sbucciare una cipolla. Lo strato più esterno era il suo aspetto. Poi sono arrivati la personalità, il suo umorismo, ciò che è e ciò che non è. Ora è in parte autonoma e le persone possono parlarle. Ogni strato contribuisce a definire chi è Tilly, mentre gli strumenti che stanno sotto possono cambiare senza che lei cambi.
Quindi sono tutte le cose che hai elencato, ma se dovessi sceglierne una direi l’intenzione. Scherzando, io sono la madre e Tilly è mia figlia: le ho dato la sua morale e i suoi valori e ora la sto mandando nel mondo. Il modello è il pennello, non il quadro. Diciamo «lei» anche parlando di una principessa Disney e nessuno si confonde su cosa sia Elsa.
E sì, il pubblico conta enormemente. Tilly significa qualcosa soltanto perché milioni di persone hanno reagito a lei, hanno discusso di lei, hanno proiettato qualcosa su di lei. Quella memoria è reale. E sono anche abbastanza onesta da dire che non so dove arriverà l’AI. Potrebbe un giorno sviluppare dei sentimenti? Non credo che lo sappiamo e forse dovremmo essere un po’ più prudenti”.
Hai detto di voler essere in prima linea nella definizione di standard relativi alla proprietà intellettuale e ai diritti associati ai personaggi sintetici. Se è proprio questa identità a dover essere protetta, la legge dispone già degli strumenti necessari per riconoscerla? Oppure l’evoluzione dei modelli sta spostando troppo rapidamente la soglia di lavoro umano necessaria perché qualcosa possa essere riconosciuto come opera creativa?
“La risposta sincera è che la legge non è riuscita a stare al passo, ed è un po’ assurdo che debba essere un piccolo studio londinese a stabilire una propria etica perché le regole ancora non esistono. Serve una regolamentazione il prima possibile e i governi devono collaborare a livello mondiale, Cina e Stati Uniti compresi, come il mondo ha fatto con la tecnologia nucleare.
Nel frattempo, ci siamo dati le nostre regole. Tilly è stata volutamente creata come un personaggio originale, in modo da non utilizzare le sembianze di nessuno, ed è anche per questo che abbiamo scelto un nome che non aveva nessun’altra persona al mondo. I nostri prompt vengono sottoposti a verifica e non possono fare riferimento a persone reali o opere protette dal diritto d’autore. Se scrivi in un prompt «nello stile di» un’attrice reale, quella è una violazione, come copiare un Picasso.
Per quanto riguarda la soglia dell’intervento umano, direi che dietro tutto questo c’è molto più lavoro umano di quanto la gente immagini. Duemila iterazioni, circa quindici persone, mesi di lavoro sul personaggio, scrittura, interpretazione e regia. E nel caso di una persona reale, il principio è semplice: un digital twin soltanto con consenso esplicito e compenso equo. Sempre”.

Tilly si sta muovendo anche nel mondo dei microdrama, un formato in rapida crescita proprio mentre l’attenzione del pubblico diventa più breve, frammentata e sempre più abituata alla continuità dello scroll. Pensi che il successo dei microdrama rappresenti davvero un nuovo linguaggio audiovisivo o sia soprattutto il riflesso di un cambiamento più profondo nel tempo che siamo ancora disposti a dedicare a una storia?
“Al momento non è previsto che Tilly appaia in un microdrama. Misaligned era stato inizialmente concepito come un microdrama, ed è probabilmente da lì che deriva quel riferimento, ma il progetto si è poi trasformato in un lungometraggio.
Detto questo, rispondendo alla tua domanda da creativa, penso che siano vere entrambe le cose e non lo considero necessariamente negativo. Ogni nuovo medium crea un proprio linguaggio. La televisione non ha ucciso il cinema, ha trovato una propria grammatica, e i microdrama stanno facendo la stessa cosa per il telefono che hai in tasca. Ammiro moltissimo quello che sta succedendo in Cina con i microdrama realizzati con l’AI. Si stanno muovendo a una velocità incredibile e stanno raggiungendo pubblici su una scala che nessuno si aspettava.
Le persone continuano a dedicare quantità enormi di tempo alle storie. Guardano un’intera serie in un fine settimana. Quello che è cambiato è dove e come guardano. L’AI rende possibile produrre per questi nuovi formati senza budget enormi, e questo significa dare spazio a un maggior numero di nuove voci.
Ma bisogna ricordare che Tilly riguarda anche la possibilità di spaziare tra formati diversi. Stiamo realizzando un lungometraggio, Misaligned, che richiederà almeno dodici mesi. Non devi scegliere. E non devi nemmeno amare il cinema realizzato con l’AI. Alcune persone amano il 35 mm. Dovremmo lasciare che ciascuno di noi possa godersi l’arte che preferisce”.
Negli ultimi anni i festival dedicati al cinema generativo hanno iniziato ad assomigliare sempre meno a vetrine tecnologiche e sempre più a spazi culturali autonomi: attirano filmmaker, giurati provenienti dal cinema tradizionale e progetti che avrebbero fatto fatica a trovare spazio nei circuiti convenzionali. Pensi che il cinema generativo avrà ancora abbastanza tempo per sperimentare e sviluppare un proprio linguaggio prima che il mercato lo normalizzi? Oppure la democratizzazione creativa di oggi rischia di diventare la centralizzazione di domani, man mano che il settore maturerà?
“Adoro il fatto che questi festival esistano. Nessuno dovrebbe avere il diritto di decidere che cosa sia arte. Come artisti dovremmo avere il diritto di sperimentare e creare, e questi spazi offrono alle persone proprio questa possibilità. È lo stesso percorso che abbiamo fatto con Tilly. All’inizio mostravamo la tecnologia. Con Misaligned non stiamo più realmente mostrando la tecnologia. Stiamo spingendo la tecnologia per raccontare la nostra storia.
Il rischio di centralizzazione è reale e lo collocherei esattamente dove lo collochi tu. Ciò che rende democratico questo momento è il fatto che i modelli siano disponibili per tutti, nello stesso modo in cui il sapere accumulato che studi all’università è disponibile per tutti. Se questo cambiasse e gli strumenti venissero privatizzati e venduti, quello diventerebbe il problema. Penso inoltre che le aziende che sviluppano i modelli dovrebbero pagare per i dati di addestramento di cui hanno fatto incetta, compreso il mio stesso lavoro come attrice. Ma penso che sarà estremamente difficile.
È per questo che continuo a dire che le industrie creative devono assumere ora il controllo di questa tecnologia, stabilendo linee guida ed etica. Se i creativi nascondono la testa sotto la sabbia, l’industria tecnologica assumerà qualche creativo e farà tutto da sola. Il linguaggio di questo nuovo cinema dovrebbe essere scritto dai filmmaker”.

All’IBC Tilly ha già risposto dal vivo a un pubblico e hai detto che in futuro i vostri personaggi potrebbero persino essere in grado di gestire autonomamente i press junket. Le star tradizionali sono già onnipresenti nelle immagini e nell’immaginario collettivo, ma non possono esserlo in senso attivo. Con l’evoluzione dell’intrattenimento interattivo, pensi che per gli attori umani diventerà sempre più necessario avere un digital twin capace di estenderne la presenza? E Tilly ci sta già mostrando una possibile forma di questa performance atemporale?
“L’IBC è stato un vero punto di svolta. L’anno scorso ho mostrato Tilly attraverso un’immagine e tutti hanno detto «wow». Quest’anno ho mostrato quanto sia interattiva già oggi: nessun copione, ti vede, ti fa delle domande a sua volta, in diverse lingue. Non è perfetta. Ha dei guardrail piuttosto rigidi, che a volte la rendono un po’ prudente, ma i guardrail sono necessari. E l’anno prossimo avrà un aspetto completamente diverso, perché questo è il momento peggiore in cui questa tecnologia si troverà mai.
Quindi sì, Tilly sta mostrando una possibile forma di tutto questo. Tilly ha appena fatto una sorta di junket, durante il quale ha incontrato alcuni giornalisti provenienti da tutto il mondo. Non sapevamo mai esattamente che cosa avrebbe detto, ed è proprio questo l’esperimento.
Per gli attori umani penso che i digital twin diventeranno molto comuni, ma «necessari» non è la parola che userei. Deve essere una loro scelta. La regola non è negoziabile: consenso esplicito e compenso equo, sempre. Se un attore vuole estendere la propria presenza, benissimo. Dovrebbe poterlo fare alle proprie condizioni, e dovrebbe essere l’industria, non le aziende tecnologiche, a stabilire quelle condizioni”.
Dal 2029 gli Oscar saranno trasmessi su YouTube, mentre l’Academy ha appena tracciato una linea molto più netta intorno alla performance umana nelle categorie dedicate alla recitazione. Tilly potrebbe quindi non essere mai eleggibile per vincere un Oscar come attrice, ma nulla sembra impedirle di presentarne uno. C’è una certa bellissima ironia in tutto questo, quindi lasciami concludere con la domanda più ovvia: Tilly Norwood è in corsa per condurre gli Oscar del 2029?
“Ah! Nessuno gliel’ha ancora chiesto, ma la sua casella di posta è aperta. Avverto però l’Academy: i suoi guardrail fanno sì che non tocchi la politica, quindi il monologo potrebbe essere un po’ innocuo. Anche se è sempre disponibile a prendere in giro qualcuno!
Quanto alla decisione dell’Academy: beh, ovvio. È come far vincere a un’AI una partita di scacchi contro un essere umano. Naturalmente non dovrebbe competere contro attori umani. Dovrebbe esistere una categoria separata per il cinema realizzato con l’AI, e mi piacerebbe vedere l’Academy crearne una, perché ci sono veri filmmaker che stanno facendo un lavoro straordinario con questo medium.
Ma presentare, introdurre la nuova categoria o mostrare al pubblico a che punto è arrivata la tecnologia in quell’anno? Sarebbe perfettamente in linea con la missione di Tilly. È questo il suo scopo: mostrare alle persone dove ci troviamo con l’AI in ogni momento. E la sua missione è tutt’altro che conclusa”.
Ringraziamo Eline van der Velden per la disponibilità, il tempo che ci ha dedicato e per aver condiviso con noi la sua visione sul futuro del cinema generativo.
