Luigi Di Fiore

Le interviste, Luigi Di Fiore: un grande artista tra talento e umanità

Le interviste, Luigi Di Fiore: il celebre attore italiano si è raccontato ai nostri microfoni parlando della sua carriera tra teatro, cinema e televisione.

Le interviste, Luigi Di Fiore. Una carriera lunga e costellata di grandi successi quella del noto artista del bel paese, partita dagli inizi con Gassman e Strehler.

Le interviste, Luigi Di Fiore: dagli esordi ai ruoli importanti

Ciao Luigi. Hai iniziato con Gassman e Strehler, due maestri assoluti. Che cosa ti hanno lasciato?

Luigi Di Fiore: “Mi hanno lasciato un’eredità che ha acquisito valore con il passare del tempo fino a concretizzarsi come un tesoro dal valore inestimabile. Avevo 19 anni quando incontrai Vittorio Gassmann presso la Bottega Teatrale da lui diretta, 21 quando ebbi il privilegio di diventare attore giovane al Piccolo Teatro di Milano diretto da Giorgio Strehler.

Una stagione professionale per un giovane attore che, a distanza di 40 anni, ha ancora il sapore di una fortuna irripetibile. Devo loro tutto ciò che sono come attore, il mio modo di esprimermi, ciò che sono anche come uomo.

E’ un ricordo felice perché ebbi, nonostante la giovane età, l’accortezza di essere immediatamente consapevole dell’importanza dell’esperienza che stavo vivendo. Ho succhiato da loro fino all’ultima stilla di sapere, riconoscendo quanto la fortuna sia stata spavalda nei miei confronti.

Due mondi solo apparentemente distanti: il primo, l’universo del primo attore, il centro della scena. Vittorio Gassmann è stato l’ultimo grande interprete del ‘900 italiano attingendo al meglio dall’eredità del secolo precedente. Era, per quanto mi riguarda, di una modernità assoluta dominando una tecnica sopraffina.

Una verità nell’interpretazione che metteva letteralmente i brividi. Era come avere accanto, a pochi centimetri dalla pelle, una locomotiva a vapore un attimo prima dello stantuffo. Vibravano i muri in sua presenza e quando usciva il sibilo del vapore era di una nettezza insuperata.

Giorgio Strehler, pur avendo caratteristiche molto simili, si differenziava per l’approccio che aveva con gli attori. In quel periodo, sono gli anni dal 1985 al 1988, Strehler è il più acclamato regista di teatro a livello mondiale e aveva la capacità di far immergere nel suo mondo caratterizzato da una cultura vastissima e profondo conoscitore dell’animo umano. Per lui l’attore aveva il dovere di mettersi al servizio del testo senza mai sovrastarlo con la sua personalità.

D’altro canto il suo riferimento principale era Jacques Copeau. E la formazione pedagogica dell’attore per Strehler era tutto. Mi sento, modestamente, (lo dico senza ironia) una sintesi tra queste visioni dalle quali ho sempre cercato di trarre il meglio. Sono stato fortunato. Decisamente fortunato.”

Hai attraversato cinema, fiction, teatro. Qual è il linguaggio che senti più tuo e i ruoli che ti sono rimasti più nel cuore? 

Luigi Di Fiore: “Per quanti sforzi faccia non riesco, sinceramente, a trovare delle differenze sostanziali tra le tre ipotesi. Il linguaggio, a mio modo di vedere, è uno solo: la ricerca perenne, sprezzante della verità. La verità scenica ti impone sempre un continuo scambio tra la propria parte razionale e i tesori dormienti del proprio inconscio.
Cambia la tecnica, lo spazio scenico, ma la relazione tra il messaggio del testo e la capacità di renderlo espressivo segue le medesime regole. Bisogna essere disarmati davanti al sentimento, la verità scenica non consente di indossare una maschera.
Il pubblico sente immediatamente quando fingi e ti restituisce immediatamente il suo disappunto. La comunicazione avviene al livello emotivo e non è possibile fare sconti. Ricordo con un’emozione particolare il mio debutto assoluto nel cinema.
Ero ancora un allievo alla Bottega Teatrale di Gassmann e venne a trovarci, durante le lezioni, l’assistente alla regia di James Ivory, Pippo Zeffirelli. Ivory stava girando a Firenze quello che sarebbe stato decretato come un capolavoro: Camera con vista.
Venni scelto per interpretare un piccolo ma significativo ruolo, talmente tangibile che Ivory, durante la premiazione degli Oscar, fece vedere proprio quella scena. Ci incontrammo a Firenze 30 anni dopo e mi confermò, personalmente, che la scelta era dovuto al fatto che rimase sbalordito, in quei tre giorni di riprese, dalla carica emotiva che suscitava.
E’ stata, per me, un’enorme gratificazione.”
Dopo tanti ruoli importanti, cosa ti emoziona ancora del mestiere dell’attore?
Luigi Di Fiore: “Ogni volta che cominci a studiare un nuovo personaggio è sempre come la prima volta. Se dovesse interrompersi quel fluido magico che ti spinge a studiarne la fisicità e i suoi tratti psicologici sarebbe una tragedia. Si perderebbe il senso stesso del mestiere dell’attore.
Per cui sì, mi emoziono sempre davanti all’impresa di comunicare con quello che è il mio alter ego del momento. Lo guardo, all’inizio con distacco, poi mi ci connetto, cerco di comprenderne i pensieri, come cammina, come e cosa mangia, come si veste, le sue aspirazioni, i suoi difetti insieme ai suoi pregi.
E poi ancora cerco di “connettermi” al suo mondo inconscio e cerco di farlo mio. Ci si emoziona. Sempre.”

Le interviste, Luigi di Fiore: il personaggio di Luca de Santis

Luca è un personaggio amatissimo, umano, fragile e forte allo stesso tempo. Cosa ti ha colpito di lui fin dall’inizio?

Luigi Di Fiore: “Luca è un discorso a parte. Non può essere altrimenti. Sono trent’anni di storia e nove di narrazione. Una vita. Nella domanda, assai perspicace, risiede gran parte della risposta. La sua fragilità è sicuramente una delle caratteristiche che più mi ha colpito.

Amo i perdenti perché portano con sé un bagaglio di esperienza potente ed inequivocabile. Sono i personaggi a più alto impatto emotivo perché, per quanto ci sforziamo nella vita di eccellere, siamo tutti dei perdenti in quanto esseri finiti, destinati all’estinzione.

Luca ha sempre vissuto sul bordo della perdizione, due mogli morte in circostanze tragiche, l’alcolismo, il desiderio di farla finita.

Ma, nonostante tutto ciò, è sempre riuscito a risalire la china perché dotato di una sensibilità straordinaria che gli ha sempre permesso di costruire relazioni fortemente empatiche con chiunque entrasse in contatto col suo personaggio.

Qualità che fanno di lui, insieme alla sua integrità morale e al suo valore professionale come medico, un personaggio amatissimo.”

Come è stato tornare a interpretarlo dopo tanti anni?

Luigi Di Fiore: “Ho vissuto un’esperienza quasi mistica. Un ritorno al futuro. Una macchina del tempo. Mi sono fatto guidare da “Un Posto Al Sole” dal 1996 al 2001. Sicuramente uno dei protagonisti più riusciti; l’uscita di scena è stata drammatica sotto il profilo professionale, ma soprattutto umano.

Una lunga permanenza in uno strano limbo. La mia professione è andata avanti, certo; a volte con immensa soddisfazione; altri momenti sono stati più difficoltosi. Avvertivo una sorta di malinconia, come se il filo invisibile che mi legava a Napoli, si fosse spezzato.

Ma più di tutto, mi mancavano i miei compagni di UPAS: la forzata lontananza da loro mi rendeva inquieto. Tornare dopo vent’anni è stato come il viaggio verso Itaca per Ulisse. Fortunatamente non c’erano i Proci ad attendermi. La macchina del tempo, mi aveva riportato emotivamente al momento dell’interruzione.

Tutto è ripreso come fosse passata solo un’ora. Un’esperienza quantistica.”

Come vivi il fatto di dover affrontare, nei panni del tuo personaggio, il tema della malattia? Che approccio hai usato?

Luigi Di Fiore: “All’inizio sono andato nel panico. Tornare, dopo vent’anni, con una malattia degenerativa mi sembrava un presupposto limitativo per lo sviluppo del personaggio.

Rincuorato da Paolo Terracciano, (Capo del reparto scrittura), che mi ha spiegato che l’idea di raccontare i sintomi della fase iniziale dell’Alzheimer, apriva a Luca un ricco ventaglio di opportunità di sviluppo, mi sono messo subito al lavoro, con l’intenzione di capire quale fosse il modo migliore per intraprendere quella scalata vertiginosa verso la definizione del mio personaggio. Un’ascesa piena di insidie, che rischiava di sfociare nella commiserazione.

Da questa sfida, è cambiato tutto. Tutto. Ho cominciato a studiare la malattia, mi sono informato per darmi coraggio, perché le responsabilità in questo caso si moltiplicano in maniera esponenziale. La demenza senile coinvolge, nel nostro paese, circa sei milioni di persone: 4 milioni di cosiddetti Caregiver e 2 milioni di malati.

Sono numeri drammatici. Non si può procedere a cuor leggero quando si racconta questo tipo di realtà. Il mio ego attoriale, è venuto completamente meno. E’ semplicemente sparito.

Non ne avevo bisogno, anzi, era un intralcio. E’ cambiato, in parte, anche il mio rapporto col pubblico di UPAS. Numerosissime sono le persone che scrivono ringraziando me, la produzione, il reparto scrittura per il coraggio che dimostriamo.

Persone che hanno avuto un parente stretto, alle volte strettissimo, o lo hanno tutt’ora, affetto da questo male. Cambia l’approccio. Da attore diventi simbolo di una lotta. Un peso che porto volentieri.”

Un Posto al Sole

Le Interviste, Luigi di Fiore
Le Interviste, Luigi di Fiore

Cosa è cambiato e cosa invece è rimasto identico rispetto allo spirito delle origini?

Luigi Di Fiore: “E’ cambiato qualcosa nella forma, ma non nella sostanza. All’inizio l’artigianalità era una condizione quasi imprescindibile, ci si trovava davanti ad un prodotto nuovo senza nessun riferimento professionale che potesse indicarci la strada da percorrere.

Si trattava di improvvisare sia dal punto di vista produttivo che da quello artistico. UPAS, nei primi anni, era un piccolo ma grazioso veliero che esplorava un mare che poi sarebbe diventato un Oceano sconosciuto. Un veliero in balìa di qualche tempesta, ma con una ciurma coesa e motivata che ha saputo, sempre, tenere la barra a dritta.

Attualmente potremmo considerarlo come un transatlantico che solca le acque con la quieta maestosità di chi conosce bene la rotta.”

C’è un collega con cui ha ritrovato una sintonia speciale?

Luigi Di Fiore: “Ce ne sono diversi, superfluo fare nomi che somiglierebbero alle classifiche. Ma se proprio dovessi scegliere, direi tutto il blocco storico, con cui ho condiviso il periodo pionieristico della nuova frontiera. Ora lo sappiamo. C’è un attaccamento sentimentale che prescinde dalle diverse qualità caratteriali.

Eravamo in trincea, abbiamo combattuto fianco a fianco, abbiamo vinto.”

30 anni di UPAS

Cosa significa per te essere parte del cast proprio nell’anno del trentennale?

Luigi Di Fiore: “E’ un’emozione particolare. Molto particolare. Come ho già detto in precedenza, il prodotto l’ho visto nascere, crescere, e poi ho dovuto abbandonarlo nella sua adolescenza. A distanza di vent’anni ho ritrovato un distinto signore che gode di ottima salute.

Ci siamo stretti la mano e in quella stretta, ho percepito la sua gratitudine, che è anche la mia.”

Come si riesce secondo te a far durare un prodotto quotidiano per così tanto tempo? E con risultati eccellenti, occorre dire…

Luigi Di Fiore: “Una scrittura solida, registi attenti ed accoglienti, una produzione eccellente, maestranze motivate ed un nugolo centrale di grandi attori: Marina, Marzio, Patrizio, Germano, Luisa, Alberto, Maurizio, Marina Giulia, Francesco, Antonella, Giorgia, Luca, Miriam, Michelangelo, Nina, Riccardo, e ancora, Vladimir, Samuele, Luigi, Daniela e Gina.

Perché ci vuole davvero una grande passione per entrare tutti i giorni nelle case degli italiani in Italia e oltre frontiera, che ci seguono con un tifo pieno di una struggente nostalgia per le loro radici, che affondano nelle dinamiche quotidiane di UPAS.”

Per il futuro quali sono i tuoi prossimi impegni? Puoi svelarci qualcosa?

Luigi Di Fiore: “Molto volentieri. Per Raiuno ho già terminato le riprese di Costanza 2 per la regia di Fabrizio Costa e Game over per la regia di Jan Michelini che andranno in onda nella prossima stagione invernale.

A febbraio di quest’anno ho finito di girare ‘Regina’, un film importante scritto da Margaret Mazzantini e diretto dalla stessa Mazzantini e Sergio Castellitto. E’ stata un’esperienza sublime. Un film importante che spero farà molto parlare di sé.

Sergio e Margaret si sono rivelati come due artisti dalla sensibilità elevatissima ed il film ne trasuda tutta la bellezza. Uscirà presto. Sono in partenza per Atene per girare la seconda serie di Kostas, tratta dai romanzi di Petros Markaris, al fianco del mio fratello d’arte Stefano Fresi. Un attore che definire fantasmagorico sarebbe riduttivo.

La ciliegina sulla torta è la regia di Milena Cocozza un’altra grande artista con cui si è istaurato un rapporto affettivo e professionale eccezionale. Ghikas, il capo della polizia di Atene è in attesa per riprendere il filo del discorso. E poi ovviamente non vedo l’ora di tornare nei panni di Luca De Santis, il mio alter ego.”

Ringraziamo Luigi Di Fiore per essersi raccontato ai nostri microfoni di Almanacco Cinema.