Gen Z e il cinema al tempo dello scroll infinito
Per la Gen Z il cinema come è come un feed: desiderio, sospetto e un dito sempre pronto a scorrere. È da questa tensione che nasce una nuova idea di visione.
La Gen Z non ha smesso di amare i film. Li guarda però come si attraversa una città iperconnessa: saltando, tornando indietro, perdendosi.
Il dato arriva dagli Stati Uniti: studenti di cinema incapaci di reggere una proiezione intera. Non è una condanna generazionale, ma un indizio narrativo.
Racconta di un’attenzione che non è scomparsa, si è solo trasformata.
L’attenzione come tema, non come problema
Il cinema, del resto, aveva previsto tutto. Michael Haneke costruisce da decenni film che mettono lo spettatore in difficoltà proprio sul piano dell’attenzione: Funny Games ti guarda mentre guardi, Caché trasforma l’inquadratura fissa in una trappola percettiva. Non puoi distrarti, perché la distrazione è già parte del dispositivo.
Anche Olivier Assayas, con Personal Shopper o Clouds of Sils Maria, racconta personaggi immersi in notifiche, messaggi vocali, presenze fantasmatiche che arrivano dallo schermo del telefono. Qui la tecnologia non è un accessorio narrativo: è il vero spazio mentale dei personaggi. Esattamente come per la Gen Z.
Gen Z tra distrazione, algoritmi e film che chiedono tempo: film pensati per un mondo frammentato
Se un film come Everything Everywhere All at Once ha parlato così bene ai più giovani non è solo per il multiverso, ma per la sua grammatica emotiva. Abbonda infatti di salti continui, overload visivo, ironia memetica e improvvisi momenti di silenzio assoluto. È cinema che assomiglia alla mente contemporanea.
David Fincher, con The Social Network, aveva già mostrato come l’attenzione potesse diventare capitale. Oggi quel film sembra quasi classico, lento, mentre le nuove generazioni vivono dentro piattaforme che non raccontano storie, ma flussi. TikTok non narra: ipnotizza. E il cinema, se vuole sopravvivere, deve decidere se opporsi o dialogare.

L’Italia: lentezza, resistenza, contraddizioni
In Italia il discorso assume una sfumatura diversa. Autori come Paolo Sorrentino continuano a costruire immagini che chiedono tempo, contemplazione, attesa. È stata la mano di Dio funziona proprio perché va controcorrente: non accelera, non semplifica, non “ottimizza”.
Alice Rohrwacher, invece, lavora su un’altra forma di attenzione: quella arcaica, quasi infantile. I suoi film sembrano dire alla Gen Z: rallenta, ascolta, guarda meglio. Non è nostalgia, è un’altra tecnologia dello sguardo.
E intanto i giovani italiani riempiono le sale per eventi, rassegne, cinema d’essai trasformati in luoghi sociali. Non vanno solo a “vedere un film”: vanno a esserci. Forse la visione solitaria sul divano è in crisi, ma l’esperienza condivisa no.
L’attenzione della Gen Z è la nuova moneta di scambio: nuove prospettive in gioco
In realtà l’attenzione è ciò che il nuovo mercato cerca di conquistare perché fa fatturare. Il likecatching è alla base del marketing moderno.
L’immagine domina, il contenuto deve adattarsi. L’uso di più dispositivi è la norma.
Enrico Campo nel suo libro La testa altrove, apre un profondo dibattito sugli effetti delle tecnologie digitali sulle capacità cognitive. Nella letteratura di settore, il cambiamento viene spesso descritto come un indebolimento progressivo dell’attenzione.
Si parla di eccesso di stimoli, difficoltà di concentrazione o aumento dei disturbi dell’attenzione come conseguenze dirette della diffusione capillare dei dispositivi digitali. Campo sostiene che leggere questi fenomeni esclusivamente come una “crisi” o un “declino” dell’attenzione sia riduttivo e non sufficiente a comprenderne la complessità. Bisogna invece elaborare un’altra prospettiva che tenga conto dei molteplici fattori in gioco, che vanno ben oltre la sola tecnologia o la biologia.
Non meno attenzione, ma attenzione diversa
Il problema non è che la Gen Z non riesce a stare seduta due ore. Il problema è pensare che stare seduti sia l’unico modo legittimo di amare il cinema. Le nuove generazioni sono allenate a leggere immagini sovrapposte, testi simultanei, emozioni rapide. Chiedere loro di spegnere tutto non basta: bisogna offrire qualcosa che valga davvero quel silenzio.
Questi cambiamenti hanno avuto effetti importanti anche sull’editoria. A parte i nuovi dispositivi di lettura, anche i temi, i generi e gli stili narrativi si sono dovuti evolvere per incontrare nuovi gusti e nuovi metodi di fruizioni del prodotto libro. Questo aspetto viene affrontato da Alessandro Gazoia nel saggio Come finisce il libro e anche da Paolo Ferri in Nativi Digitali. Entrambi gli autori mettono in luce il cambiamento, che non è né giusto né sbagliato e non c’è niente di apocalittico. È fisiologica evoluzione.
Nuovi divi, come i booktoker, nuovi dispositivi come gli e-reader o l’audiolibro.

lI cinema dunque non è morto. Sta solo entrando in una fase in cui deve competere con l’infinito. E forse, come ha sempre fatto, sopravvivrà proprio perché sa fare una cosa che nessun feed riesce ancora a fare davvero: fermare il tempo.
