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Keeper: analisi dell’horror psicologico di Oz Perkins
Keeper si muove, grazie a una regia ricercata, all’interno dei classici stilemi del genere horror, e tenta di sovvertirli, percorrendo un’altra strada.
Sbarca nei cinema italiani, con un anno di ritardo rispetto all’uscita statunitense, Keeper, l’ultima opera di Osgood Perkins, autore in grado di approcciarsi al genere horror con una impronta personale e sagace. Il film, era atteso, in quanto dopo il successo del thriller a tinte horror Longlegs, con un disturbante Nicholas Cage – seppur l’anno scorso The Monkey abbia lasciato qualche perplessità – le opere del regista e sceneggiatore statunitense sono state riscoperte da pubblico e critica, in particolare le prime pellicole: February – L’innocenza del male e Sono la bella creatura che vive in questa casa.
Keeper, l’archetipo della casa nei film horror
La pellicola, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è l’ennesimo film su una coppia isolata in uno sperduto chalet. L’ambientazione casalinga serve solo da pretesto narrativo e non raffigura il classico topos del genere horror. La casa è luminosa e accogliente, con locali spaziosi forniti di svariate finestre senza tende, perciò i jumpscare domestici risultano quasi del tutto assenti.
Invece, ciò che crea un’atmosfera sinistra sono le riprese, con soggettive ed inquadrature che sembrano suggerire la presenza in casa di qualcuno o qualcosa che sta spiando Liz. Anzi la casa diventa essa stessa vittima di una home invasion – tentativo di Perkins di confondere le acque – da parte dell’arrogante cugino di Malcom, che turba la quiete della coppia.
La tensione dell’elemento naturale
Keeper presenta una forte connessione col il mondo della natura, relazione che nello sviluppo della trama sarà essenziale per portare il film sui binari del folk horror, sostanziando l’elemento naturale come archetipo dell’orrore ancestrale.
Difatti la fascinazione del male avviene, molto spesso alla luce, nell’ambiente naturale. Proprio nella vasca da bagno (l’elemento acquatico) si manifestano le prime sequenze sinistre; orrore che in seguito si rivelerà sulle rive di in un impetuoso torrente e tra boschi selvaggi. In tal modo Perkins ribalta il paradigma della natura materna e benevola, rendendola un luogo ostile che sviluppa una tensione liminare, intesa come soglia al confine tra due mondi.
I riferimenti mitici e simbolici
Il film, soprattutto nella seconda parte, attinge a un simbolismo che serve a esplicitare lo sviluppo della trama. Sono presenti riferimenti al Wendigo, uno spirito maligno in grado di possedere un essere umano, spinto da un appetito insaziabile che cresce dopo ogni pasto, che rappresenta la voracità della fame e i peccati del cannibalismo. Allo stesso modo è ripreso anche l’archetipo del vampiro presente in diverse ambientazioni fantasy- horror, che si nutre e cerca quante più anime possibili per prolungare la propria esistenza.
Altro tema essenziale in Keeper è il richiamo del male. La torta offerta da Malcom può essere assimilata al Serpente che convince Eva a mangiare la Mela, frutto del peccato originale, da cui poi scaturirà la cacciata dal Paradiso e parimenti la discesa all’Inferno di Liz. Allegorie riprese anche nelle sequenze finali quando il protagonista è appeso, penzolante da un albero, a testa in giù, chiaro riferimento alla dodicesima carta dei Tarocchi, raffigurante l’Appeso (o l’Impiccato).
Le inquietudini della regia e della sceneggiatura
Keeper deriva la sua inquietudine grazie a una narrazione che si sviscera sotto forma di thriller psicologico. Sin dalle prime inquadrature è presente una tensione angosciante e claustrofobica: gli angusti interni della macchina, la strada deserta, la baita isolata e immersa in un silenzio surreale. Inoltre la macchina da presa diventa essa stessa un personaggio attraverso inquadrature e soggettive che spiano la protagonista, come se lo sguardo del regista fosse posseduto da una entità maligna.
Tutto ciò è acuito dalla caratterizzazione dei personaggi che nella prima parte dell’opera, volutamente, assumono dei tratti ambigui, e non si riesce a comprenderne la vera natura. La tensione cresce in un meccanismo che lega l’incertezza delle relazioni intercorse tra i protagonisti alle visioni che inizia ad avere Liz. Questo favorisce la costruzione di un thriller psicologico che flirta con le inquietudini e le aspettative dello spettatore.
