Black Mirror 7, Recensione su Almanacco Cinema

Le colpe di Black Mirror

Black Mirror è stata una delle serie più falsamente innovative che ci siano state, e le conseguenze della sua immaginaria novità ha lasciato segni evidenti.

Dobbiamo ammetterlo. Nel preciso momento storico in cui ci troviamo e che oramai dura artisticamente da almeno una quindicina di anni, l’evoluzione della televisione ha superato in netto qualsiasi cambiamento che il cinema ha provato. La serialità televisiva ha sostituito la cinematografia, grazie soprattutto alle piattaforme streaming che hanno sostituito de facto il grande schermo.

Sicuramente anche per i risvolti socio-politici e tecnologici del 21esimo secolo, potenzialmente tutto è contenuto, tutto è prodotto, di conseguenza, tutto è in vendita, e le serie – che nascono per essere vendute – sono lo specchio del sistema in cui ci troviamo. E la stessa influenza l’abbiamo sentita di riflesso su quanto la serialità abbia lavorato sulle menti dei nuovi cineasti. Tra le tante, Black Mirror è una delle più alte.

Black Mirror

Black Mirror nasce come serie televisiva durante gli anni ’10, più precisamente nel 2011. Dopo le prime due stagioni distribuite da Channel 4, il produttore e showrunner Charlie Brooker ha ceduto i diritti a Netflix che si è spinta fino ad un totale di sette stagioni e con un’ottava già in fase di produzione, uno spin-off polacco ed un film.

Questa serie antologica in cui ogni episodio ha personaggi e storie completamente differenti – ad eccezione di qualche episodio più o meno sequel – pone al centro del suo concept il conflitto ineluttabile tra il nuovo mondo sovvertito dall’avvento indominabile delle tecnologie e la profonda e stupida natura umana. Ed è in quell’elemento di straordinarietà che Black Mirror trova la sua forza e la sua debolezza più grande.

Se non muori da eroe

Tempo fa parlammo di Sirat di Oliver Laxe: un padre di mezza età con il proprio figlio cercano l’altra figlia tra i deserti dei rave techno e le lande minate. Una premessa tanto bizzarra quanto d’attrazione, ed è esattemente in quella piccola zona crepuscolare che Black Mirror – e tutto ciò che ha portato nella filmografia globale – si perde e molto spesso le idee alla base superano di netto l’opera conseguente.

Sirat è uno degli esempi in cui, nell’effettivo, un uomo “comune” entra in rapporto con un’entità tecnologica – più o meno – sconosciuta. Si possono davvero fare altri mille esempi, come il recentissimo e non così male Camp Miasma di Jane Schoenbrun, che costruisce una struttura metacinematografica tra horror, remake e metodismo e finisce col trasformarsi in una sequela di banalità o, come si è sentito chiamarli, il classico film concettuale da Cinema Trosi.

Black Mirror

Ai confini della realtà

Black Mirror è stata osannata durante il corso degli anni per una valanga di motivi ed è stata perennemente seguita da un vastissimo pubblico per una specifica incredibile: l’originalità. Ma, purtroppo, possiamo dire che rimane ben poco di originale nel mondo della settima arte, e Black Mirror ne è la prova.

Ai confini della realtà è la straordinaria ed anticipatoria serie televisiva americana, ideata e condotta da Rod Serling, che ha portato alla produzione di cinque stagioni per un totale di 156 episodi tra il 1959 ed il 1964. La zona del crepuscolo – traduzione letterale del titolo originale The Twilight Zone – è quello spazio in cui un pilota si trova senza riferimenti spaziali, con la linea dell’orizzonte che scompare brevemente.

In una galassia vicina vicina

Ai confini della realtà si pone la stessa domanda che si fa Black Mirror con una distanza temporale di più di sessantanni. La sua caratteristica è quella di chiedersi cosa succede ad una persona ordinaria quando essa viene in contatto con l’ignoto, senza dover realmente creare un mondo costruito ad hoc per i personaggi.

Per quanto c’è sempre una morale ben precisa e che ribalta completamente tutto ciò che abbiamo visto, Ai confini della realtà riesce a non indulgere nella pedagogia del tema che affronta, riesce a staccare completamente la componente concettuale della premessa della storia rispetto a ciò che sta raccontando, e lo fa in modo velatamente critico. Black Mirror ci ha insegnato ben altro.