L'estranea

L’estranea, o l’orrore di guardarsi dentro: la recensione

L’estranea ci porta nell’orrore della borghesia perbenista italiana. Toglie la patina al nostro Bel Paese e lascia affiorare il marcio che si cela appena uno strato sotto.

L’estranea è un film che contiene l’essenza della filmografia di Paolo Strippoli. Il regista, qui come nei suoi due horror precedenti, Piove e La valle dei sorrisi, ci dice che quello di cui dobbiamo avere paura è dentro di noi e non va ricercato all’esterno. E che non c’è niente di più terrificante che guardarsi dentro.

Presentato in concorso per il Leone d’oro – unico italiano – a Venezia 83, il film è stato proposto come candidato italiano ai premi Oscar come miglior film internazionale. Aspettando di sapere se lo vedremo agli Oscar, L’estranea è in sala dall’8 ottobre.

L’estranea, la trama

Il film è un racconto a ritroso, in quattro capitoli più un epilogo, in cui una madre, Anna (Jasmine Trinca), svela alla figlia, Alice (Romana Maggiora Vergano), la vera storia della loro famiglia. La donna è pronta a raccontarle qualcosa di terribile, che cambierà per sempre tutto quello che Alice sapeva su sé stessa e sulla sua famiglia.

Sarà un tragico incidente subito dalla figlia da bambina a far cadere la madre in un vortice fatto di disperazione, misticismo e oscurità. Di volta in volta, sarà costretta a sacrificare “qualcosa” pur di mantenere unita la sua famiglia. Una famiglia composta dal padre, Walter (Adriano Giannini), dal figlio maggiore, Tobia, e da madre e figlia.

L’estranea (Valeria Bruni Tedeschi) è la figura ambigua e infernale che metterà sempre più alla prova la protagonista, proponendole una serie di “patti col diavolo” per salvarsi dalla vergogna della resa.

La borghesia italiana secondo Paolo Strippoli

Strippoli non si fa problemi a prendere grandi topoi dell’italianità e a spogliarli dell’aura di mito. Che sia la famiglia, la madre o la vittoria dei Mondiali del 2006, non c’è scampo dalla miseria.

Il regista, insieme al co-autore Salvatore De Chirico, è implacabile nel descrivere il perbenismo borghese. Fino ad arrivare al didascalico. “Cosa penserà la gente?” è il leitmotiv di tutto il film. La protagonista – e Trinca, con la sua prova, tiene sulle spalle tutto – non è tanto preoccupata dalla possibilità che la figlia perda una gamba o che il figlio perda la voglia di vivere. Teme soprattutto la vergogna che queste tragedie provocherebbero in lei.

Tutto gira intorno al suo ego, come le rinfaccia la figlia. Tutto dipende da sé stessa. Questo, però, è anche il personale inferno della protagonista: credere che nessun altro, se non lei, possa salvare la famiglia. Una responsabilità/condanna che per millenni è spettata alla Madre. Una figura qui implacabile, ma anche estremamente umana.

L’estranea come doppio della protagonista

La figura dell’estranea è ambigua, come suggerisce il suo appellativo. È irriverente, seducente e feroce allo stesso tempo. È il doppio della protagonista e la sua personale maledizione. Infatti, l’estranea le confesserà di aver bisogno di lei. L’una senza l’altra non esiste, e probabilmente anche viceversa.

Il film suggerisce che ciò che ci è estraneo è la parte più profonda e meschina di noi. Nel caso della protagonista, la smania di non essere sconfitta dalla vita, di “farcela”, di coronare il “sogno borghese” di una vita vincente. Una vita in cui si viene invidiati dagli altri, in cui bellezza e successo sono gli unici valori irrinunciabili.

La critica sociale non lascia spazio a fraintendimenti, ma i personaggi non sono macchiette. Anna e Walter, genitori “arricchiti” nella Bari di fine anni ’90, sono fin troppo umani nella loro smania di vivere attraverso i figli. Ed estremamente umani sono questi figli, che cercano di sopravvivere all’ego dei genitori. E che, alla fine, si ammalano proprio perché non riescono a porre un argine all’invadente giudizio di chi li ha cresciuti.

Il soprannaturale, allora, diventa un espediente necessario per trasmettere al pubblico la crudeltà della lotta contro forze che prescindono da noi. Infatti, una madre può fare ben poco contro il malessere fisico o psicologico dei figli. È una lotta impari, che però la protagonista è convinta di poter vincere.

La forza cinematografica de L’estranea

Se a tratti L’estranea appare didascalico nei suoi attacchi alla bella apparenza borghese, l’impatto visivo del film è, invece, contemporaneo e coinvolgente.

Il film riesce a terrorizzare attraverso la vita. La scena ripresa dall’alto, durante il white party, in cui tutti corrono in direzione delle urla agghiaccianti dei bambini è pervasiva. Non sappiamo ancora cosa è accaduto, proprio come non lo sa la protagonista, che vede la scena insieme a noi. Ma l’orrore è lì, a pochi passi.

Da pelle d’oca è anche la scena di Anna bloccata in macchina dalla folla di gente che sta festeggiando la vittoria dei Mondiali del 2006. Lei e la sua famiglia stanno vivendo l’inferno mentre fuori tutti festeggiano. La loro felicità diventa irrispettosa, soffocante e anche delirante. Il film è tutto incentrato sul contrasto tra apparenza e realtà.

Conclusioni

L’estranea è un film sull’orrore della vita, come lo sono tutti i film di Strippoli. Il regista, qui più che nei precedenti lavori, ci dice però che non dobbiamo cercare il male fuori da noi, ma dentro. Dobbiamo cercarlo nella parte estranea a noi stessi.

Il film è allo stesso tempo radicato nella storia del nostro Paese e capace di parlare in maniera universale. È un film ambizioso, che sa intrattenere e mantiene alto il ritmo, anche se si allunga forse eccessivamente nella parte finale. Un film che non si perde in intellettualismi e va dritto al punto, lasciando poco spazio a elaborazioni personali.

L’estranea ingloba tutto, anche il pubblico, proprio come fa Anna con la sua famiglia.

🎬 Valutazione

Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
3.5
★★★⯨★