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Oscar 2026, tutti i vincitori

Oscar: ottant’anni di colpi di scena e vittime eccellenti

Oscar: da Quarto potere a La La Land, Hollywood ci ricorda che la storia del cinema dipende da buste sbagliate e scelte più improbabili.

Un brivido particolare avvolge Hollywood nelle ore che precedono la notte degli Oscar. È un brivido sottile, quello dell’imprevisto, l’essenza stessa degli Academy Awards: quella capacità irripetibile di sorprendere, disordinare, riscrivere tutto in un istante.

Guardare al passato significa rileggere le crepe nella storia dorata del cinema, quei momenti in cui l’Academy ha deviato dal percorso considerato inevitabile per imboccare strade inattese dicendo “no” ai favoriti e “sì” agli outsider.

Oscar 2026, focus almanacco cinema

Le gloriose batoste della storia degli Oscar

C’è qualcosa di irresistibilmente affascinante nelle sconfitte hollywoodiane, soprattutto quando avvengono sotto la pioggia dorata degli Oscar. Alcuni film arrivano al Dolby Theatre con il portamento dei predestinati, circondati da applausi, pronostici e tappeti rossi che sembrano già srotolarsi verso la vittoria. Poi, all’improvviso, la busta si apre… e la storia cambia direzione.

È in quel preciso istante, quando il favorito si incrina e l’outsider brilla, che nasce la magia più crudele e scintillante dell’Academy. Perché a Hollywood, a volte, la sconfitta sa essere più memorabile della vittoria. È ciò che accadde nel 1995 quandoThe Shawshank Redemption (Le ali della libertà) e Pulp Fiction, oggi venerati come classici imprescindibili, furono travolti dal vento popolare di Forrest Gump, che si prese la scena lasciando dietro di sé una scia di incredulità.

Non meno clamoroso fu il caso del 2006, quando Brokeback Mountain, film simbolo di un intero decennio, vincitore di tutto ciò che poteva essere vinto, svanì sotto i colpi di Crash, un finale che non fu solo un upset ma una frattura culturale.

E ancora, nel 2011, il mondo digitale immortalato da Fincher in The Social Network sembrava destinato a dominare l’immaginario dell’anno, ma Hollywood scelse di tornare al calore di The King’s Speech, preferendo il rassicurante respiro della tradizione al gelo tagliente delle innovazioni narrative.

Il 2017 rimarrà nella memoria collettiva come il più grande “plot twist” mai avvenuto in diretta televisiva: non solo un errore di buste, ma un ribaltamento simbolico. La La Land, che aveva già assaporato il trionfo, vide la statuetta del Miglior Film scivolare verso Moonlight, un’opera minuscola ma incandescente, capace di imporsi come una delle vittorie più poetiche di sempre.

Qualcosa di altrettanto rivoluzionario accadde nel 2020, quando Parasite, contro ogni previsione e contro ogni precedente, fece la storia diventando il primo film in lingua non inglese (coreano) a conquistare il premio massimo.

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L’arte raffinata di ignorare i capolavori

Oltre ai ribaltoni più celebri, il passato degli Oscar è anche una galleria di assenze illustri. Negli anni Quaranta Quarto potere,  indicato come il miglior film di sempre, venne battuto da un titolo oggi infinitamente meno discusso.

Nei decenni successivi, opere come  La dolce vita, 2001: Odissea nello spazio e Taxi Driver plasmarono la storia del cinema senza salire sul palco a ritirare la statuetta più importante. E negli anni Ottanta, Il colore viola raccolse undici nomination senza convertirne una sola.

Oscar 2026: cosa (non) aspettarsi

Tutto questo ci conduce inevitabilmente alla corsa del 2026, una competizione che sembra respirare la stessa aria elettrica delle edizioni più indecifrabili.

Da un lato c’è Sinners, colosso dai toni cupi e muscolari, che con le sue sedici candidature ha riscritto la statistica e domina le conversazioni di Hollywood. Dall’altro One Battle After Another, il film che ha incrociato tutti i premi dei sindacati e procede verso il Dolby Theatre con l’andatura sicura del favorito naturale.

Due identità opposte: uno carismatico e divisivo, l’altro strutturato, solido, sostenuto da quel tipo di consenso trasversale che spesso conquista la preferenza degli elettori.

Una sfida che richiama duelli epici del passato come La La Land vs. Moonlight o The Revenant vs. Spotlight.

E come se non bastasse, nell’ombra si muove Hamnet, un outsider silenzioso e raffinato, sorretto dalla performance ipnotica di Jessie Buckley. Il genere di film capace di insinuarsi in cima alle preferenze grazie al voto preferenziale, quel meccanismo che da anni rende la categoria del Miglior Film un territorio dove vince chi unisce, non chi divide. Proprio come accadde a Spotlight, o a Parasite, quando la sorpresa si trasformò in una rivelazione.

Oscar: fabbrica di sogni e nessuna certezza

Nemmeno le categorie attoriali offrono certezze. Michael B. Jordan e Timothée Chalamet si contendono la stagione dei premi con due interpretazioni diversissime, mentre Leonardo DiCaprio osserva dall’alto di una carriera che potrebbe essere premiata proprio quando meno se lo aspetta. È un’altra battaglia psicologica tipica degli Oscar: quando la gara si fa troppo stretta, l’Academy si lascia guidare dal cuore e non dalla logica.

Ed è proprio per questo che la notte degli Oscar rimane un rito eterno. Non importa quanto dettagliati siano i pronostici, quante analisi si accumulino nelle settimane precedenti, quante tabelle di probabilità si pubblichino. Ogni anno, quando le luci si abbassano e la busta si apre, Hollywood torna ad essere ciò che è sempre stata: una fabbrica di sogni e di sorprese, un luogo dove il previsto non è mai scontato e l’impossibile è sempre dietro l’angolo.