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Robin Hood e la fine della leggenda: la versione di Sarnoski
Michael Sarnoski in The Death of Robin Hood guarda al mito dal suo tramonto: meno eroismo, meno avventura, più fango, rimorso e verità.
Ci sono personaggi che il cinema continua a riportare in vita senza mai intaccarne davvero la forma. Robin Hood è uno di questi.
The Death of Robin Hood (in uscita questa estate), scritto e diretto da Michael Sarnoski, sceglie invece un’altra strada: cominciare dalla fine.
Nelle interviste rilasciate in queste settimane, il regista ha raccontato di essere stato attratto non tanto dalla vitalità del fuorilegge di Sherwood quanto dalla sua caduta.
Parlando con The Hollywood Reporter, Sarnoski ha spiegato come il progetto nasca da una suggestione antica: da bambino amava il Robin Hood della Disney, ma era rimasto colpito dalla ballata sulla morte dell’eroe, così quieta e umana, così distante dall’immortalità favolistica del personaggio.
Ecco perché il suo Robin, ha affermato, appare lontanissimo dalle versioni classiche: non il simbolo della giustizia sociale, ma un uomo logorato dalla propria fama, costretto a verificare se la leggenda coincida davvero con la verità.
The Death of Robin Hood: trama e cast
Ferito dopo quella che sembra la sua ultima battaglia, Robin Hood (Hugh Jackman) viene affidato alle cure di una donna misteriosa e costretto a fare i conti con il peso del proprio passato.
Nel cast, accanto a Hugh Jackman, recitano Jodie Comer, Bill Skarsgård, Murray Bartlett e Noah Jupe.
Sarnoski e il mito dell’eroe di Sherwood
Più che rilanciare una leggenda, il film sembra interrogarne il costo umano, spogliando l’eroe della sua aura e restituendolo a una fragilità che il cinema, finora, aveva spesso tenuto ai margini.
“Non sono partito dall’idea di sovvertire Robin Hood a tutti i costi. Volevo entrare più a fondo nei personaggi”, ha dichiarato il regista a The Avclub.
Questo approccio cambia il modo in cui il film legge il suo protagonista. Non più il giustiziere popolare, il simbolo della redistribuzione e della ribellione, ma un uomo che si trascina dietro una vita di delitti e sopravvivenza.
Nel riscrivere la storia il regista ha confessato di essere partito dalla domanda:
“E se Robin fosse stato davvero un tagliagole assetato di sangue?”.
Il suo modo di porsi davanti al mito dell’eroe di Sherwood non è quindi solo una trovata per rendere il personaggio più dark, ma il tentativo di riallinearlo a un mondo che non può avere nulla di favolistico.
“Robin viene da un mondo violento, brutale e gelido, dove chiunque incontri probabilmente vuole ucciderti. Un luogo duro in cui sopravvivere, freddo e desolato. Il più delle volte erano contadini che si massacravano nel fango a colpi di pala. […] Avevo bisogno che quell’azione risultasse sgradevole.”
In quell’idea di scontro degradato, stancante, quasi animalesco, c’è già tutta la sua visione del film.
La coerenza per Sarnoski sta anche nelle scelte formali: girare in 35mm, usare luoghi reali, evitare l’eccesso di effetti digitali, lavorare su una fisicità concreta. E soprattutto ricordare che, sotto la scorza del racconto epico, questo non è pensato come un kolossal:
“Molti penseranno a un grande affresco epico, ma in realtà questo è stato un film indipendente”, ci ha tenuto a precisare alla stampa.
In Italia il film arriverà il 3 luglio, portando sullo schermo un Robin Hood più cupo e umano del solito. Resta da vedere se questa rilettura convincerà il pubblico.
