Steven Spielberg ha ridefinito le regole del cinema hollywoodiano, arrivando allo status di maestro, ma quanto di ciò che sappiamo è davvero così?
Nella società moderna, soprattutto per via della nuova comunicazione di massa dei social media e dei grandi canali mainstream, le mezze misure sembrano essersi lentamente appiattite, fino quasi a scomparire. Esiste solo il bianco o esiste solo il nero, il grigio è una via impossibile. Termini come genio, maestro, capolavoro sono lanciati sul piatto come delle freccette.
Pensate a quanto, questo tipo di evoluzione – o devoluzione – comunicativa abbia fatto sentire i suoi effetti sull’arte e sulla cultura, in cui, purtroppo, la soggettività regna ancora più sovrana. Se c’è una persona che non ha mai risentito di tutto questo è Steven Spielberg. E se c’è una persona che ne avrebbe dovuto risentire è proprio Steven Spielberg.
Steven Spielberg
Classe 1946, Steven Spielberg nasce e cresce tra Cincinnati, Ohio e Phoenix, Arizona. La sua passione per il cinema nasce durante la prima metà degli anni ’50, quando vede i classici blockbuster di William Wyler e David Lean e ne rimane folgorato. Ne ripropone versioni personali e storpiate, con l’aiuto dei suoi amici e dii una Super 8.
Esordisce nel 1964 con il lungo amatoriale Firelight, poi nel 1971 con il film televisivo Duel e definitivamente al cinema nel 1974 con Sugarland Express. C’è abbastanza in questi primi tre lavori di Spielberg che poi si riproporrà nel resto della sua carriera e, uno dei tratti principali, è la sua invisibilità.
Il giorno della rivelazione
Parte proprio da questo punto, Steven Spielberg è un regista ed autore la cui peculiarità sta proprio nello scomparire dietro la macchina da presa. I mondi favolistici che crea li attraversa come un bambino ingenuo che vede tutto per la prima volta. La sua innocenza non assolve la sua leggerezza artistica. Lo stesso discorso vale per il suo apparato contenutistica.
Partendo proprio dall’ultimo e terribile Disclosure Day, Spielberg ripropone il medesimo stile che si porta appresso dal 2010 ad oggi, senza innovarlo nè tantomeno contestualizzarlo. Riuscendo ad appiatire tutto in un blocco di immagini senza sostanza, qualsiasi cosa lui vuole raccontare, passa in secondo piano. E per molti versi, forse è meglio così.

La verità non è un diritto
Disclosure Day è una truffa a tutti gli effetti. Il marketing, le interviste e i trailer ci hanno lasciato pensare che Spielberg stesse finalmente per intervenire direttamente sulla crisi socio-politica statunitense ed internazionale. E invece, niente. Impacchetta un noiosissimo film d’azione con dialoghi banali, personaggi vuoti e con nessun senso del tempo.
Steven Spielberg pare bloccato a cavallo tra i ’70 e gli ’80 da due decenni ormai. Il suo The Post smantella in maniera così tenera e idiota cinquant’anni di odio e di giornalismo. Come già gli succedeva prima, e ora anche di più, non riesce a vivere nel nostro mondo. Figuratevi riflettere su qualcosa o criticare un sistema di bugie, una società che va in malore o un folle Presidente…
Ritorno al passato
Steven Spielberg è un truffatore? Ci ha convinti che Indiana Jones sia un grande personaggio, quando è un pessimo umano. Che E.T. sia il film perfetto per famiglie, quando è un banale racconto di pietà. Che Jurassic Park sia rivoluzionario, quando è scritto peggio solo del suo Hook. Che Schindler’s List sia un capolavoro, quando ha un’estetica notevole ed una retorica gonfissima. Che Salvate il Soldato Ryan sia la stupenda storia di uomini comuni, quando racconta di falsi eroi senza alcuna profondità
Steven Spielberg è un maestro? The Fabelmans è incredibile. Incontri ravvicinati del terzo tipo è l’opera definitiva sugli alieni. Ready Player One vive vent’anni in un futuro passato. E Lo squalo è un film fondamentale, nonostante abbia segnato la fine della Nuova Hollywood e l’inizio dell’era dei blockbuster. Dunque, ai posteri l’ardua sentenza.
1 commento