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Storie di eterni perdenti
Il cinema è pieno di storie di underdogs e di tragici personaggi alla ricerca della ribalta, eterni perdenti che, però, non sempre riescono poi a vincere.
Se c’è qualcosa che ci viene insegnato da subito nella vita, è che lo sport e la vita stessa, spesso, si intersecano. Tutto diventa una gara. Tutto diventa una competizione cannibalistica. Tutto diventa paragone. Dobbiamo vincere e dobbiamo lottare affinchè si vinca, e magari anche umiliare l’avversario. Anche nell’arte si prova a fare così – guardate i premi Oscar.
Ma, allo stesso modo, la competizione porta ad un conflitto e il conflitto genera arte, genera cinema, genera umanità. Quell’avversario che viene umiliato e distrutto ha lo stesso identico valore del vincitore che lo domina e che, la volta dopo, dovrà ripetere lo sforzo. Vincenti e perdenti mischiano storie di riscatto e racconti di perdite fondamentali.
Perdenti cronici
La categoria dell’underdog è quella vastissima definizione di una persona – generalmente un’atleta – il cui pronostico è di sfavorito. Che alla fine vinca o perda, l’underdog rappresenta di per sè l’immagine perfetta dell’essere sottovalutato, in una società in cui sei costretto perennemente a performare, per poi passare alla cosa dopo.
Ma, gli underdog, i perdenti, nella maggior parte delle volta, continuano a perdere. Little Miss Sunshine di Jonathan Dayton e Valerie Faris, piccola chicca del 2006, ci mostra questo, ma ci mostra anche che non conta solo il risultato. Al suo estremo opposto, lo sfigato ed emarginato Mark Zuckerberg di The Social Network potrebbe aver vinto Facebook, ma anche la, continua ad essere la solita persona, con la stessa medesima considerazione.
Rocky
Non c’è storia più stimolante che quella dello scarso senza alcuna aspettativa che riesce a ribaltare il risultato. Nel 1976, durante l’ultima fase della Nuova Hollywood e nello stesso anno di film come Taxi Driver e Quinto potere, esce nei cinema statunitensi Rocky. La storia di un pugile povero ed ignorante che il caso sceglie e gli da un’ultima chance per dimostrare a tutti quanto vale realmente.
In parole povere – e prendendo in prestito quelle di Apollo Creed – la realizzazione fisica del sogno americano. L’opportunità non si tramuta necessariamente in vittoria. Finito l’ultimo round, il verdetto della giuria assegna la vittoria a Creed. Rocky perde, ma a lui non può fregare di meno. Sta cercando la sua altra felicità. La competizione non c’è più.

Marty Supreme
Mentre Sylvester Stallone, dal 1978 in poi, continua a far vincere sempre la sua controparte cinematografica, gli anni passano. L’eredità dell’underdog viene incarnata sempre più spesso dagli “sfigati”: il Dewey di School of Rock piuttosto che Peter Parker di Spider-Man. A fine 2025, arriva la svolta definitiva, arriva Marty Supreme di Josh Safdie.
Il Marty di Timothee Chalamet non si ferma mai, non può far altro che continuare ad andare avanti, solo per il gusto di riuscire ad arrivare in fondo. Essere il migliore. Ma qui, non è un perdente che perde comunque. Marty è un vincente che non riesce più a vincere. Il mondo lo ha plasmato ed ora lo ha decostruito di nuovo. Ecco cos’è successo a sogno americano.
Vincere, vincere, vincere
Marty Mauser apre un’altra enorme categoria di personaggi, che sublimano l’appellativo di underdog ad una condizione ulteriore. Perchè, se la competizione stringe tutto ciò che ci circonda, non possiamo non lottare solamente perchè la vittoria non è l’unica cosa che conta. E come Josh Safdie ci regala il suo film, il fratello Benny fa altrettanto.
In The Smashing Machine, The Rock interpreta – mediocremente – Mark Kerr, lottatore di MMA che ha un primo e spaventoso incontro con la sconfitta. Ma non l’accetta, non può. Tutti gli hanno detto che era il migliore, e poi non lo è più stato, un po’ come il Billy Bean di Moneyball. Devono solo fare i conti con loro stessi, prendere consapevolezza e poi, solamente godersi il resto dello spettacolo.
