Techplomacy Susanne Kovacs Documentario

Techplomacy, in Silicon Valley si entra solo su appuntamento

Il 7 novembre, al Festival dei Popoli di Firenze, Techplomacy di Susanne Kovács ha ricevuto il Premio CG Digital per il miglior film europeo della sezione Habitat. La protagonista è Anne Marie Engtoft Meldgaard, ambasciatrice danese per la tecnologia, incaricata di discutere con le grandi piattaforme di diritti, responsabilità e regole.

Un mestiere che richiede preparazione, tenacia e una competenza preliminare: riuscire a farsi ricevere.

Presentato in anteprima mondiale al CPH:DOX, il documentario accompagna la diplomatica tra Silicon Valley e vertici internazionali. La missione promette un confronto fra istituzioni democratiche e poteri privati; il protocollo, già da solo, suggerisce che le parti abbiano idee piuttosto diverse su chi debba chiedere un appuntamento.

Techplomacy: il permesso di entrare e i tempi tecnici della democrazia

La Danimarca aveva istituito l’incarico nel 2017, prima al mondo. Sul sito della sua diplomazia tecnologica, la ragione è esposta senza particolari pudori: le aziende più influenti dispongono di un potere economico e politico paragonabile a quello degli Stati. Copenhagen ne ha tratto una conseguenza amministrativa, aprendo un canale diplomatico. Il riconoscimento internazionale, evidentemente, può arrivare anche grazie a una base utenti sufficientemente estesa.

Kovács ha raccontato a Cineuropa di essere stata attratta dall’energia di Meldgaard e dalla sua impresa quasi impossibile. Nella stessa intervista l’ambasciatrice spiega che bisogna negoziare il livello degli interlocutori, l’agenda e, successivamente, l’accesso della troupe. Le aziende possono accettare anche perché una conversazione costruttiva con una diplomatica offre loro un’opportunità.

La regista ammette inoltre che alle riunioni non sempre si può accedere. Questo limite produttivo contiene una questione cinematografica interessante: come documentare il potere quando il potere decide quanto lasciarsi documentare? Perché anche un incontro critico può diventare una buona immagine aziendale, se prima se ne è discusso.

Costruire un accordo digitale fra 193 Paesi, includendo società civile e attivisti, richiede tempo proprio perché implica ascoltare persone che normalmente non decidono. Anche la velocità ha dunque una procedura: si ottiene più facilmente quando diminuisce il numero di quelli da consultare.

Non tutti gli Stati hanno lo stesso rapporto con le piattaforme

Il 21 febbraio 2025, Donald Trump firma il memorandum contro le “estorsioni” e le sanzioni straniere alle imprese americane. Annuncia dazi e altre contromisure contro oneri considerati discriminatori o sproporzionati. Le aziende tecnologiche hanno così a disposizione un governo disposto a difenderle da altri governi e la burocrazia recupera improvvisamente una certa utilità. Fra le pratiche contestate, il testo cita espressamente gli obblighi imposti ai servizi di streaming americani di finanziare produzioni locali, inserendoli fra le violazioni della sovranità statunitense.

La disciplina europea consente di estendere questi contributi ai servizi stabiliti in altri Paesi membri, ma prescrive che siano proporzionati e non discriminatori, calcolandoli sui ricavi ottenuti nel territorio interessato. Per un documentario europeo premiato a Firenze, il dettaglio merita più attenzione di molti discorsi sull’innovazione: persino le regole che alimentano altre cinematografie possono diventare materia di ritorsione commerciale. E il mercato globale trova molto provinciale che qualcuno voglia continuare a raccontarsi.

La missione di Meldgaard assume così un significato ulteriore: non si tratta soltanto di negoziare con aziende diventate potenti quanto gli Stati, ma di capire quali Stati possano imporre loro delle regole e quali debbano negoziare persino il diritto di applicarle.

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