Alla ricerca di storie di cinema ci siamo imbattuti in Gabriele Marcello, professionista multiforme: sia direttore casting che sviluppatore di sceneggiature.
Gabriele Marcello è un poliedrico professionista italiano, che opera da circa venti anni nel mondo del cinema.
Oltre alla sua attività giornalistica, è noto nel settore per il suo lavoro come reader, development, story editor e direttore casting.
A fianco alla sua identità di “uomo di cinema” a 360 gradi, Marcello è anche molto attivo nell’ambito dell’insegnamento: infatti, è professore di Sceneggiatura e Scrittura Creativa all’Università degli Studi di Teramo (DAMS) e – sin dal 2016- collabora come docente di Storia del Cinema Italiano ed Internazionale e Analisi della Sceneggiatura presso la Roma Film Academy.
Noi di Almanacco Cinema abbiamo avuto la fortuna di intervistarlo per voi.
Almanacco Cinema presenta: l’intervista a Gabriele Marcello
Editor, casting, sceneggiatore, insegnante di cinema. Gabriele, come concili tutte queste professionalità, senza che l’una escluda (o condizioni in qualche modo) le altre?
“La verità è che non le concilio, perché non ne sento il bisogno. Non esiste, nella mia esperienza quotidiana, una frattura reale tra queste professionalità. Sono tutte figlie della stessa passione, dello stesso sguardo, dello stesso amore viscerale e totalizzante per il cinema in tutte le sue forme.
La settima arte rimane il vero amore della mia vita, e tutto il resto ne è una declinazione naturale. Quando faccio casting sto cercando un personaggio, esattamente come quando scrivo una sceneggiatura. Quando insegno sto trasmettendo un modo di vedere il mondo attraverso le immagini, esattamente come quando scrivo un saggio critico. Quando faccio story editing sto lavorando sulla struttura narrativa, esattamente come quando costruisco un romanzo.
I linguaggi cambiano, gli interlocutori cambiano, i contesti cambiano. Ma il motore è sempre lo stesso. C’è una concatenazione profonda tra tutte queste attività che non è frutto di una strategia professionale consapevole: è emersa in modo organico nel tempo, seguendo la logica di un unico progetto intellettuale e creativo.
Il casting mi ha reso uno sceneggiatore più preciso nella costruzione dei personaggi. L’insegnamento mi ha reso un critico più rigoroso. La scrittura saggistica mi ha reso un lettore di sceneggiature più attento alle intenzioni profonde di un testo.
Ogni professionalità nutre le altre in modo silenzioso e continuo. Se dovessi trovare un filo che le unifica tutte, direi che è la narrazione, intesa nel senso più ampio possibile. Tutto ciò che faccio riguarda il modo in cui le storie vengono costruite, raccontate, interpretate, trasmesse. Il cinema è il contenitore più grande che conosco per fare tutto questo contemporaneamente. Ed è per questo che non riesco, e non voglio, uscirne”.
Se ti chiedessi qual è il film sul quale hai lavorato, invece, che non è di tua firma (italiano o straniero) sul quale ti sarebbe piaciuto lavorare?
“Per quanto riguarda il lavoro che sento più mio, la risposta è Il nibbio, senza esitazione. È stato un progetto fondamentale nella mia carriera, il primo in cui ho ricoperto il ruolo di casting director unico, con tutta la responsabilità e la libertà che questo comporta.
Ma non è solo una questione di primati professionali. È stato un lavoro portato avanti con una squadra straordinaria, con quella rara alchimia umana e creativa che non si costruisce a tavolino e che quando arriva la riconosci subito.
E poi c’è Alessandro Tonda, un regista con cui ogni conversazione era un’avventura intellettuale, oltre che un’occasione per morire dal ridere. Seria e leggera insieme, riflessiva e costruttiva. Il tipo di collaborazione in cui senti che stai crescendo mentre lavori. Il Nibbio ha poi ricevuto due Globi d’Oro (per il film e per il protagonista) oltre a una candidatura ai David di Donatello, sempre per il protagonista. Riconoscimenti che per me hanno un valore particolare proprio perché arrivati su un progetto in cui mi ero messo completamente in gioco. Per quanto riguarda un film non mio su cui avrei voluto lavorare, la risposta è altrettanto immediata e non ammette alternative: Lezioni di piano di Jane Campion.
Ma devo essere onesto, non ho nemmeno l’ambizione di dire che avrei voluto lavorarci in un ruolo specifico. Mi sarebbe bastato portare il caffè sul set. Davvero. L’adorazione che nutro per il cinema della Campion va ben oltre qualsiasi considerazione sulla persona, non mi interessa il suo carattere, le sue dichiarazioni, la sua vita privata. Mi interessa esclusivamente la sua arte, il modo in cui costruisce lo sguardo, il modo in cui racconta le donne, il modo in cui usa il silenzio e il suono come strumenti narrativi di pari dignità.
Lezioni di Piano è per me uno di quei film che non si analizzano: si abitano. Ogni volta che lo rivedo trovo qualcosa che non avevo visto prima. È il cinema che mi ha formato più di qualsiasi manuale, più di qualsiasi corso universitario. Se esiste una ragione per cui faccio questo mestiere, una parte di quella ragione ha la firma di Jane Campion“.
A proposito di Lezioni di piano, hai anche pubblicato un libro che riguarda questo film. Sei anche autore di libri, infatti, e proprio ultimamente è in uscita la tua ultima pubblicazione Il mago di Oz, dedicato, come suggerisce il titolo, al famoso film diretto da Victor Fleming nel 1939. Come mai hai sentito il bisogno di dedicare una pubblicazione a questo film? Ci parli unicamente della sua struttura, grazie alle tue competenze tecniche (e da docente) o ci racconti anche una tua visione/rilettura del mago di Oz?
“Il mago di Oz è un progetto anomalo nel panorama italiano, nel senso migliore del termine. È il primo e unico libro pubblicato in Italia che affronta questo film in modo esplicito, approfondito e totale. Non esisteva nulla di comparabile, e questa assenza mi sembrava quasi inspiegabile considerando la portata culturale, simbolica e cinematografica di quest’opera. Colmare quel vuoto è stata una delle ragioni fondamentali che mi hanno spinto a scrivere il libro.
Ma c’è molto di più. Il mago di Oz non è solo un capolavoro della storia del cinema: è un film che non ha un autore nel senso tradizionale del termine. Non esiste un unico regista a cui attribuirne la paternità, non esiste una visione singola e coerente dietro la macchina da presa. È un’opera collettiva, caotica, travagliata, costruita tra cambi di regia, incidenti sul set, tensioni creative e produttive di ogni tipo. Tutto il delirio che sta dietro la sua realizzazione è raccontato nel libro, e in quel delirio si nasconde qualcosa di straordinario: un film che, pur essendo figlio del caso e della necessità, è diventato profetico. Profetico nel senso più letterale.
Il mago di Oz è diventato nel tempo una bandiera, nel senso proprio del termine. L’arcobaleno di Over The Rainbow, la canzone più celebre del film, è l’origine diretta della bandiera del movimento LGBTQ+. Non è una coincidenza simbolica: è una genealogia culturale precisa. Un film nato negli ingranaggi dello Studio System hollywoodiano, prodotto in un contesto di controllo totale e conformismo, è diventato il simbolo per eccellenza dei diritti degli emarginati, di chi non si riconosce nel mondo ordinario – esattamente come Dorothy non si riconosce nel Kansas – e sogna un posto dove esistere liberamente.
Il libro racconta tutto questo: la struttura tecnica e narrativa del film, le sue complessità registiche, il suo valore storico. Ma racconta anche la mia rilettura personale, che è quella di un adulto che ha rivisto con occhi diversi qualcosa che da bambino amava senza capirne la profondità. E quello che ho trovato, guardando oltre il Technicolor, è un’opera che parla di esclusione, di desiderio, di appartenenza, temi che non hanno smesso di essere urgenti”.
Tornando alla tua attività nel cinema: so che proprio ora sei impegnato in un lavoro come casting director. Vuoi parlarcene?
“Vorrei parlarne moltissimo, e il fatto che non possa farlo è una delle poche frustrazioni legittime di questo mestiere. Ho firmato un NDA e finché il progetto non verrà annunciato ufficialmente non mi è possibile rivelare nulla. È una di quelle situazioni in cui il silenzio non è modestia: è un obbligo contrattuale che rispetto, anche quando mi costerebbe volentieri qualche dettaglio in più.
Quello che posso dire, senza violare nulla, è che si tratta di un progetto anomalo. E uso questa parola con consapevolezza, perché nel mio percorso professionale l’anomalia è sempre stata un segnale positivo: i progetti che mi hanno dato di più, che mi hanno fatto crescere di più, che hanno lasciato un segno più profondo, erano quasi sempre quelli che all’inizio sembravano più difficili da definire, più rischiosi da abbracciare. Questo lo è.
È un progetto particolare nella sua concezione, rischioso nella sua ambizione, ma anche straordinariamente affascinante per la complessità di quello che chiede: al cast, alla produzione, a me come casting director. È un lavoro lungo, che si sviluppa su un arco temporale importante, e che richiede un tipo di attenzione e di cura che va ben oltre la selezione degli attori nel senso tecnico del termine. È un progetto in cui il casting non è un passaggio preliminare ma una componente narrativa fondamentale: ogni scelta ha un peso specifico enorme sull’insieme. Non posso dire altro. Ma posso dire che quando sarà possibile parlarne, ne varrà la pena”.
Quando rivesti la veste di casting, in che modo e su che basi selezioni e scegli gli attori?
“Il casting è un processo che inizia molto prima di incontrare il primo attore, e che richiede una preparazione che pochi immaginano dall’esterno. Tutto parte dalla sceneggiatura. La leggo almeno una decina di volte, spesso di più. Non è un’abitudine ossessiva: è una necessità. Ogni lettura restituisce qualcosa di diverso: la prima volta si legge la storia, la seconda i personaggi, la terza le relazioni tra loro, la quarta quello che non è scritto, ma è sottinteso. È in quello spazio tra le righe che si nasconde il casting giusto.
Parallelamente faccio ricerca: su attori che conosco, su attori che non conosco, su volti nuovi che magari non hanno ancora un percorso consolidato ma che sento adatti. Il casting non è un archivio da cui pescare nomi: è un processo di immaginazione attiva. Devo riuscire a vedere qualcuno in un ruolo prima ancora di averlo incontrato. Poi c’è il confronto con il regista, che è forse la parte più delicata e più preziosa dell’intero processo.
Capire i gusti di un regista non significa solo sapere chi gli piace: significa capire come vede il mondo, come legge le persone, cosa lo disturba e cosa lo seduce in un volto, in una presenza, in un modo di stare nello spazio. Non sempre quello che un regista dichiara di volere corrisponde a quello di cui il suo film ha bisogno, e parte del mio lavoro è navigare quella distanza con rispetto e con onestà. Quando finalmente incontro gli attori, quello che cerco prima di tutto è l’energia. Non nel senso vago e generico del termine: nel senso fisico, concreto, immediato.
C’è qualcosa che un attore trasmette quando entra in una stanza che non si può fingere e non si può costruire a tavolino. È una presenza che precede le parole, che precede la tecnica, che precede qualsiasi considerazione sulla carriera o sul curriculum. Quella presenza o c’è o non c’è, e quando c’è, la riconosci immediatamente. Ma l’energia da sola non basta. Il casting è anche un lavoro di armonia: di volti, di fisicità, di temperature emotive. Un cast non è una somma di individualità eccellenti: è un sistema in cui ogni elemento deve dialogare con gli altri, deve creare contrasto o risonanza nel modo giusto, deve produrre insieme qualcosa che nessuno dei singoli attori potrebbe produrre da solo.
Penso molto al calore, alla capacità di un attore di essere credibile non solo in sé ma in relazione agli altri, di generare affinità o tensione a seconda di quello che la storia richiede. C’è infine una componente istintiva che non riesco e non voglio razionalizzare completamente. Dopo anni di questo mestiere ho imparato a fidarmi di qualcosa che non so sempre spiegare: una sensazione, un’intuizione, la certezza improvvisa che una determinata persona è quella giusta per un determinato ruolo. Non è magia, è esperienza sedimentata che lavora sotto la superficie della coscienza. E quando quell’intuizione si allinea con tutto il lavoro razionale che l’ha preceduta, il casting diventa qualcosa che va oltre la tecnica. Diventa visione”.