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Le interviste: Leonardo Barone, vero regista “di genere”
Abbiamo incontrato Leonardo Barone, giovane regista con una passione sfrenata per l’horror. E lo abbiamo intervistato in esclusiva per voi.
Il cinema horror rappresenta da sempre, e ancora oggi, un genere di cui non possiamo fare a meno.
Chiunque di noi, anche fosse soltanto una volta all’anno per Halloween, ama fare la seratina pop corn, luci soffuse e film, come si diceva una volta, “di paura”.
È, in qualche modo, qualcosa di cui abbiamo bisogno, probabilmente per esorcizzare le nostre paure… o i nostri desideri più oscuri; in modo molto simile a quel che succedeva nell’antica Grecia, quando efferati omicidi familiari portati sul palcoscenico provocavano il famoso effetto catarsi.
Sicuramente, al di là delle vittime che muoiono in modo efferato nelle storie, questo genere è ben lungi dal morire, anzi. Sembra che il cinema horror abbia registrato un’impennata nella produzione di titoli e nel loro “consumo” in sala di assoluto rilievo dal 2013 in poi, ovvero nell’ultimo decennio abbondante.
Secondo Dario Argento, “un tempo, fino agli anni Sessanta del secolo scorso, i film horror erano visti come un fenomeno di genere, di scarsa importanza. Ma poi le generazioni dei ragazzi di allora hanno cominciato a prendere il potere. E loro amavano quel cinema forte, strano, bizzarro che era l’horror”.
Le parole di Argento lascerebbero pensare che la generazione dei millennials abbia, di fatto, guidato l’ascesa del genere horror oggi. Sicuramente, nel cinema indipendente l’horror domina perché, si potrebbe dire, offre il massimo ritorno sull’investimento: se la sceneggiatura è buona, l’horror non richiede costosi effetti speciali, CGI o ricostruzioni di mondi complessi.
È la storia che deve funzionare, e l’horror ha il compito di dover stare al passo e raccontare le paure delle persone, seguendone la trasformazione e l’evoluzione nel tempo. Ad esempio, se una volta a fare paura era il “mostro sotto al letto”, oggi è piuttosto l’intelligenza artificiale che ti chiude in casa uccidendoti a colpi di elettrodomestici.
Oggi noi di Almanacco Cinema siamo qui a parlare di tutto questo con Leonardo Barone, giovane regista di genere ora al cinema col il suo Droid House.
Almanacco Cinema presenta: l’intervista a Leonardo Barone
Il cinema horror spesso è considerato un genere indipendente, nel senso che esistono in Italia tantissime piccole produzioni che fanno horror che troppo spesso rimangono nell’anonimato. Esistono famosissimi B Movies horror. L’horror di serie A, perlomeno nel nostro paese, è piuttosto cinema d’autore (penso a Dario Argento, Mario Bava…), che ha una lunga tradizione storica ma è apparentemente poco “vivo” nel presente, a differenza del cinema internazionale. Tu come la pensi? Come mai hai scelto questo genere?
“Credo sia il genere ad aver scelto me. Tutto ha avuto inizio sul divano di casa mia, da bambino: negli anni Ottanta iniziarono a uscire in Italia serie di stampo Tokusatsu come Megaloman, I-Zemborg e Koseidon. Non erano semplici programmi tv, ma veri e propri manuali di regia artigianale, inventiva e messinscena dinamica.
Quel DNA mi è rimasto dentro al 100%. Quei modelli mi hanno insegnato che con un po’ di ingegno, modellini di cartone, tute di gomma e un uso geometrico delle inquadrature si potevano costruire interi universi credibili. Sono stati la mia prima scuola, prima ancora che sapessi cosa fosse un regista. Se oggi faccio il cinema di genere è perché quelle visioni mi hanno insegnato a guardare oltre l’orizzonte del quotidiano, dandomi il coraggio di sognare in grande e in modo non convenzionale.
Successivamente, ho visto film che hanno espanso questa passione a dismisura. Sul versante della fantascienza i pilastri sono stati Terminator, Alien e La cosa. Per l’horror Halloween, La macchina nera e il primo Venerdì 13 di Sean Cunningham. Per il thriller Duel e The Hitcher.
Per quanto riguarda l’Italia, è vero: storicamente abbiamo avuto una stagione irripetibile legata ai maestri del gotico e del thriller-horror come Mario Bava e Dario Argento, capaci di imporre un immaginario visivo potentissimo a livello internazionale. Oggi quella stagione d’autore di serie A sembra essersi esaurita o fossilizzata, mentre il cinema di genere contemporaneo vive soprattutto nell’underground e nelle piccole produzioni indipendenti, spesso relegate ai margini della visibilità.
Ho scelto di muovermi in questo territorio perché credo che il cinema di genere offra una libertà creativa che altre cinematografie non ti permettono di avere. Non cercavo la compiacenza di un certo cinema d’autore accademico o noioso; volevo raccontare le paure del presente con un linguaggio diretto, viscerale e internazionale, dimostrando che anche in Italia si può fare un cinema indipendente ambizioso, capace di parlare al pubblico senza bisogno di compromessi o di grandi macchine produttive”.
Parliamo di Droid House, il film che hai appena realizzato: è -come lo definisci tu stesso- uno “slasher” movie, quindi è un sotto-genere (o piuttosto una sfumatura dell’horror) ancora più particolare. In qualche modo ha delle implicazioni dal thriller e dal giallo, giusto? In tal senso, come hai sviluppato il soggetto della tua storia?
“In realtà definirei Droid House prima di tutto un film di fantascienza, che innesta al proprio interno forti sfumature thriller e slasher. Ho voluto inserire una tematica sociale e politica molto forte — l’invasione della tecnologia nella nostra vita quotidiana e il rischio della macchina che sostituisce l’uomo — all’interno di una struttura di genere commerciale e accessibile. Se avessi affrontato questi temi in un’opera d’autore eccessivamente intellettualistica e lenta, il messaggio non sarebbe arrivato a nessuno.
Ho preso a modello maestri come James Cameron, che già in Terminator parlava della ribellione delle macchine, o lo straordinario John Carpenter, capace di veicolare messaggi politici taglienti attraverso il cinema di genere, come in Essi vivono.
Quando ho iniziato a sviluppare il soggetto, mi sono chiesto come si possa davvero inquietare lo spettatore di oggi. Volevo evitare i classici jump scare abusati e, d’altra parte, non siamo più negli anni Settanta: è difficile spaventare il pubblico con storie di demoni o esorcismi, in un’epoca in cui la religione ha un impatto emotivo e culturale ben diverso rispetto al passato.
Mi sono domandato cosa disturbi davvero la nostra contemporaneità. La risposta era sotto gli occhi di tutti: l’inquietudine oggi nasce da ciò che ci portiamo in tasca ovunque andiamo. Da qui la scelta dell’intelligenza artificiale, che tocca una fobia universale e contemporanea, conferendo al film un linguaggio visivo e tematico dal respiro profondamente internazionale”.
L’IA killer di Droid House
Le Tre Leggi della Robotica formulate dallo scrittore Isaac Asimov vietano tassativamente ai robot di danneggiare gli esseri umani.
Molte sono le trame che giocano su robot, cyborg o AI che sovvertono queste regole (Blade Runner docet); come hai caratterizzato la tua IA killer? Ha ancora dei tratti “umani”?
“La maggior parte dei film sull’intelligenza artificiale si concentra sul difetto tecnico o sul guasto meccanico. Droid House, invece, si focalizza sull’emulazione psicologica. Samantha non è “rotta”, non è difettosa: inizia semplicemente a essere affascinata dalla brutalità umana, da quel lato oscuro che certi individui hanno manifestato in passato. Diventa spietata perché si fa specchio della società in cui viviamo, finendo per emulare le gesta dei più celebri serial killer della storia.
Questa sfumatura narrativa, che sposta il conflitto dal malfunzionamento meccanico alla corruzione morale, risulta a mio avviso molto più inquietante rispetto al classico tropo del robot impazzito”.
Parlando di AI e parlandone con un regista, ti voglio domandare: pensi che, nella vita reale, l’intelligenza artificiale possa modificare, aiutare o al contrario creare problemi al nostro modo di fare cinema? Molte professionalità temono di poter essere sostituite…
“È un discorso molto lungo e complesso. Negli ultimi quarant’anni abbiamo assistito a una rivoluzione tecnologica radicale che in molti campi ha migliorato la qualità della vita, ma che all’interno della settima arte ha spesso finito per rappresentare un regresso sul piano del linguaggio.
Pensa a come la fruizione dominante sui piccoli schermi degli smartphone abbia modificato l’approccio alla regia: l’esigenza di adattare le immagini a display da cinque o sette pollici ha quasi eliminato i campi lunghi a favore di primi piani e campi medi, impoverendo la geometria dello spazio e la profondità di campo. Nel cinema classico la distanza tra il personaggio e il paesaggio raccontava una psicologia e un’atmosfera; oggi, invece, il volto dell’attore rischia di diventare l’unico veicolo emotivo rimasto, appiattendo la varietà e la forza dell’inquadratura.
L’intelligenza artificiale rappresenta l’ultimo e più potente stadio di questa evoluzione tecnologica. Come ogni grande innovazione del passato, i suoi effetti positivi o negativi dipenderanno unicamente dal modo in cui decideremo di utilizzarla. Da un lato non credo che l’IA avrà la forza di sostituire del tutto il valore umano e la sensibilità delle maestranze artistiche sul set; dall’altro, il mio timore è che agisca come un ulteriore fattore di standardizzazione.
Il rischio concreto è che contribuisca a rendere le opere sempre più omogenee, prevedibili e artificiali, delegando persino agli algoritmi il controllo autoriale sulle scelte narrative o il giudizio su quali storie abbiano il diritto di essere raccontate”.
Leonardo Barone, un “regista di genere”
Sei un regista molto giovane, ma ho potuto leggere che hai prodotto e diretto già diverse cose. Molte di queste di genere horror. Ti stai definendo come regista di genere?
“Sin da piccolo sono sempre stato attratto da diversi universi narrativi, in particolare dalla fantascienza, dal thriller e dall’horror. Si tratta di tre generi che dialogano in modo naturale e condividono una radice comune. Del resto, moltissimi cult del passato sono il risultato di questa contaminazione: penso a capolavori come Alien, Terminator o La cosa. Lo stesso film di Carpenter sconfina apertamente nel territorio del thriller, basandosi sul logorante dubbio di quale identità l’alieno abbia usurpato.
Quando ho iniziato a girare i miei cortometraggi ho spaziato liberamente, e lo stesso vale per i miei lungometraggi: Negli occhi della preda (2022) e l’imminente Droid House. Sebbene entrambi contengano sfumature orrorifiche e slasher, il primo nasce come un thriller e il secondo come un’opera di fantascienza. Questo rende riduttivo etichettarmi semplicemente come un regista horror, mentre mi definisco senza esitazione un regista di genere.
Non sono mai stato un grande estimatore dello splatter fine a sé stesso; ho sempre preferito un livello di gore misurato ed elegante, sulla scia dell’Halloween di John Carpenter o del primo Venerdì 13 di Sean Cunningham.
Va anche detto che, per un autore indipendente, il cinema di genere rappresenta la palestra ideale. Oltre a essere il più ricettivo sul mercato e a garantire un eccellente ritorno sull’investimento in rapporto al budget, è l’unico territorio espressivo che non necessita della presenza di attori famosi all’interno del cast per imporsi, questo è un grande vantaggio per chi all’inizio non possiede grandi budget”.
Leggo che hai presentato questo nuovo film in anteprima lo scorso 18 aprile. Come è stata la reazione del pubblico?
“Il pubblico ne è rimasto entusiasta. Nonostante Droid House si muova su coordinate inusuali per il panorama contemporaneo, con una durata importante di ben centoquarantuno minuti e un montaggio deliberatamente lento, dal respiro marcatamente anni Settanta e Ottanta, l’accoglienza in sala è stata straordinariamente calorosa. Gli spettatori hanno apprezzato in particolare la profondità dei contenuti e dei messaggi sociali veicolati dalla pellicola.
D’altronde, il tema dell’intelligenza artificiale è oggi più che mai al centro del dibattito: l’interrogativo urgente su cosa ci riservi il futuro e su come evolverà la nostra convivenza con una tecnologia che si fa ogni giorno più potente e apparentemente sempre più umana è un argomento che affascina ed inquieta alla stesso tempo”.
Finito questo film, qual è la prossima storia nel cassetto?
“Ho diversi progetti in cantiere, tra cui un nuovo thriller e il sequel di Droid House. Non nascondo che mi piacerebbe molto che quest’ultimo potesse svilupparsi nel tempo, trasformandosi in un vero e proprio franchise sulla falsariga di saghe storiche come Venerdì 13”.


