Almanacco Cinema presenta: l'intervista a Nadir Taji

Le interviste: Nadir Taji, il regista del corto Festa in famiglia candidato ai David di Donatello

L’ intervista a Nadir Taji il regista di Festa in famiglia: un corto che parla di famiglia, educazione e nuove voci del cinema italiano, candidato ai David.

Il corto Festa in famiglia a seguito dell’esordio alla Settimana Internazionale della Critica, presso la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha ottenuto il riconoscimento per la miglior regia nel 2025 ha continuato il suo percorso vincendo numerosi premi, per citarne alcuni: miglior regia all’Incanto Film Festival, miglior corto e miglior corto a tema sociale al Dorico International Film Fest, miglior corto under 35 al Rieti International film festival e miglior cortometraggio alla Festa Do Cinema Italiano in Portogallo.

Un viaggio che ora approda su uno dei palcoscenici più prestigiosi del cinema italiano: la 71ª edizione dei David di Donatello. Infatti, mercoledì 6 maggio negli Studi di Cinecittà si terrà la cerimonia che andrà contemporaneamente in onda su Rai 1, Rai Radio2 e RaiPlay. Tra i candidati al miglior corto ci sarà proprio questo regista emergente Nadir Taji

La visione del corto peraltro è ora disponibile in esclusiva su RaiPlay. Festa in famiglia nasce all’interno del Centro Sperimentale di Cinematografia e coscritto insieme al regista, Chiara Aversa, Dorotea Ciani, Davide Damesi. Porta sullo schermo una dimensione autentica: parte del cast è infatti composta dalla stessa famiglia del regista, un dettaglio che rende il racconto ancora più personale e vibrante.

Festa in famiglia, la trama del film

In un giorno di festa, l’atmosfera serena di una famiglia marocchina viene improvvisamente spezzata da un evento scioccante: Hassan molesta, di nascosto, la cugina di soli dodici anni. Questo episodio, una volta venuto a galla, mette gli adulti di fronte a un compito difficile: preservare la famiglia o affrontare la scomoda situazione. Uscirne senza conseguenze non sembra essere una cosa possibile.

Almanacco Cinema presenta: l’intervista al regista Nadir Taji

L’intervista a Nadir Taji, avvenuta prima della candidatura non si limita a una semplice sequenza di botta e risposta, ma si sviluppa come una vera conversazione. Un dialogo aperto, fatto anche di scambi spontanei e riflessioni condivise, in cui il regista ci accompagna dentro il suo lavoro tra emozioni, esperienze personali e visione cinematografica.

Allo scopo di rendere la conversazione più comprensibile per chi legge, gli argomenti trattati sono stati riassunti in domande e risposte.

Il corto Festa in famiglia è composto da un cast letteralmente familiare… come hai fatto a gestire la tua famiglia per arrivare a un risultato così professionale?

“Il cast era composto in gran parte dalla mia famiglia: c’erano mia madre, mio fratello, un amico di mio padre, uno zio, un cugino e anche alcune persone esterne, come la ragazza (Jamila Mzali), l’uomo che ne interpreta il padre (Jawad Moraqib) e il protagonista (Aiman Machhour). Durante le riprese sono stati tutti molto distesi, ma si sono anche affaticati tanto. Per me è stato complesso cercare di rimanere lucido, dare indicazioni alla troupe, limitare gli imprevisti e soprattutto far capire a persone non professioniste come dovessero muoversi.

È stato difficile anche gestire le preoccupazioni di mia madre, soprattutto riguardo alla scena della violenza. Ho dovuto spiegarle più volte perché fosse importante: lei ne riconosceva il senso, ma temeva come sarebbe stata recepita. Continuava a chiedermi conferme, e io cercavo di rassicurarla sul fatto che alla fine tutto avrebbe avuto un significato e che il pubblico avrebbe capito. Sicuramente, però, sono stato facilitato dal fatto di conoscerli nel profondo.

Questa esperienza mi ha aiutato a comprendere, anche a livello lavorativo, di non avere l’aspettativa che attori professionisti, o non, facciano esattamente quello che immaginiamo solo seguendo delle indicazioni. Con persone che conosco è stato più semplice proprio perché c’è una conoscenza profonda e pregressa. Ma proprio questo mi ha fatto comprendere che anche con un attore professionista è, perciò, di vitale importanza conoscere il personaggio con altrettanta profondità per riuscire a comunicare meglio le proprie intenzioni.

Alla base, infatti, ho provato a lavorare seguendo un “segreto di Pulcinella”: dare l’azione, senza perdermi in digressioni sull’emozione o il significato. Per esempio, con mia madre non dicevo “devi essere agitata” ma le davo un obiettivo concreto: “adesso devi portare il tajine di là perché tutti ti stanno aspettando”. Poi aggiungevo delle micro-indicazioni per suggerire il contesto, come: “devi fare in fretta perché tuo figlio in carrozzina sta avendo un problema, ma ci tieni comunque a portare anche il piatto”.

A quel punto non c’era bisogno di dire altro: ci pensava lei a entrare nella scena portando il suo spirito, senza forzature. Ed è proprio questo che porta nel risultato una naturalezza che non mi sarei aspettato. Mi sono reso conto che lavorare con non attori porta, sì, una certa spontaneità ma credo dipenda, poi, molto dal progetto. In questo caso ci sono stati momenti di squilibrio durante le riprese, però in fase di montaggio tutto ha trovato una sua coerenza. Sono consapevole che in altri contesti questa scelta potrebbe non funzionare.

Dipende da come costruisci i personaggi e dalle loro emozioni: quando sono più strutturati, probabilmente è più fruttuoso lavorare con attori professionisti.

Il tuo corto però sembra non voler affrontare direttamente il tema dello stupro o della molestia…

“No, infatti. La questione che affronto è più legata all’educazione, in particolare all’educazione genitoriale e generazionale. Per diversi motivi non ci interessava trattare direttamente il tema della molestia: questa storia non nasce unicamente per denunciare la radice profonda del problema. Al di là del cinema, credo che un’opera d’arte in generale non debba limitarsi a dire “questo è giusto” o “questo è sbagliato”, piuttosto dovrebbe cercare di comprendere (o di domandarsi) cosa accade nelle persone e quali siano le loro contraddizioni umane.

Sarebbe stato facile costruire una storia puntando tutto sull’empatia dello spettatore verso la bambina vittima di molestie ma per me questo non stimola una vera riflessione, per quanto condannabile. Inoltre, è un argomento talmente delicato che non me la sentirei di affrontarlo senza avere gli strumenti adeguati”.

Da dove nasce la storia?

“La storia nasce da racconti di persone che ho sentito qua e là, che poi ho rielaborato inserendo diversi elementi personali. Ho introdotto vari caratteri familiari, dinamiche che si intravedono nelle relazioni tra genitori e figli, soprattutto nel modo in cui si viene educati in casa: la mancanza di attenzione, oppure un’educazione basata solo sulla punizione verbale, corporale o anche sul silenzio, anziché la comprensione. Sono tutti aspetti che, se approfonditi, portano a qualcosa di più grande.

Ed è proprio su questo che mi sono concentrato di più. Facendo un esempio personale: per molto tempo mi sono posto in una posizione di condanna verso mio padre, incolpandolo: “tu non capisci, tu sbagli, con la tua cultura e le tue idee mi stai imbruttendo, non mi stai educando bene”. Mi sentivo dalla parte della vittima, e questo ha segnato molto il nostro rapporto. Poi però, crescendo, mi sono fermato a riflettere sul perché. Ho iniziato a comprendere che anche mio padre, a sua volta, è il risultato di un’educazione ancora più severa, di un contesto culturale più ampio.

E questo mi ha portato a farmi una domanda più grande: perché fermarsi alla superficie? Perché fermarsi a un titolo di giornale come “ragazzo molesta la cuginetta”, che racconta solo il fatto in sé, senza interrogarsi davvero sulle cause o senza analizzarne tutti gli aspetti? Sono le narrazioni superficiali ad annullare le domande più importanti, quelle che servono per avvertire realmente perché certe cose accadano”.

L’agnello iniziale è molto forte: da dove nasce quella scelta?

“È una clip di repertorio che abbiamo trovato su Youtube e che il proprietario, gentilmente, ci ha concesso di utilizzare. È una scena che, nei primi secondi del cortometraggio, predispone già lo spettatore a un certo tipo di violenza. In questo modo, tutto quello che viene dopo sarà recepito in maniera più sottile, sul chi vive. Se non ci fosse la scena dell’agnello, la scena della molestia arriverebbe, forse, come uno shock troppo diretto fine a se stesso e potrebbe finire per cambiare completamente il modo di approcciare alla storia.

Questa è una lezione che sto provando a imparare dal regista che amo più di tutti, Michael Haneke. Lui riflette molto sulla preparazione alla violenza nel cinema, ma oggi questo discorso vale ancor di più nella vita quotidiana: siamo continuamente esposti a immagini forti, tra notizie, social e video. Infatti, nel corto, l’agnello è mostrato esplicitamente mentre la molestia resta fuori campo. Con il montatore abbiamo lavorato proprio su questo: mostrare qualcosa di forte all’inizio per preparare lo spettatore, e poi sottrarre nel momento più delicato.

Il cervello vorrebbe vedere, capire, ma non gli viene concesso. Ed è proprio in quella mancata concessione che speriamo che nello spettatore nascano domande capaci di metterlo alla prova. È un modo di lavorare sulle immagini che crea tensione e porta chi guarda a una profondità che la sola narrazione drammaturgica saprebbe sostenere fino a un certo punto. Non si tratta di raccontare tutto in modo lineare, ma anche di giocare con le aspettative: a volte ti tengo lontano, altre volte ti avvicino quando non te lo aspetti. È lì che per me nasce un dialogo non banale, ed è lì che nasce davvero il cinema che mi stimola”.

Nel corto vediamo anche le preoccupazioni dei genitori, divisi tra la gravità dell’evento e il timore del giudizio sociale.

“Sì, esatto. Nel corto le preoccupazioni dei genitori si muovono su due livelli: da una parte c’è la consapevolezza della gravità di quello che è accaduto, dall’altra però emerge anche la grande paura di avere una responsabilità in questo evento. C’è un timore di essere isolati, sia socialmente che all’interno della famiglia. E questo crea una forte tensione tra i personaggi, che invece di affrontare il problema alla radice cercano di gestirlo in funzione degli strumenti a loro disposizione, strumenti che risiedono anche nello sguardo degli altri, oltre che nel proprio”.

Il luogo della rappresentazione sembra sospeso: non è chiaramente né Italia né Marocco. C’è anche questa luce molto chiara, quasi una patina biancastra, che richiama certi film arabi…

“Sì, abbiamo lavorato sull’immagine cercando di darle un tocco quasi documentaristico, vicino allo sguardo umano. Non volevamo che l’estetica prevalesse perché “abbellire” una dinamica del genere non ci sembrava corretto rispetto alla storia. Abbiamo quindi utilizzato molta luce naturale, intervenendo solo in fase di color correction per mantenere un equilibrio, dare un carattere e creare un racconto anche a livello di colori, senza però rendere l’immagine troppo costruita.

Un riferimento importante è stato Kiarostami, che lavorava spesso all’aperto. Nei suoi film la luce entra direttamente nella scena in modo anche quasi scioccante: crea una contraddizione, perché stai guardando qualcosa di forte, ma lo vedi in piena luce, senza filtri. È una dimensione che appartiene anche al vissuto umano, senza perdersi nella drammatizzazione a tutti i costi. Per questo, secondo me, occorre sempre molta delicatezza.

E la delicatezza riguarda tutto: dalla fotografia alla sceneggiatura, passando per la recitazione, fino all’utilizzo del suono”.

Portando una rappresentazione della cultura marocchina, hai raccontato dinamiche che esistono anche in Italia, ma che nella cultura marocchina sembrano essere più estreme.

“Sì, tutto è traslato in un’ottica in cui un gap, dovuto a istruzione, cultura, religione, usi e costumi, cerca comunque di estendersi a qualcosa di universale. Spero venga percepito come tale da chi guarda: può essere letto da diversi punti di vista, ma il sentimento che sta alla base resta lo stesso.

Questo gap non è qualcosa che definisce un Paese in sé, come il Marocco (non ho la presunzione di dire questo), ma riguarda dinamiche sociali più ampie. Sono condizioni che influenzano le persone, le loro scelte e i loro comportamenti: in qualche modo siamo tutti il risultato del contesto in cui cresciamo. Per questo certi avvenimenti non nascono solo da una cultura specifica ma da equilibri e leggi sociali che esistono anche altrove, Europa compresa.

Il fatto che i personaggi siano marocchini è rilevante per me durante la costruzione della messa in scena, ma non dovrebbe essere centrale per chi guarda il corto. Se avessi voluto rendere la storia più “etnica”, mi sarei concentrato su tradizioni specifiche o su personaggi definiti solo dalla propria appartenenza culturale, magari facendo sì che la svolta narrativa dipendesse unicamente da quello. Ma in quel caso sarebbe stata solo una rappresentazione culturale.

Che di nuovo, penso, non sarebbe stata stimolante. Invece abbiamo cercato di mettere in scena esseri umani: persone che sono, sì, il risultato di come sono nate, di come hanno vissuto e del contesto collettivo in cui si trovano, ma che non solo per questo finiscono per compiere determinate scelte”.

I prossimi progetti saranno sempre legati alle tue origini?

“È un qualcosa che mi viene da affrontare abbastanza naturalmente, però allo stesso tempo mi è spontaneo non far prevalere troppo la mia visione di figlio di seconda generazione sulle storie che racconto. Può esserci, fa parte di uno dei miei strati interni ma non deve inglobarmi. Cerco sempre di far emergere prima di tutto l’emozione principale.

L’importante è avere chiaro cosa si vuole raccontare e sotto mille strati di complessità, mantenere qualcosa di semplice che rimanga. Quello che faccio non deve per forza piacere ma ciò che mi interessa davvero è che finita la proiezione le persone abbiano voglia di parlarne, magari per ore, o anche che non abbiano nulla da dire, ma che possano portarselo a casa e perdersi in un ragionamento o avvertire una sensazione. Che qualcosa le abbia toccate, anche senza sapere esattamente cosa”.

Cosa vorresti o non vorresti che il pubblico mettesse in discussione?

“Ci si augura sempre che l’opera venga prima di noi stessi. Però in questo caso so che sto raccontando anche il mio background; quindi se qualcuno guarda il film anche attraverso questo aspetto non mi disturba. Mi disturberebbe invece se l’opera venisse analizzata solo per questo, ridotta nella vetrina delle sfumature “non occidentali”. 

Quello che per me è fondamentale ed è anche un motore personale è non accontentarsi, ogni scena può essere fatta in mille modi diversi ma nel momento in cui scegli come farla devi essere sicuro che sia la scelta migliore per la narrazione. Tutto deve avere un senso e uno scopo.

È così che si crea qualcosa di vivo, altrimenti resta qualcosa di morto. E le cose morte sono un tale peccato. Una scena non deve essere solo “carina”, deve essere giusta, oltre quello che reputiamo sufficiente. E questo non riguarda solo l’inquadratura ma tutto ciò che stai raccontando, anche semplicemente in com’è posato un piatto su un tavolo.

Una cosa che temo invece, riguardando il corto, è che si possa avere la sensazione che non amassi i personaggi perché ho scelto di mettere una distanza emotiva: in realtà ho cercato di raccontarli senza giudizio e questo per me, in un certo senso, vuol dire anche amarli. Spero che passi il loro calore e che non vengano deumanizzati.

Il senso di alcune scene non è prettamente quello di condannare ma di comprendere, invece, la matrice del gesto, il contesto in cui nasce. Se una persona cresce in un ambiente segnato da un’educazione corporale, dal silenzio punitivo o dalla mancanza di ascolto, forse, allora, quella persona è anche il risultato di un certo sistema educativo. Che non vuol dire giustificare alcuni comportamenti, ma comprenderne le origini alla base”.

Ora che sei nella shortlist dei David di Donatello, come vivi questo momento? 

“A primo impatto è stato molto emozionante. Ho pensato subito alla cinquina, certo, ma poi nei giorni ho cercato di apprezzare la vera vittoria dietro questa opportunità: ovvero creare un dialogo più grande con chi guarda. Spero che possa aprire le porte a un pubblico più ampio e permettermi in futuro di raccontare ancora più storie.

Ora stiamo lavorando alla distribuzione e abbiamo fatto diverse proiezioni nazionali e un paio in Europa. È stato molto interessante vedere le reazioni del pubblico: per esempio, a Venezia ho percepito una grande attenzione, una serietà nello sguardo e forse un riguardo nell’osservare una storia del genere.

In altri festival, invece, il pubblico reagiva ridendo, le sale si riempiono di percezioni diverse e questo per me è importante perché ti permette di capire che il pubblico è vario, per intravedere se quello che avevi immaginato funziona davvero, pure negli occhi più disparati. Ma soprattutto è una grande palestra perché permette di prendere nota di quando alcune scene non generano la reazione che ti aspettavi.

E forse lì puoi imparare di più e capire cosa serve davvero per parlare a chi ti guarda e come farlo meglio in futuro”.