Sorry, baby: la recensione su Almanacco Cinema

Sorry, baby: la recensione su Almanacco Cinema

Sorry, Baby è l’esordio di Eva Victor, che nel triplo ruolo di regista, sceneggiatrice e attrice ci conduce dentro l’esperienza di attraversare un trauma.

Sorry, Baby è un film indie drammatico che affronta il trauma della violenza sessuale con uno sguardo intimo e a tratti ironico. Segna il debutto alla regia e alla sceneggiatura di Eva Victor che a soli 31 anni firma un esordio capace di colpire profondamente pubblico e critica.

Presentato alla scorsa edizione del Sundance Film Festival, il film è stato accolto con grande entusiasmo conquistando anche al Festiva del cinema di Cannes e il prestigioso Waldo Salt Screenwriting Award, riconoscimento dedicato alla migliore sceneggiatura.

La trama di Sorry, Baby

Agnès (Eva Victor), brillante studentessa universitaria, vive in una cittadina tranquilla del New England. Agnès durante gli anni di studio vivrà una violenza sessuale e questo evento traumatico la lascerà sospesa.

Mentre intorno a lei il mondo continua a scorrere e andare avanti, Lydie (Naomi Ackie) la sua migliore amica dai tempi del università le starà affianco anche se dopo l’università si trasferisce a New York, mette su famiglia, ma nei anni nei va a fare visita alla amica. Mentre Agnès resta immobile nel suo passato, mentre il suo presente le scorre appesantito.

La regia e lo stile visivo che riflette il trauma

La costruzione narrativa di Sorry, baby riflette direttamente la dimensione interiore della protagonista. Il racconto non procede secondo una linea temporale tradizionale, ma è composto da frammenti scene sparse che si susseguono come ricordi discontinui. Una scelta che riproduce una memoria traumatica: non un flusso ordinato di eventi ma immagini, momenti e sensazioni che riaffiorano in modo irregolare, talvolta improvviso, talvolta incompleto.

Anche la messa in scena contribuisce a rafforzare questa dimensione, le inquadrature sono spesso statiche e dilatate nel tempo, lasciando spazio a pause e silenzi che diventano parte del racconto. Silenzi carichi di tensione emotiva, capaci di comunicare più delle parole e di restituire il peso dell’esperienza vissuta dalla protagonista.

La fotografia al contrario appare pulita e limpida, con una luce naturale che restituisce ambienti quotidiani e apparentemente sereni. Il contrasto tra la chiarezza visiva e la complessità emotiva del racconto, crea una distanza tra il mondo esterno che scorre in tranquillità e l’interiorità di Agnès che rimane intrappolata nel trauma.

Usando dialoghi ridotti al essenziale, anche la sceneggiatura emana il contrasto tra l’ interiorità di Agnès e il mondo esterno: da un lato l’estraniazione quotidiana di Agnès nell’interagire con gli altri, dall’altro si presentano momenti ironici dovuti dalla “goffaggine” di chi non è più abituato a condividere il proprio presente con il resto del mondo.

È un equilibrio fragile che si rompe solo nel finale, tramite il monologo che diventa lo strumento essenziale per dare voce alla ritrovata consapevolezza della protagonista.

Una storia di sopravvivenza e sorellanza

Eva Viktor riesce a immergere lo spettatore nel trauma profondo di una violenza sessuale con una sensibilità rara. È un film fatto da donne per le donne, capace però di includere gli uomini senza demonizzarli. Al centro di tutto c’è il legame tra Agnès e la sua amica: non è solo l’unica vera ancora di salvezza, ma lo precede un rapporto di amore essenziale che permette di affrontare il trauma con coesione e senza melodrammi ma comprensione, condivisione, pazienza e praticità.

Il film mette in luce le scelte singole che compongono anche quella dell’intera società. Vediamo Agnès scontrarsi con l’indifferenza delle istituzioni: dal medico che la visita in modo meccanico, come se fosse solo una pratica da sbrigare, fino alle direttrici dell’università.

Queste ultime pur essendo donne rimangono distanti; dicono di capire ma le loro parole suonano vuote e burocratiche, lasciando Agnès sola nonostante lo stupratore fosse un loro collega. Chi compie la violenza può andare avanti, mentre la vittima resta legata al momento imposto, la responsabilità resta una scelta individuale, ma le conseguenze ricadono soprattutto su chi la subisce.

E grazie al rapporto con un vicino di casa, Agnès prova a riappropriarsi con estrema delicatezza del contatto fisico e della sessualità, spazi che la violenza sembrava averle sottratto per sempre.

Anche le vittorie di Agnès hanno un sapore dolce-amaro, ottiene successi accademici prendendo il posto del docente che l’ha violentata, facendoci percepire il traguardo sporcato dal dolore. Eppure, il film non ci trascina in una sofferenza viscerale fine a se stessa ma ci trasmette un’empatia profonda; Agnès è una ragazza ironica e brillante che si ritrova a vivere a metà, bloccata in un presente che non riesce a guardare più al futuro.

Tuttavia non è sola ferma nel suo trauma, la sua amica le resta accanto anche mentre la sua vita evolve tra il matrimonio e la maternità, torna da Agnès e per piccoli frammenti vivono insieme nel presente.  

Sorry, Baby in breve

Sorry, Baby è un racconto che parla di fatti, di scelte e soprattutto della forza di restare a galla grazie all’amicizia.

Il film ricorda che eventi terribili possono accadere, anche quando non dovrebbero. E che sopravvivere non è sempre semplice né desiderato. A rendere possibile questo percorso sono spesso i legami più vicini: amicizie, affetti, presenze che aiutano a restare nel mondo. Per questo il film non cerca la pietà dello spettatore, ma costruisce piuttosto uno spazio di empatia e comprensione.

Il film si inserisce in un cinema contemporaneo sempre più attento e consapevole, che non sente il bisogno di mostrare il trauma in modo esplicito, ma preferisce raccontarne gli effetti e il lento processo di elaborazione. Il montaggio elimina il superfluo e la violenza non viene mai mostrata direttamente; ciò che conta è il percorso con cui Agnes prova a riappropriarsi della propria vita.

Sorry, Baby non è un film che divide il mondo tra uomini e donne, né tra vittime e colpevoli secondo categorie rigide. È piuttosto un film che guarda ai comportamenti, alla responsabilità e alla capacità delle persone di stare accanto agli altri. Per questo la storia di Agnes non esclude nessuno: può essere compresa da chiunque abbia attraversato un momento difficile e abbia cercato dentro di sé o negli altri, la forza per andare avanti.

🎬 Valutazione

Regia
★★★
Interpretazioni
★★★
Storia
★★★
Emozioni
★★★★
🏆 Voto Totale
3.3
★★★