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AI nel cinema, la lezione di Tribeca 2026: meno prompt, più artigianato
Al Tribeca 2026, Dear Upstairs Neighbors mostra una via concreta per l’AI nel cinema: modelli su misura, artisti al comando e workflow controllati.
Il Tribeca Festival 2026 si è chiuso a New York dopo dodici giorni di proiezioni, incontri e anteprime, dal 3 al 14 giugno. Tra i temi più discussi c’è stato ovviamente l’uso dell’intelligenza artificiale nel cinema, argomento che in questi mesi abbiamo seguito da molte angolazioni: attori sintetici, deepfake, copyright, lavoro creativo, economia e industria, immagini generate e rapporto tra algoritmo e autorialità.
A Tribeca il discorso sull’AI è diventato più concreto, anche grazie ai progetti legati a Google DeepMind e OpenAI, perchè ha complessivamente mostrato le due strade oggi realisticamente percorribili: quella dei video generati a colpi di prompt, ancora fragili e spesso incapaci di sostenere una vera grammatica cinematografica, e quella di un uso più tecnico, costruito dentro il lavoro degli artisti.
Dear Upstairs Neighbors, quando l’AI segue un disegno umano
Il caso più interessante emerso da Tribeca è Dear Upstairs Neighbors, cortometraggio scritto e diretto da Connie Qin He, veterana Pixar, e realizzato in collaborazione con Google DeepMind. Una giovane donna, Ada, cerca di dormire mentre dall’appartamento dei vicini del piano di sopra arrivano rumori sempre più strani e disturbanti. Dietro questa piccola storia notturna c’è uno degli esperimenti più concreti sull’uso dell’intelligenza artificiale nel cinema: un film in cui i modelli generativi vengono addestrati progressivamente per sostenere una visione artistica già definita.
Il punto forte del corto sta proprio nella quantità di lavoro umano necessaria affinchè l’automazione produca qualcosa di coerente. Per costruire lo stile visivo del film, la produzione ha coinvolto Yingzong Xin, production designer Pixar, che ha realizzato concept art in Photoshop e su carta con acrilici. Dear Upstairs Neighbors nasce da un’estetica già pensata, da un mondo visivo già impostato, da animazioni preliminari create con Autodesk Maya per guidare movimento, ritmo comico e disposizione delle scene. Queste animazioni, solo dopo, sono state usate per addestrare versioni personalizzate di Veo e Imagen, i modelli di Google impiegati per generare e rifinire le immagini.
In definitiva un nuovo reparto produttivo, dove designer, registi, animatori e tecnici AI costruiscono strumenti specifici per un singolo progetto: una strada meno spettacolare da raccontare rispetto alla retorica della macchina che crea da sola, ma molto più credibile per il cinema.
OpenAI, Sora e il limite del cinema “generato”
Il confronto con gli altri esperimenti visti a Tribeca chiarisce il problema. I corti legati a OpenAI, come Smoked di Alice Gu e Mauvais Soleil di Youssef Michraf, mostrano possibilità reali ma anche vincoli evidenti: inquadrature brevi, soluzioni narrative pensate per aggirare i limiti dell’immagine generativa, scene che funzionano meglio quando l’artificio viene incorporato nel tema del film.
Anche Dreams of Violets, presentato come lungometraggio realizzato con strumenti AI a costi ridottissimi, conferma più la forza produttiva della tecnologia che una vera svolta estetica. Il dato economico impressiona, mentre il risultato artistico, almeno per ora, interessa soprattutto come sintomo.
A festival concluso, la lezione di Tribeca sembra abbastanza chiara: l’AI sembra pronta a entrare nei processi solo quando qualcuno ha la competenza per sapere cosa vuole ottenere; il futuro più plausibile non è quindi una sala piena di prompt engineer che ordinano film a modelli standard, ma una filiera di modelli addestrati su misura, controllati da artisti con una visione riconoscibile.